“Aggressione antisemita” nell’autogrill: troppe cose non tornano

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La storia dell’aggressione all’Autogrill di Lainate (Milano Nord) subita da un turista francese insieme al suo figlioletto, colpevoli solo di essere visibilmente ebrei (indossavano la kippah) forse è più complicata di come l’hanno raccontata, per due giorni, all’unisono i grandi media e la politica.

Mercoledì è emersa infatti anche l’altra faccia della vicenda. Gli “aggressori” del video – otto cittadini italiani, di origine araba, definiti semplicemente “arabi” dagli sciami dei social – avrebbero presentato querela contro il turista francese. Ha iniziato lui la rissa, dicono: a suon di insulti a sfondo razzista e con un’aggressione fisica. Secondo il loro legale, l’avvocato Federico Battistini, riporta il Fatto Quotidiano, l’uomo avrebbe prima definito i presenti “terroristi” e “figli di puttana palestinesi”, dopo averli sentiti parlare in arabo e notato, tra le donne del gruppo, dei ciondoli con la mappa della Palestina. Alla replica di uno dei ragazzi – “Free Palestine” – il turista avrebbe reagito poi con urla e violenza, culminata in una testata e un pugno che hanno causato ferite documentate al Pronto Soccorso. Il turista, al contrario, non avrebbe riportato lesioni, e per questo la Procura non avrebbe ricevuto alcun referto medico.

Tutto è iniziato da un video di pochi secondi, ripreso con uno smartphone all’interno dell’Autogrill. Tanto è bastato per far deflagrare una nuova “emergenza antisemitismo” in Italia. Le immagini mostravano un uomo solo, di nazionalità francese e di religione ebraica, circondato da persone di origine araba che lo affrontavano verbalmente, e lui che gridava “Am Yisrael Chai” (“Viva Israele”), invocando le forze dell’ordine. La clip, rilanciata dai media cosiddetti mainstream a tambur battente e accompagnato da interviste indignate, ha offerto la cornice perfetta: un’aggressione razzista contro un ebreo colpevole solo di indossare una kippah. Peccato che, come spesso accade, le cose fossero più complesse.

Il video è parziale, ma fa notizia

Il nodo cruciale della vicenda è il fatto che il video, diventato virale, mostra solo la reazione finale e non l’innesco del conflitto. Il francese sfida i presenti, urla insulti come “vai a crepare” e “stronzo”, inneggia a Israele. Secondo l’avvocato degli otto italiani, il turista avrebbe reagito fisicamente quando gli hanno chiesto di cancellare le riprese. In altre parole, la dinamica sarebbe più ambigua e meno manichea di quanto presentato inizialmente da italiani.

Va notato un dettaglio, rilevato dalla giornalista Federica D’Alessio: la polizia non ha fatto comunicati e neppure Autogrill. Cosa abbastanza irrituale in questi casi. Il turista aveva parlato di forze dell’ordine arrivate sì pochi minuti dopo l’aggressione, ma sostanzialmente disinteressate alla vicenda, perché in quell’Autogrill gli episodi antisemiti sarebbero stati all’ordine del giorno. “Ho sentito gli agenti parlare di Netanyahu. Ero scioccato.. dicevano che bisognerebbe dire a Netanyahu di smettere di bombardare”, aveva detto il francese.

L’avvocato Battistini accusa dunque il turista di aver strumentalizzato il filmato per denunciare un’aggressione a sfondo antisemita inesistente. Anzi, sostiene che i suoi assistiti sono attivamente impegnati contro ogni forma di odio, collaborano con persone di varie religioni (inclusi ebrei) e condannano le violenze a Gaza. Le otto persone di origine araba coinvolte sarebbero andate spontaneamente alla Digos per essere sentite e denunciare l’aggressione.

Ma nel frattempo non sorprende il modo in cui l’episodio è stato trasformato in una narrativa di odio antisemitico, rilanciata da politici e giornalisti – anche affiliati alla destra post-fascista – senza attendere verifiche. L’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, caduto in disgrazia per vicende personali, ha intervistato il turista a Parigi, mentre la Digos ha parlato pubblicamente di “aggressori antisemiti”, sposando una versione unilaterale della vicenda.

Confondere identità e politica è un pericolo per tutti

Il tutto ricorda il caso del ristorante di Nives Monda a Napoli, dove due turisti israeliani denunciarono un’aggressione antisemita, salvo poi scoprire che avevano diffuso un video decontestualizzato, costruendo ad arte una narrazione da vittime. È come se molti giornali e politici rilanciassero acriticamente la propaganda filo-israeliana (in questo caso usando un episodio riguardante un ebreo francese) un po’ per sciatteria, o un po’ come prova di lealtà politica, in attesa di potenziali ricompense future.

Se rimane grave usare la parola “antisemitismo” per distorcere episodi che invece riguardano provocazioni, razzismo inverso, e un clima avvelenato dalla guerra in corso (lo ricorda, in una splendida intervista ad Alanews, Tanya Jones, attivista israeliana da anni residente in Italia) e se anche anche la versione iniziale della storia dovesse essere stravolta, un punto fermo è questo: aggredire un ebreo solo perché indossa la kippah resta inaccettabile.

Il pericolo però, oggi, nell’attesa di sapere se un video è stato tagliato ad arte, di nuovo, per trasformare un alterco in atto d’odio e un provocatore in martire, non sembra essere tanto la sottovalutazione dell’antisemitismo – riconosciuto e combattuto, per fortuna dalla stragrande maggioranza della società italiana – quanto l’uso politico e selettivo delle sue accuse. A Lainate la solidarietà rischia di essere diventata propaganda e la complessità sacrificata sull’altare della fedeltà ideologica. Così non si difendono gli ebrei: si strumentalizza la loro paura.