The Economist Intelligence Unit ha tracciato il quadro generale della campagna di vaccinazione nei vari Paesi del mondo. Da questa analisi emerge un campanello d’allarme: l’Africa potrebbe terminare la somministrazione delle dosi non prima del 2023. La situazione potrebbe rappresentare una fonte di rischio per la vicina Italia?

L’Africa in difficoltà

Da quando è partita la campagna di vaccinazione nei vari Paesi del mondo, particolare attenzione è stata rivolta al raggiungimento degli obiettivi che ogni nazione, in base alle proprie condizioni, ha raggiunto. Lo stesso finora non si è potuto dire per l’Africa: qui si è lontani dal parlare di obiettivi dal momento che in gran parte del territorio la somministrazione del vaccino non è ancora iniziata. Sono 117 milioni i casi di contagi e 2 milioni e mezzo i decessi registrati nel continente che, a causa della povertà, non riesce ad adeguarsi al passo degli altri Paesi del mondo nella lotta contro il coronavirus. Qui mancano il denaro e gli strumenti necessari per dare il via alla campagna di vaccinazione.

Qualcosa gli scorsi giorni è iniziata a muoversi solamente grazie all’intervento di Covax, programma globale dell’Oms per la fornitura dei vaccini contro il Covid-19. La piattaforma ha infatti l’obiettivo di assicurare l’equa distribuzione delle dosi a tutte le Nazioni e, appunto per questo motivo, la sua azione mira ad aiutare soprattutto i Paesi più poveri. È stato così che ad inizio marzo Covax è riuscita a fornire, tramite l’Unicef, milioni di dosi di vaccino in Nigeria, Angola, Senegal, Gambia, Ruanda e Sudan. Per l’esattezza 3.94 milioni dosi sono state destinate alla Nigeria, 624mila all’Angola, 324mila al Senegal e 36mila al Gambia. In Ruanda e Sudan invece sono finite rispettivamente 340mila e 800mila dosi. Prima di questi Paesi la campagna di vaccinazione è stata avviata in via autonoma solamente da Egitto, Sudafrica, Algeria e Marocco.

Il caso particolare del Marocco

Mentre nel continente africano si fanno i conti con il ritardo dell’attuazione della campagna di vaccinazione, spicca un’eccezione quale esempio di velocità nella lotta contro il coronavirus anche nei confronti di alcuni Paesi europei. Si tratta del Marocco. Qui la prima dose di vaccino è stata inoculata il 26 gennaio scorso e, da allora, le somministrazioni sono andate spedite per tutti i cittadini facendo contare ad oggi 4.492.557 persone che hanno ricevuto almeno la prima dose, circa il 9% dell’intera popolazione.

Il Paese nordafricano non solo si è distinto dal resto del continente ma ha addirittura superato Italia e Francia che rimangono indietro con, rispettivamente, 3.765.647 e 3.581.812 prime somministrazioni effettuate. Un governo all’avanguardia che pur potendo contare dell’intervento della piattaforma Covax, avendo i mezzi economici necessari, ha deciso di percorrere da solo questo cammino puntando sulla velocità d’azione. Sono state quindi acquistate circa 66 milioni di dosi di vaccino da Sinopharm e AstraZeneca e sono iniziate in modo spedito le procedure per mettere al sicuro la popolazione. Sulla base dei numeri che si contano ad oggi, a fine aprile circa il 30% della popolazione potrebbe essere vaccinata. Se così fosse in estate potrebbe essere raggiunta anche l’immunità di gregge.

La distribuzione Covax procede a rilento

C’è un motivo per il quale il Marocco è riuscito a rappresentare l’unico caso virtuoso dell’Africa. Pur avendo aderito alla piattaforma Covax, ha deciso a un certo punto di programmare autonomamente la propria campagna vaccinale. La distribuzione delle dosi previste dalla piattaforma voluta dall’Oms sta procedendo a rilento. L’obiettivo era quello di rifornire l’Africa di 90 milioni di vaccini entro il primo trimestre del 2021, ma al 5 marzo si è fermi a una cifra di poco superiore a sei milioni. Un ritardo importante, che rischia di compromettere gli sforzi volti a contenere la diffusione dell’epidemia. L’esempio di Rabat ha mostrato tutte le debolezze dei piani promossi dall’Oms. Da solo il Marocco si è già garantito buona parte delle dosi necessarie.

Che la situazione in Africa sia allarmante lo hanno confermato anche alcuni dati diffusi nelle scorse settimane. The Economist Intelligence Unit il 27 gennaio ha mostrato come, di questo passo, il continente sarà interamente vaccinato soltanto nei primi mesi del 2023. Covax attualmente ha acquistato 342 milioni di dosi di vaccino, 340 dei quali sono di AstraZeneca. La multinazionale anglo – svedese si sta appoggiando nella produzione alla società indiana Serum Institute, in grado di far uscire dagli stabilimenti 2.4 milioni di dosi al giorno: “Ma non abbiamo la bacchetta magica – ha ricordato sulla Bbc il suo amministratore delegato, Adar Poonawalla – e a livello logistico ci sono molti problemi”. Molti governi africani stanno iniziando a muoversi autonomamente, ma è una corsa contro il tempo difficile da gestire.

Campanello d’allarme per l’Italia

Se l’Africa non dovesse riuscire in tempi brevi a far decollare la campagna vaccinale, le difficoltà graverebbero ben oltre i confini del continente. Il mondo scientifico a livello internazionale oramai sembra concordare su un aspetto: finché l’epidemia non sarà spenta in tutti gli angoli del continente, nessuno potrà considerarsi realmente fuori pericolo. Un principio ribadito ad esempio il 13 gennaio scorso in un editoriale apparso su Nature. Dunque, anche se l’Europa dovesse riuscire a creare un’adeguata immunità di gregge entro il 2021, come nelle previsioni, per altri due anni potrebbe temere una mancata vaccinazione di massa nel continente africano.

In tal senso il Paese più esposto sarebbe l’Italia. Per ragioni geografiche in primis, ma anche per gli intensi rapporti economici e commerciali che si hanno con le nazioni nordafricane. Ma soprattutto potrebbero essere i flussi migratori a destare le maggiori preoccupazioni. Gli sbarchi tra il 2020 e il 2021 appaiono in continuo aumento, la tendenza in tal senso non è destinata nel breve periodo ad arrestarsi. Se dovesse essere così anche per i prossimi anni, l’Italia potrebbe ricevere importanti ondate migratori da un continente non ancora del tutto immune dal coronavirus, varianti comprese. Un problema a cui forse bisognerebbe iniziare a pensare.