Per contrastare la diffusione della pandemia di Covid-19, la quasi totalità della comunità mondiale si è mobilitata in misure volte a contrastare l’aumento esponenziale dei contagi, nonostante gli effetti si potranno iniziare a vedere soltanto tra qualche settimana. Le ingenti misure messe in campo vengono però limitate dalle abitudini delle culture e soprattutto dagli ambienti nel quale si ritrovano a vivere, e di ciò ne abbiamo avuto un esempio già con la diffusione rapida e a macchia d’olio che si è sviluppata in Europa.

Tuttavia, mentre nel Vecchio continente possediamo un sistema sanitario che benché oberato è in grado di rispondere ed essere adattato in modo più o meno sufficiente ai bisogni della popolazione anche in tempo di crisi, la stessa sicurezza non è riscontrabile nel resto del Mondo. E lo stesso, purtroppo, vale anche per le abitudini igieniche e per tutte quelle possibilità – come l’accesso alle fonti idriche potabili – che sono discriminanti per un corretto contrasto alla diffusione delle malattie.

L’Oms lancia l’allarme: metà popolazione mondiale è in pericolo

In occasione della Giornata mondiale dell’acqua il tema più dibattuto è stato quello riguardante il suo impiego nel combattimento alla diffusione del Coronavirus. E stando a quanto riportato dalla testata giornalistica The Guardiancirca la metà della popolazione mondiale allo stato attuale non ha accesso in misura sufficiente alle fonti idriche necessarie per garantire uno standard igienico efficace nel contrasto alla pandemia.

Secondo i principali portavoce delle organizzazioni che si occupano del problema, la pericolosità deriva dalle mancate possibilità per circa il 75% delle famiglie dei Paesi in via di sviluppo di accedere ad acqua e sapone: combinazione discriminante per contrastare la diffusione del patogeno. Dalla rilevazione risulta inoltre chiaro come il problema non si limiti al solo continente africano ma comprenda anche parte dell’Asia e dell’America latina, anche loro vessate da condizioni igieniche precarie.

Nei Paesi in via di sviluppo il Covid resisterà di più?

Allo stato attuale – nonostante gli studi che sono stati portati avanti nelle ultime settimane – non è ancora chiaro quanto sia effettivamente contagioso il Covid-19 in regioni dal clima differente da quello che accomuna Wuhan con l’Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, mentre da questo momento in avanti la sua trasmissibilità può essere limitata dalle contromisure ciò non è valido per tutti quei Paesi che vessano in condizioni igieniche peggiori e con minori accesso anche agli strumenti contingenti di contrasto come guanti e mascherine. In base a ciò, la possibilità che i Paesi in via di sviluppo divengano incubatori del contagio ancora per molti mesi a venire è una possibilità da non escludere e destinata a cambiare gli scenari dell’intero mondo globalizzato.

Rimanendo diffuso nella popolazione, potrebbe dare vita a focolai dalle dimensioni più o meno elevate da un momento all’altro: rimanendo un costante pericolo al quale la popolazione mondiale si dovrà abituare. Per evitare questo, dunque, è necessario e categorico nei prossimi mesi un impegno volto a migliorare le condizioni igieniche mondiali, anche a costo di sforzi da parte di quelle economie più sviluppate che avranno già fatto i conti con l’infezione. Soltanto in questo modo, infatti, le possibilità di una sua ricomparsa verrebbero gradualmente ridotte, sino a renderlo l’ennesima malattia sconfitta da parte dell’umanità. L’unica differenza sarà che, quando passerà, tali migliorie ci avranno messo nella condizione di fronteggiare in modo più efficace la comparsa di una eventuale nuova pandemia, che potrà così essere contrastata anche senza il ricorso a metodi draconiani.

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