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Società

Africa, il continente giovane che cresce troppo in fretta per il suo futuro

Quando si parla di “crisi” globale, poche aree al mondo incarnano questa parola quanto il Corno d’Africa. Guerre civili, siccità ricorrenti, boom demografico e scarsità di opportunità economiche rendono la vita insostenibile a milioni di persone. Eppure l’Africa urbana non...

Quando si parla di “crisi” globale, poche aree al mondo incarnano questa parola quanto il Corno d’Africa. Guerre civili, siccità ricorrenti, boom demografico e scarsità di opportunità economiche rendono la vita insostenibile a milioni di persone. Eppure l’Africa urbana non è soltanto una regione in difficoltà: è anche il laboratorio del futuro, dove si giocheranno le grandi partite dello sviluppo e della migrazione nel XXI secolo.

Sub-Saharan Africa è la regione che cresce più rapidamente al mondo: entro il 2050 metà dei bambini nati sul pianeta verranno alla luce lì. La popolazione, che oggi sfiora 1,4 miliardi, raddoppierà in pochi decenni, e il baricentro di questa esplosione sarà nelle città. Già oggi 15 delle 20 metropoli a più rapida espansione si trovano nel continente. Lagos, in Nigeria, potrebbe arrivare a fondersi con altri centri costieri formando la più grande area urbana continua della Terra, abitata da centinaia di milioni di persone.

Il problema è che questa urbanizzazione non è accompagnata, come avvenne in Europa o in Asia orientale, da una vera industrializzazione. Addis Abeba, per esempio, mostra al visitatore grattacieli scintillanti, parchi e musei finanziati da capitali cinesi o del Golfo. Ma dietro la facciata, il mercato del lavoro rimane stagnante. I salari dei tessili etiopi sono tra i più bassi al mondo e la catena del valore globale assegna all’Africa solo mansioni marginali. Il risultato è che la maggioranza degli abitanti urbani lavora nell’economia informale, in condizioni precarie e senza prospettive.

Questa frattura sociale ha effetti politici devastanti. Giovani senza lavoro alimentano milizie locali, banditismo e instabilità, mentre la speculazione edilizia e le espropriazioni nelle capitali accrescono le tensioni. Non sorprende che molti cerchino vie di fuga: verso l’Europa attraverso il Mediterraneo, o verso l’Arabia Saudita lungo rotte spesso mortali. Ogni anno, decine di migliaia di professionisti qualificati lasciano il continente, aggravando la carenza di medici, infermieri e scienziati: la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

Per l’Europa, che discute di migranti quasi solo in termini di sicurezza, il tema è inevitabilmente geopolitico. La premier italiana Giorgia Meloni ha fatto del “Piano Mattei” il fulcro della sua diplomazia africana: 5,5 miliardi di investimenti in energia, sanità e infrastrutture, integrati di recente nelle politiche dell’UE. Bruxelles e Roma promettono sviluppo “sostenibile e digitale”, ma molti osservatori africani denunciano l’ipocrisia: nessun Paese si è industrializzato senza un uso massiccio di combustibili fossili, e senza un’industrializzazione rapida l’Africa rischia di restare un’enorme riserva di manodopera a basso costo e di materie prime.

Il paradosso è chiaro: l’Europa teme che l’Africa diventi una “nuova Cina” ai suoi confini, ma non può permettersi né di ignorarla né di bloccarla. Con una popolazione giovane destinata a superare India e Cina, il continente rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Come ha detto la stessa Meloni, “in Africa si gioca il nostro futuro”.

Il vero nodo resta interno al continente: offrire lavori dignitosi e prospettive a una generazione sterminata di giovani urbani. Se le città africane diventeranno motori di sviluppo o epicentri di instabilità globale dipenderà dalle scelte di oggi. E dalla capacità dell’Africa di costruire, finalmente, un percorso di crescita su misura per sé stessa.

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