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Mentre la corsa al vaccino contro il Covid-19 sembra essere prossima ad arrivare a una fase decisiva e sempre più candidati sono all’ultimo miglio di sperimentazione, l’Italia e gli altri Paesi europei iniziano a valutare l’imminente partita dell’approvvigionamento e della logistica.

Nell’ipotesi più complessa, che è lo scenario base da valutare per poter fare i conti con tutte le possibili criticità, Roma si dovrà trovare a gestire un vaccino da distribuire senza che sia presente una produzione nazionale. Che si parli del vaccino Pfizer, di quello Moderna-AstraZeneca, del russo Sputnik V o di uno dei vaccini cinesi, dunque, parliamo di una filiera critica da tutelare sin dal momento dell’arrivo dei carichi nel nostro Paese.

Ma quali sono i “colli di bottiglia” che un vaccino in arrivo in Italia dovrà affrontare? Vediamo di analizzarli puntualmente. Partendo dalla considerazione fatta dal ministero della Salute, che punta a individuare come perno della distribuzione dei vaccini centri su base regionale.

Prima e tutt’altro che banale questione è quella dell’approvvigionamento di un numero di dosi sufficiente a coprire le fasce più a rischio. Nicola Magrini, direttore generale Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha detto a Repubblica che le fasce a rischio o in qualche modo prioritarie (operatori sanitari, forze dell’ordine, grandi anziani e ospiti delle Rsa) comprendono complessivamente dieci milioni di cittadini. Potrebbero dunque volerci fino a 20 milioni di dosi in tempi congrui.

Come portare queste dosi in Italia considerando una produzione che, in diversi casi, potrebbe essere in Paesi come l’India? Scartiamo l’ipotesi del trasporto via nave, per problemi di tempistiche e per rischi legati a possibili sequestro del carico, e concediamo come modalità privilegiata il mezzo aereo. Si aprirà la necessità di un coordinamento centrale e sarebbe realistico ipotizzare un hub nazionale per lo stoccaggio dei vaccini, strutture individuate ad hoc in cui possa essere mantenuta la continuità della catena del freddo decisiva per la conservazione delle dosi.

Hub che non escludiamo possa essere uno scalo militare, per un duplice ordine di questioni: le forze armate possiedono la capacità operativa logistica per prendersi carico di un trasporto tanto delicato e, al contempo, hanno basi stanziate in maniera strategica sul territorio nazionale. Pensiamo, per fare solo un esempio, all’aeroporto militare di Pisa-San Giusto, sede della 46° Aerobrigata che dal 1956 è un reparto d’eccellenza per il trasporto sanitario, l’intervento emergenziale, la logistica ed è dotata, oltre che dei grandi C-130 Hercules, degli aerei da trasporto tattico di media dimensione Alenia C-27J Spartan.

Il coordinamento centrale dovrebbe poi trovare dei capillari hub regionali e, in un secondo momento, provinciali per trasportare le dosi: è inconcepibile che si ripeta la baraonda primaverile, con presidenti di Regione e giunte intente a farsi la guerra e a predarsi reciprocamente i carichi di dispositivi sanitari (dalle mascherine ai respiratori) attraversanti il loro territorio. Un’allocazione di dosi tra le regioni deve essere deciso ex ante, così come dovrà essere presa in considerazione l’idea di valutare il modo più performante per portare in ogni luogo i vaccini. Sempre, ed è bene ricordarlo, mantenendo intatta la catena del freddo, che può arrivare alla necessità di garantire temperature tra i -70° e i -80°C per vaccini come quello Pfizer.

In tal senso risulterebbe problematico ricorrere al trasporto via gomma per raggiungere i singoli hub regionali: il rischio di perdere un carico intero in caso di incidente, furto di mezzi o problematiche simili e la necessità di scortare ogni mezzo deputato al trasporto creerebbe un ingolfamento logistico e operativo. Lo spostamento via terra potrà essere valutato come strategico solo nella fase finale, più capillare della distribuzione. Andrebbe, in questa fase, privilegiata la capacità di trasporto intermodale garantendo il massimo coordinamento tra il mezzo aereo e quello ferroviario, anche per una questione di tutela della catena del freddo.

Infine, arriviamo alla vaccinazione vera e propria. Dove andrebbe seguito il modello tedesco: la Germania ha dato mandato ai Lander di individuare complessivamente 60 centri di vaccinazione su base locale che possano fungere da perno per la somministrazione delle prime dosi, decongestionando il flusso di dosi verso medici di base e farmacie, che nel caso italiano si potrebbe limitare ai casi di persone impossibilitate a muoversi dal proprio domicilio. Questo per garantire una scala maggiore e un flusso più ordinato e poter capire la più funzionale gestione delle priorità e degli accessi.

Tale piano dovrà comunque prendere in considerazione numerosi fattori: il personale, civile e militare, necessario a metterlo in atto; una conta delle imprese più strategiche che potrebbero fornire servizi e sostegni nelle fasi di trasporto e distribuzione; una conta dei centri dotati di macchinari capaci di mantenere il freddo anche quando sono richieste temperature ben al di sotto dello zero; un controllo della loro distribuzione regione per regione e provincia per provincia; un’attenta valutazione dei costi che dia spazio, prioritariamente, a quei vaccini che non contemplano il “for-profit” nelle loro commercializzazioni. Valutazioni strategiche di cui il governo e la commissione anti-Covid di Domenico Arcuri dovrà farsi carico. Non sarà facile, e il tempo stringe: a queste necessità si dovrà dare risposta in tempi brevi.