Così come in Libia, anche la Siria adesso oltre alla guerra deve temere la pandemia da coronavirus che ha coinvolto già buona parte del resto del mondo. Il paese, in cui il conflitto è iniziato nel 2011, inizia ad avere molta paura del Covid-19 e non solo per il virus in sé: qui le strutture sanitarie, gravemente compromesse dalla guerra, non reggerebbero un rapido diffondersi dell’epidemia. E non è un caso che il governo di Damasco già da qualche giorno ha iniziato ad imporre serrate dei negozi e stop agli assembramenti. Si vuole provare a ritardare il più possibile l’insorgenza dei casi di contagio e sperare che il morbo possa attecchire qui il meno possibile.

Registrato il primo caso di Covid-19

Ma era inevitabile, prima o poi, che le autorità locali dovessero incappare in un primo tampone positivo. A comunicare la notizia del primo contagiato in Siria, è stata l’agenzia ufficiale Sana: in un comunicato, in particolare, il ministero della sanità ha fatto sapere che un cittadino proveniente dall’estero è risultato positivo al test sul coronavirus, con conseguente ricovero in ospedale. Non è stata specificata l’età del paziente, né la provenienza, tuttavia da Damasco hanno confermato l’esistenza del primo caso positivo in Siria. E questo ovviamente non ha fatto altro che aumentare le preoccupazioni: nel centro storico della capitale, così come attorno alla restaurata cittadella di Aleppo, è stata decisa un’ulteriore stretta su locali e negozi e le vie sono tornate ad essere vuote come nei momenti peggiori del conflitto.

Ad Aleppo, mentre la città rimaneva con poche auto in giro, sulla facciata della Chiesa di George e Matilde Salem è apparso un tricolore in segno di solidarietà all’Italia quale paese europeo più colpito dal Covid-19. A far aumentare le preoccupazioni delle autorità siriane, anche le sanzioni imposte dall’Europa dall’inizio della guerra che non consentono, tra le altre cose, un regolare afflusso di farmaci e strumentazioni. Le autorità siriane hanno però registrato, da questo punto di vista, la solidarietà della Cina la quale, come ha annunciato l’ambasciata della Repubblica Popolare a Damasco, ha iniziato l’invio di kit e mezzi per aiutare il più possibile la Siria ad affrontare un’eventuale emergenza.

La situazione nelle varie parti del paese

Come si sa però, la Siria al momento non è unificata: anche se negli ultimi anni il governo del presidente Bashar Al Assad è riuscito a riprendere il controllo di buona parte del territorio, resistono ancora intere aree fuori dal controllo di Damasco. A partire dalla provincia di Idlib, teatro dei combattimenti di questo inizio 2020 parzialmente cessati dopo l’accordo di inizio mese tra il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan. Qui il capoluogo e diverse aree a ridosso del confine con la Turchia sono in mano alle milizie islamiste, tra gruppi filo Al Qaeda e fazioni filo Ankara. Buona parte delle sigle presenti ad Idlib hanno sancito il coprifuoco per evitare che, anche in questi territori, possa diffondersi l’epidemia. Anche perché da queste parti il sistema sanitario è praticamente inesistente, al pari che in altre zone controllate dagli islamisti nella provincia di Aleppo: anche in questo caso è stato previsto il coprifuoco.

C’è poi l’area orientale della Siria da tenere in considerazione, quella ad est dell’Eufrate che è controllata dalle forze filo curde delle Sdf. Anche qui ci si organizza in vista di un possibile dilagare del coronavirus, tuttavia i gruppi lamentano da giorni l’assenza di materiale e strutture idonee a fronteggiare una crisi sanitaria.

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