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Ozzy Osbourne,Il Principe delle Tenebre dell’Hard rock ed Heavy metal, è morto all’età di 76 anni, secondo quanto riportato dalla Bbc, che cita una dichiarazione della famiglia. Soltanto poche settimane fa, il 5 luglio, il cantante era salito sul palco di Villa Park a Birmingham per l’ultimo, leggendario concerto dei Black Sabbath, Back to the Beginning. Circondato dagli amici di sempre, dai membri originali della band (Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward) e da una schiera di artisti ispirati dalla sua musica oscura, e nonostante le limitazioni fisiche dovute al Parkinson avanzato, Ozzy ha cantato seduto su un trono, regalando ai fans di tutto il mondo un addio indimenticabile, quanto emozionante.

Non è forse un caso che se ne sia andato subito dopo quel concerto memorabile, un evento che ha mostrato al mondo che il rock non può morire. Non è fatto di selfie o canzonette usa e getta, che scalano le classifiche per svanire in poche settimane, come impone la dittatura del mercato. Il rock è arte viscerale, nata dalla sofferenza, sincera e autentica.

Dalla periferia inglese alla musica

Se ne va un altro grande protagonista della musica rock del Novecento, quella che ha incarnato i sogni e le illusioni di una generazione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale, guidando i giovani fuori dalle difficoltà della ricostruzione post-bellica. John Michael Osbourne, nato il 3 dicembre 1948 e cresciuto dai suoi genitori Jack e Lillian al 14 di Lodge Road ad Aston, periferia di Birmingham, era uno di loro. Nato in una famiglia poverissima, da ragazzo Ozzy si dedicò a lavori umilissimi, tentando anche il suicidio e finendo in carcere una prima volta per un furto con scasso (fallito), nel 1966 e poi, la seconda, per aver dato un cazzotto in faccia a un poliziotto. La musica, come scrive Joe McIver nella biografia dedicata ai Black Sabbath, era il suo unico sollievo. I Beatles la sua fonte d’ispirazione. “Non credo che nessun’altra band sia stata in grado di fare lo stesso. La gente mi chiede quanti album mi restano da fare, e io rispondo: ‘Non ho ancora fatto il mio Sgt. Pepper. Quell’album era fottutamente fenomenale'”. Quando i Beatles pubblicarono Love Me Do, nel 1962, i quattro di Aston rimasero folgorati.

1970: la nascita della leggenda dei Black Sabbath

E così, dopo i primi concerti a nome Earth e un infortunio ai polpastrelli delle dita delle mani che sembrò compromettere la carriera del chitarrista Tony Iommi, il 13 febbraio 1970 la storia della musica cambia per sempre con la pubblicazione del primo album omonimo, Black Sabbath, prodotto con un budget a dir poco risicato, che ottiene un successo immediato piazzandosi al numero 8 delle classifiche del Regno Unito e al numero 23 delle classifiche Usa.

Quest’opera leggendaria si distingue fin dalla copertina: un’immagine inquietante che ritrae una figura spettrale, forse una strega, vestita di nero, in un paesaggio autunnale nebbioso davanti al Mapledurham Watermill, nell’Oxfordshire. La traccia d’apertura, Black Sabbath, introduce un suono radicalmente nuovo: lento, cupo, pesante, con rintocchi di campana che creano un’atmosfera sinistra, segnando la nascita dell’heavy metal. Il diabolus in musica – l’intervallo dissonante del tritono – diventa il marchio sonoro della band, influenzando generazioni di musicisti.

Solo otto mesi dopo, nell’ottobre 1970, i Black Sabbath pubblicano Paranoid, un capolavoro immortale che consolida il loro status. L’album contiene brani iconici come Paranoid, War Pigs e Iron Man, destinati a diventare pietre miliari del rock del Novecento. La loro musica evolve rapidamente: Master of Reality (1971) e Vol. 4 (1972) affinano il loro sound heavy, mentre Sabbath Bloody Sabbath (1973) e Sabotage (1975) incorporano elementi di progressive rock, mostrando una crescente complessità musicale. I quattro ragazzi della povera periferia di Birmingham ora sono delle star internazionali.

Il licenziamento e la carriera solista

Gli eccessi, a cui Ozzy non si è mai sottratto, si fanno sentire e pesano sugli equilibri interni oltre che sulla creatività del gruppo. E così, dopo due album mediocri come Technical Ecstasy del 1976 e Never Say Die del 1978. L’anno successivo, Ozzy viene licenziato a causa dei suoi problemi con l’abuso di alcol e droghe, che compromettevano le sue prestazioni e creavano tensioni all’interno della band. Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward decidono di sostituirlo con Ronnie James Dio, ex cantante dei Rainbow, per l’album Heaven and Hell (1980).Le loro strade si incroceranno di nuovo in occasione del Live Aid del 1985 e delle successive reunion degli anni Novanta e del 2013.

Come scrive McIver, il licenziamento del 1979 è un durissimo colpo per Ozzy, il quale passa alcune settimane, o forse anche mesi, in una camera d’albergo, ubriaco e drogato. A salvarlo la sua futura moglie, Sharon Arden, che diventa anche la manager dell’artista. Inizia una nuova, fortunata, carriera solista che porta l’artista di Birmingham a pubblicare una serie di album di grande successo di pubblico e critica come Blizzard of Ozz (1980) e Diary of a Madman (1981) con il chitarrista Randy Rhoads, genio delle sei corde alla pari del contemporaneo Eddie Van Halen morto in uno sfortunato incidente in elicottero il 19 marzo 1982.

È un periodo, quello dei primi anni Ottanta, dove non solo Ozzy dimostra di potercela fare anche senza i suoi ex compagni ma nel quale si consolida l’immagine di Re dell’Heavy Metal, nonché di re degli eccessi di ogni tipo, anche sul palco. Tant’è vero che in alcune date decide di prendere di mira il pubblico lanciando contro la folla fegati di vitello e intestini di maiale; i fans risposero rapidamente lanciando contro il cantante rane vive, serpenti e persino gatti. Fino al 20 gennaio 1982, quando durante un concerto in Iowa un fan lancia un pipistrello vivo sul palco. Il cantante, credendo si trattasse di gomma, gli strappa la testa a morsi.

Scomparso Rhoads, Ozzy si farà accompagnare, nel corso della sua carriera, da altri chitarristi del calibro di Jake E. Lee (Bark at the Moon e The Ultimate Sin) e, successivamente, da Zakk Wylde in album altrettanto riusciti e fortunati come No Rest for the Wicked (1988) e No More Tears (1991) oltre all’ottimo Down to Earth (2001).

Per tutta la mia vita ho oltrepassato il limite/ Non so che cosa sto facendo,
Tutto quello che so è che non voglio fermarmi
“cantava Ozzy in questo brano del 2007.

È così, Ozzy non si ferma. La morte si dissolve al cospetto della sua musica, un’eco che lo consacra all’eternità.

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