La morte di Shannon Doherty è stata accolta con una coltre di malinconia da una generazione, quella dei Millennial, che fece di Beverly Hills 90210 una serie cult negli anni Novanta, molto prima di Netflix. Frutto del genio di quel caterpillar di Aron Spelling (che infilò di straforo la figlia nel cast, Tori), è andato in onda per dieci anni su Italia 1: Happy Days ai tempi dell’Aids, titolò La Stampa nel 1992, mettendo a confronto questi giovani inquieti con Fonzie, i suoi amici impomatati e le ragazze dalle gonne a ruota.
Beverly Hills raccontava la storia di gruppetto di ragazzi della jeunesse dorée del celebre quartiere di Los Angeles, ognuno alle prese con il difficile mestiere di crescere. Nella serie tutto a inizia quando i gemelli Brenda (interpretata dalla Doherty) e Brandon Walsh arrivano in quel di Beverly Hills da Minneapolis: figli di un white collar, devono affrontare l’inserimento in un mondo patinato, affrontando un complicato ascensore sociale che li catapulterà dalla media borghesia alla crème de la crème californiana.
Alla West Beverly High School incontreranno la maliarda e bionda Kelly, il bello (ricco) e maledetto Dylan (interpretato dal grande Luke Perry, scomparso prematuramente nel 2019 a causa di un ictus) che farà innamorare la giovanissima Brenda, andando a dipingere uno degli amori più burrascosi della piccolo schermo degli anni Novanta. Attorno a loro il dj imbranato David, la svampita Donna, la secchiona Andrea, Steve il combinaguai.
Quando Beverly Hills uscì in Italia nel 1992, apparve come uno show concepito tutto per i giovani. Non a caso approdò sulla tv commerciale, quando le reti generaliste proponevano poco per gli adolescenti se non la fortunata serie de I ragazzi del muretto che, tra il 1991 e il 1996, sembrò rappresentare un surrogato italiano e meno patinato dello show di Fox. Ciò che brillava in Beverly Hills non era solo il sapore americano, ma quei temi che non erano ancora sdoganati tra gli adolescenti italiani, né a scuola né a casa. Così, nelle camerette tappezzate di poster e di adesivi della copertina di Cioè, ci si divideva tra team Brenda e team Kelly. Gli episodi venivano seguiti quasi di nascosto da genitori troppo severi che lo avrebbero bollato come “non adatto ai minori”, stando pronti a cambiare canale di fronte a qualche limone troppo spinto.
In Beverly Hills, invece, i genitori facevano solo capolino, perennemente contestati, inadatti a comprendere. Perennemente in cerca di un posto al sole, chi passando da un compagno all’altro, chi incastrato con la malavita, chi alle prese con le dipendenze, chi ossessionato carrierista, chi nel mezzo di divorzi violenti e disastrosi. I figli adolescenti, alle prese con un’indipendenza eccessiva per la loro età: chi arriva all’altare appena dopo il diploma, chi alle prese con gravidanze indesiderate, chi vive addirittura da solo-i tassi di “minori emancipati” negli Usa sono da sempre altissimi-, chi si occupa di genitori alcolizzati. Un ritratto del disagio che ancora oggi, 34 anni dopo (sigh!) resta fedele all’America di oggi.
Sebbene la seria si presentasse sulle prime leggera e scanzonata, tra tavole da surf, jeep per sedicenni, balli di fine anno e armadietti nei corridoi della scuola, Beverly Hills ha raccontato soprattutto i drammi di una generazione in un’America in transizione tra il post-reaganismo e gli scampoli del secolo. Quando debuttò su Fox, nell’ottobre 1990, la serie faceva parte di una strategia precisa della rete per abbassare l’età media dei suoi telespettatori: era il secondo progetto di questo tipo dopo l’idea dei Simpsons, che avevano debuttato nel gennaio dello stesso anno.
Un teen drama ma non solo, lanciato in via sperimentale in prime time, cambiò le abitudini di una generazione. La stampa americana raccontava che nei college vennero quasi eliminate le lezioni del tardo pomeriggio perché le aule si svuotavano all’imbrunire: gli studenti, infatti, si affrettavano a correre per tornare a casa e accendere la tv. Un mix geniale tra melodramma e realismo: lo show toccava efficacemente i problemi degli adolescenti che passano dagli spensierati giorni dell’infanzia alla vita da adulti. Solo per citarne alcuni, in un episodio i ragazzi combattono per i distributori di preservativi a scuola, perdendo la battaglia contro il consiglio scolastico: un tema che mandò in crisi i bacchettoni della stessa Fox e i suoi inserzionisti; Dylan è un ex alcolizzato in via di recupero.
Brenda è alle prese con gli alti e bassi della storia d’amore con quest’ultimo, vive il tormento della prima volta con lui, impaurita dall’idea di restare incinta (e la relativa parentesi sulla contraccezione) e di contrarre l’AIDS, tanto da chiedergli di fare prima un test.
Il fratello gemello Brandon si innamora di una coetanea ragazza madre; Kelly soffre di anoressia, verrà iniziata all’alcol e alle droghe da un artista di cui si innamora e subirà uno stupro nella nona stagione. Andrea viene perseguitata dallo stigma della ragazza ebrea e dunque necessariamente ricca fino al midollo. David combatte con la depressione e la sua salute mentale. C’è spazio anche per il problema delle armi, sebbene affidato a un personaggio secondario: uno dei momenti più inquietanti di Beverly Hills è, infatti, quello in cui Scott muore mentre festeggia il suo 16° compleanno. Nell’episodio, il ragazzo sta giocando con la pistola del padre, quando accidentalmente spara e si uccide.
Nonostante fosse stato concepito per far identificare i giovani americani nei personaggi, lo show non è stato di certo esente da un certo moralismo all’americana. Dopo lo spavento per una presunta gravidanza, Brenda annuncia ai suoi genitori: “Immagino che al momento non sono ancora pronta per una relazione sessuale“. E ancora, in un momento in cui l’AIDS era diventata una delle principali cause di morte tra gli americani di età compresa tra 25 e 44 anni, la serie continuava a rappresentare il malato esclusivamente come un solitario maschio bianco omosessuale che muore in una fredda stanza d’ospedale. Una rappresentazione inappropriata che ignorava i cambiamenti demografici dell’epidemia, rafforzando lo stigma associato all’omosessualità.
Speranza, questo il termine con cui molte analisi sociologiche sulla serie ne giudicavano le trame. Sì ai momenti polpettone e al realismo estremo, ma la soluzione “felice” giungeva sempre, prima o poi. Non è stato così per Brenda-Shannen, che si è ammalata del male del secolo che non le ha lasciato scampo, cinque anni dopo Dylan-Luke. Rimarranno per sempre belli e giovani su certi armadi, in vecchie camerette vuote, tappezzate di poster.