Jurgen Habermas è morto a 96 anni a Stanberg, in Baviera, e con lui se ne va uno degli ultimi intellettuali pienamente europei, uno dei pensatori che hanno contribuito a plasmare la visione culturale dell’Europa odierna e hanno attraversato il periodo della lunga anomalia del continente in pace, dal 1945 a oggi, costruendo modelli teorici e interpretativi oggi sfidati dal crepuscolo di questa stagione.
Cresciuto sulla scia di Max Horkheimer, Theodor Adorno e gli altri grandi della Scuola di Francoforte, Habermas, che proprio a Starnberg ebbe una parte fondamentale della sua carriera presso l’Istituo Max Planck, andò oltre i propri maestri, figli di una cultura neo-marxista e in larga parte progenitrice della postmodernità, provando a costruire un paradigma narrativo, filosofico e sociale per leggere tanto le grandi democrazie industriali del post-Seconda guerra mondiale quanto il ruolo delle società civili in Europa e dell’Europa nel mondo segnato dal bipolarismo e da un’inedita fase di pace figlia della sconfitta dell’intero continente nei due conflitti globali.
Da questo, Habermas derivò una serie di concettualizzazioni teoriche e di visioni estremamente positive sul trend emancipatorio della democrazia, sul rapporto tra uomini e istituzioni di fronte alle contraddizioni delle società industriali e le rivendicazioni delle masse, sulla possibile coniugazione tra socialismo e democrazia e, soprattutto, sul ruolo dell’Europa. Questo pensatore figlio del trauma tedesco del 1945 e della rovinosa rottamazione dei nazionalismi con la sconfitta bellica, è stato a pieno diritto tanto un figlio del suo Paese natale (era nato a Dusseldorf nel 1929) quanto dell’Europa. Posizionandosi come intellettuale paneuropeo a pieno titolo.
L’ex militante della Gioventù Hitleriana vaccinato contro il nazionalismo introdusse concetti come quello di “potenza civile” e “patriottismo costituzionale” in Germania e, nota il New Statesman, credeva fortemente in un progetto emancipatorio europeo, in grado di affermarsi come forza economica, democratica e normativa, ritenendo “la Germania particolarmente adatta a un ruolo di avanguardia in un progetto politico post-nazionalista”. In quest’ottica, non era un iconoclasta, come dimostrato dal ricco confronto di inizio secolo col futuro Papa Benedetto XVI: Ratzinger e Habermas, pressoché coetanei, entrambi grandi pensatori tedeschi ed europei, erano accomunati dalla volontà di leggere nella trama di un mondo nuovo gli equilibri in mutamento e le dinamiche in sviluppo in un contesto globale che lasciava l’Europa spesso sperduta.
Habermas ha creduto sinceramente e con forza, al fatto che l’anomalia degli ottant’anni di pace iniziati nel 1945 per l’Europa occidentale potesse diventare una nuova normalità perenne; ha provato a vedere nell’Unione Europea lo strumento capace di realizzare la “pace perpetua” di Immanuel Kant; ha valorizzato la società civile europea come fulcro del pensiero globale e come modello democratico anche negli ultimi tempi della sua vita. Ha difeso l’integrazione monetaria europea e figure come Emmanuel Macron in nome di un comune afflato europeo, ma ha anche scritto profonde riflessione ricche di dilemmi sul percorso dell’Europa post-Guerra in Ucraina. Non amava il riarmo come strumento di riaffermazione globale dell’Europa, né men che meno apprezzava Donald Trump e la sua visione del mondo, temendo la forma di unità europea che si sarebbe potuta costruire in opposizione.
Scrisse Habermas su ResetDoc nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina:
Il dilemma che ha costretto l’Occidente a scegliere tra due mali –
la sconfitta dell’Ucraina o l’escalation di un conflitto limitato in una terza guerra mondiale – è chiaro. Da un lato, la Guerra Fredda ci ha insegnato che una guerra contro una potenza nucleare non può più essere “vinta” in alcun senso ragionevole, almeno non con i mezzi della forza militare nei tempi ristretti di un conflitto aperto.
E, ancora, lo scorso anno, dopo il secondo insediamento di Trump, in riferimento a ReArm Europe:
Posso difendere le ragioni politiche che ho citato per giustificare il rafforzamento di una forza di deterrenza militare comune dell’UE solo a condizione che si compia un corrispondente ulteriore passo verso l’integrazione europea. L’idea su cui si fondava e si espandeva la vecchia Repubblica Federale Tedesca dovrebbe bastare a giustificare questa riserva: cosa ne sarebbe dell’Europa se lo Stato più popoloso ed economicamente più avanzato al suo centro diventasse anche una potenza militare di gran lunga superiore a tutti i suoi vicini, senza un impegno costituzionalmente vincolante per una difesa e una politica estera europee comuni, basate su decisioni a maggioranza?
Habermas fu l’araldo di un’Europa che non esisteva più anche negli ultimi mesi della sua vita. La sua profonda riflessione sul Vecchio Continente come potenza morale ed economica non lo portava ad accettare l’idea che si potesse tornare al trauma che ne aveva contraddistinto la formazione a partire dal lontano 1945.
Habermas è morto nel momento storico in cui è maggiormente messa a repentaglio l’architrave del suo pensiero: l’idea emancipatrice della democrazia e dell’Europa; l’Ue come istituzione progressiva e strutturalmente destinata a essere modello storico; il ripudio della guerra nel continente che un conflitto dopo l’altro era stato retrocesso da centro a periferia del pianeta. Capisaldi che vengono meno nel periodo in cui è venuto a mancare colui che potremmo definire come l’ultimo araldo di un’Europa che non c’è più e l’ultimo intellettuale europeo del Novecento a tutto tondo.
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