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George Foreman ha raggiunto il suo amico-nemico Mohammad Alì. Un gigante, il campione che ha combattuto contro il tempo e lo ha battuto più di una volta. A 76 anni, la famiglia ha annunciato la morte di “Big George” con un comunicato diffuso sui social: “Predicatore devoto, marito devoto, padre amorevole e orgoglioso nonno e bisnonno, ha vissuto una vita caratterizzata da fede incrollabile, umiltà e determinazione“.
Solo pochi mesi fa, avevamo raccontato proprio dalle pagine di Insideover i 50 anni di Rumble in the jungle, lo storico incontrò Alì-Foreman allo stadio di Kinshasa: un evento che fece non solo la storia dello sport, ma la storia del mondo stesso, cucendo insieme la politica estera americana, la lotta per i diritti civili e la coda dei grandi movimenti di decolonizzazione. Se Alì aveva fatto della Nation of Islam la sua “patria”, rifiutando di andare a farsi ammazzare in Vietnam, Foreman era un fierissimo americano da bandiera.

La carriera folgorante di Foreman

Nato il 10 gennaio 1949 a Marshall, Texas, e cresciuto nei quartieri difficili di Houston, Foreman aveva trovato nella boxe la sua via di riscatto grazie al programma Job Corps. Si trattava di un progetto di formazione e istruzione professionale finanziato dal governo federale degli Stati Uniti, creato nel 1964 come parte della “War on Poverty” dell’amministrazione Johnson. Il talento era puro, la potenza devastante, e nel 1968 i tempi erano già maturi per l’oro olimpico ai Giochi di Città del Messico, aprendo la strada a una carriera professionistica che sarebbe entrata nella leggenda. Da quel momento, la sua ascesa tra i giganti della boxe fu inarrestabile.

Il 22 gennaio 1973, davanti al mondo intero, demolì Joe Frazier in soli due round, mandandolo al tappeto sei volte e conquistando il titolo mondiale dei pesi massimi. Foreman era un colosso dal pugno esplosivo, un dominatore assoluto del ring. Dal punto di vista tecnico lui e Alì non potevano essere così diversi: il secondo era un concentrato di rapidità, gioco di gambe e finezza, mentre Foreman vinse la maggior parte dei suoi match come fece contro Frazier: con una potenza devastante nei primi round. Ma il 30 ottobre 1974, nel leggendario match, la storia prese una piega inaspettata. Contro Ali, Foreman martellò il suo avversario con colpi pesantissimi, ma Alì seppe incassare, aspettare e colpire nel momento giusto, lasciando Foreman al tappeto e privandolo della corona.

Il Foreman predicatore e il ritorno sul ring

Quella sconfitta segnò un prima e un dopo nella sua carriera. Dopo alcuni tentativi di riconquistare il titolo, nel 1977, all’età di 28 anni, Foreman si ritirò dopo un incontro contro Jimmy Young, segnato da una crisi mistica che lo portò a cambiare vita. Per dieci anni si dedicò alla predicazione e alla sua comunità religiosa, diventando pastore e fondando la Church of the Lord Jesus Christ a Houston. In quel momento, sembrò che il suo capitolo nel pugilato fosse chiuso per sempre. Ma Foreman non era un uomo qualunque.

I due non avrebbero mai dovuto essere amici dopo l’incontro in Zaire. Ma nel 1976, Alì chiamò Foreman al telefono, cosa che non era mai accaduta prima. “Non so come abbia avuto il mio numero”, raccontò Foreman, “Mi chiamò e mi fece fatto i complimenti per circa venti minuti, quindi sapevo che c’era qualcosa che non andava. E disse, ‘George, potresti farmi un favore? Vogliono farmi combattere contro Ken Norton per difendere il mio titolo. Per favore, combatti contro Ken Norton per me. Non posso batterlo. Lui ha paura di te, ma io non posso batterlo.'” Foreman aveva combattuto Norton una volta e lo aveva sconfitto. Alì aveva combattuto Norton due volte, entrambe nel 1973, e aveva perso il primo incontro, vinto il secondo. Alì finì per combattere Norton per la terza volta il 28 settembre 1976, e vinse per decisione unanime. Foreman non combatté più contro Norton, ma tornò alla boxe nel 1987, proprio su incoraggiamento di Alì. Quell’anno, all’età di 38 anni, scioccò il mondo annunciando il suo ritorno sul ring.

Sembrava impossibile, ma lui aveva un obiettivo chiaro: riconquistare il titolo mondiale. Combattendo contro avversari molto più giovani, dimostrò che la sua potenza era ancora intatta e che il tempo, per lui, non era affatto un ostacolo. La notte del 5 novembre 1994 entrò nella storia: a 45 anni, con un solo pugno ben assestato, mise KO Michael Moorer, riprendendosi la cintura mondiale dei pesi massimi, e diventando il campione più anziano della categoria. Un’impresa senza precedenti, il definitivo sigillo su una carriera leggendaria.

Dalla Foreman grill all’ultimo match

Ma Foreman non ha vinto solo sul ring. Nel 1994, la sua carriera lo portò dai pugni all’impresa economica geniale: la George Foreman Grill, un elettrodomestico per cucinare in modo salutare. Sembrava un semplice affare pubblicitario, ma si rivelò un colpo da maestro: la griglia ha venduto oltre 100 milioni di pezzi tra gli americani impallinati di manie healthy e televendite, trasformando Foreman in un imprenditore di successo e fruttandogli guadagni ben superiori a quelli ottenuti con la boxe. Cinque matrimoni, padre di 12 figli, cinque dei quali chiamati George (George Jr., George III, George IV, George V e George VI), ha sempre messo la famiglia al primo posto. E non ha mai dimenticato chi aveva condiviso il ring con lui: negli anni, ha aiutato economicamente Muhammad Ali, il suo storico rivale, dimostrando che la vera grandezza non si misura solo con i titoli vinti, ma con i gesti fuori dal quadrato. Foreman fu molto più capace nel trasformarsi in un brand, potendo vivere della sua fama: Alì questo non lo aveva capito. Ci volle fino al 2006, quando Ali aveva 64 anni, per trarre davvero profitto dalla sua riconoscibilità. Vendette l’80% dei diritti sul suo nome e sulla sua immagine a CKX per 50 milioni di dollari (la società detiene anche i diritti sul nome di Elvis Presley): fu Foreman a supportarlo quando arrivarono i primi problemi finanziari.

Dopo l’ultimo, amaro, incontro del 1997 contro Shannon Briggs, George Foreman salutò per sempre la boxe. La sua carriera, un’epopea di forza e determinazione, si chiuse con un impressionante bilancio: 76 vittorie, di cui 68 per knockout, e soltanto 5 sconfitte. Lo stesso anno, alla consegna dei Premi Oscar 1997, il documentario When We Were Kings, dedicato allo storico incontro in Zaire, causò la standing ovation del pubblico di blasonati della macchina da presa. I due campioni vennero chiamati sul palco tra gli applausi. Il morbo di Parkinson si stava mangiano Alì, che ebbe difficoltà a salire sul palco. A sostenerlo, con tocchi di premura, c’era proprio George Foreman, l’uomo.

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