A Wuhan, in quarantena dallo scorso 23 gennaio, lo scenario è drammatico. Il nuovo coronavirus continua a correre veloce e le autorità non riescono a tenere il suo passo. Ogni giorno bisogna fare i conti con migliaia di pazienti contagiati in più e decine di morti. Il sistema sanitario cinese, soprattutto nella “città infetta” e nelle aree limitrofe, è sottoposto a pressioni difficilmente immaginabili.

Tra le numerose testimonianze che arrivano dal ground zero dell’epidemia ci sono particolari che mettono i brividi: medici che scarseggiano, mascherine ormai esaurite, strade vuote, persone barricate in casa, droni che vigilano affinché nessuno giri senza permesso. E ancora: circolazione di auto private sospesa, mezzi pubblici bloccati e libertà di uscire dalle proprie abitazioni limitata al minimo indispensabile.

Eppure, nonostante le misure draconiane adottate dal Partito Comunista cinese – e, aggiunge Pechino, necessarie – l’ombra del Covid-19 continua ad estendersi su tutta la Cina. La scelta di sacrificare una provincia per limitare il rischio contagio non basta. O meglio: l’extrema ratio deve essere accompagnata da misure ancora più severe di quelle attualmente in vigore.

Nervi a fior di pelle

Se da un lato, a Wuhan, le autorità hanno iniziato le disinfestazioni di massa spargendo una soluzione di acqua e candeggina sui luoghi pubblici, dall’altro l’occhio vigile dei funzionari è pronto ad abbattersi sui cittadini che non rispettano i diktat provenienti da Pechino. Il clima è teso e i nervi a fior di pelle.

I malati, stando a quanto riferito dal New York Times, vengono cercati nelle case e, a uno a uno, trasportati in centri improvvisati: palestre, palazzetti dello sport, stadi, sale congressi. I soggetti vengono messi in quarantena, anche se, a quanto si dice sul social cinese Weibo, l’assistenza nei loro confronti sarebbe assai scarsa. L’atmosfera, insomma, è “di abbandono e paura” – prosegue il quotidiano statunitense – e la convinzione che Wuhan e la provincia dello Hubei siano state sacrificate per il bene del Paese inizierebbe a pesare sulle spalle dei residenti.

A proposito della maxi quarantena, era difficile agire in maniera diversa. Senza un vaccino, hanno spiegato vari esperti, la soluzione migliore coincideva con quanto fatto dalla Cina: sigillare la zona infetta nel tentativo di circoscrivere il più possibile il focolaio in una data area. I numeri, d’altronde, parlano chiaro. A Wuhan, 11 milioni di abitanti, il tasso di letalità del coronavirus è salito al 4,1% mentre nello Hubei, 50 milioni, arriva al 2,8%. Lo stesso valore calcolato nel resto della Cina è pari a 0,17%.

Misure ancora più drastiche e medici infetti

Tornando alla vita quotidiana di Wuhan, la quarantena ha costretto le famiglie prima a non poter più uscire (o entrare) in città, poi a non poter lasciare neppure le rispettive abitazioni. Questo ha complicato e non poco la situazione, visto che recuperare medicine, strumenti medici e perfino il cibo, diventa sempre più difficile. La minaccia che si fa sempre più viva, infatti, riguarda adesso il rischio di una carenza alimentare di beni di prima necessità.

Le autorità, in ogni caso, non guardano tuttavia in faccia a nessuno. La vicepremier Sun Chunlan ha visitato Wuhan e ha dichiarato che il Paese si trova “in uno stato di guerra” e che “non ci devono essere disertori o saranno inchiodati al palo della vergogna della storia per sempre”.

Le ultime misure prevedono che i medici passino casa per casa per misurare la temperatura degli abitanti e interrogare le persone con cui sono entrati in contatto gli eventuali malati. Gli infetti, come detto, vengono messi in quarantena. Eppure, secondo alcuni esperti, radunare molti malati in simili dormitori può essere rischioso per la diffusione di altre malattie, come ad esempio la tubercolosi.

Dulcis in fundo, negli ospedali di Wuhan stanno finendo farmaci e mascherine. Non solo: stando a quanto riferisce il South China Morning Post, ci sarebbero almeno 500 persone del personale sanitario, medici compresi, contagiate dal coronavirus. Le autorità hanno intimato ai medici della città di non rilasciare dichiarazioni pubblici. L’emergenza continua.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME