Dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19 a oggi, a Wuhan, primo epicentro noto dell’emergenza sanitaria, potrebbero aver contratto il Sars-CoV-2 oltre mezzo milione di residenti. Un numero, questo, dieci volte superiore a quello ufficialmente dichiarato. A rilevare la singolare discrepanza, uno studio realizzato dal Chinese Center for Disease Control and Prevention (CDC), basato su un campione di 34mila abitanti del capoluogo della provincia dello Hubei, di Pechino, Shanghai e delle province di Guangdong, Jiangsu, Sichuan e Liaoning.

L’obiettivo della ricerca era quello di stimare con estrema precisione i tassi di infezione da Covid-19 in Cina. Il complesso lavoro, condotto prelevando campioni di sangue, ha rilevato la presenza di anticorpi nel 4,43% dei residenti di Wuhan. Ricordiamo che nella megalopoli vivono circa 11 milioni di persone e che, al 29 dicembre, le cifre ufficiali della Wuhan Municipal Health Commission riportavano 50.354 casi confermati di contagio.

I numeri della ricerca, al contrario, suggeriscono che i contagiati possano essere stati almeno 500mila. Continuando a leggere il documento, notiamo come la percentuale si abbassi notevolmente fuori da Wuhan. In altre città dell’Hubei, infatti, solo lo 0,44 per cento delle persone che hanno partecipato allo studio ha sviluppato anticorpi al coronavirus. Fuori dalla provincia, gli anticorpi sono stati rilevati in appena due persone su 12 mila.

Quanti contagi?

Leggendo lo studio cinese è possibile interrogarsi sul reale numero delle infezioni rilevate a Wuhan. A detta di Yanzhong Huang, esperto di salute pubblica del Council on Foreign Relations, citato dalla Cnn, la ricerca rifletterebbe un problema di sottostima dei contagi durante il picco dell’epidemia. Per quale motivo? Difficile dare una risposta esatta. Altrettanto difficile immaginare che Pechino abbia volutamente nascondere i dati, a pandemia ormai esplosa. Molto più probabile, come d’altronde ha ipotizzato lo stesso Huang, che la sottostima possa esser stata provocata da due fattori. Quali? In parte dal caos creatosi nei primi giorni dell’emergenza sanitaria, e in parte a causa del mancato inserimento delle infezioni asintomatiche nel computo totale dei contagi.

È tuttavia importante fare un paio di precisazioni. La prima: lo studio è stato effettuato “un mese dopo che la Cina conteneva la prima ondata del Covid-19”. Dunque, a fine primavera. La seconda: il CDC ha diffuso i risultati del suddetto studio attraverso un post sui social media cinesi. Non sappiamo se la ricerca sia stata pubblicata anche su qualche rivista accademica. In Cina, dall’inizio della pandemia a oggi, si contano complessivamente 87mila casi e 4634 decessi. Un numero probabilmente sottostimato per i motivi sopra menzionati.

Un problema comune

Al netto di tutte le speculazioni, nessun Paese sarà mai in grado di stabilire con matematica certezza quanti suoi cittadini sono stati contagiati dal coronavirus. Tra gennaio e febbraio, quando si scatenò l’inferno, gli ospedali di Wuhan furono invasi da pazienti febbricitanti. In città mancavano le risorse mediche necessarie per affrontare un simile evento. Quindi fu suggerito a molti cittadini di tornare a casa e isolarsi dal resto del mondo. Alcuni finirono per infettare altri membri della famiglia, altri morirono senza essere registrati nel bilancio delle vittime del Covid-10. Fu una vera e propria tragedia.

Archiviato un primo periodo infernale – contrassegnato da errori e ritardi, soprattutto delle autorità locali di Wuhan e dello Hubei – la Cina è tuttavia riuscita a bloccare la corsa del virus. Lo studio, da molti letto come un j’accuse all’indirizzo del governo cinese, contiene in verità altre informazioni interessanti. Ad esempio, i tassi di contagio nettamente più bassi in altre città rispetto a Wuhan, evidenziano come gli sforzi di contenimento messi in atto da Pechino siano stati davvero rapidi ed efficaci, a maggior ragione se confrontati con le misure varate nel resto del mondo.

La sottostima resta in ogni caso un problema rilevante. Un problema che, come detto, soprattutto nelle prime fasi emergenziali, è stato spesso causato dalla mancanza di capacità e risorse. Certo, l’amministrazione di Wuhan non sembrerebbe essere stata trasparente fin da subito, visto che i funzionari locali hanno fornito al pubblico dati più ottimistici di quelli a cui avevano accesso da dietro le quinte. In ogni caso, studi sugli anticorpi condotti da ricercatori in altri Paesi hanno evidenziato come il coronavirus fosse molto più diffuso di quanto non suggerissero le statistiche ufficiali praticamente in ogni angolo del pianeta. Giusto per fare un esempio, una ricerca sponsorizzata dal Dipartimento della Salute dello Stato di New York ha mostrato che, alla fine di marzo, un adulto di New York su sette aveva il Covid-19. Un rapporto, questo, superiore di dieci volte rispetto ai dati ufficiali.

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