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Società

A volte la fragilità rende campioni. Il caso di Lando Norris

Lando Norris ha vinto il mondiale ma molti tifosi non gli perdonano la sua fragilità, ma lo sport insegna proprio ad andare oltre le paure.

Il 3 novembre 2024, sul circuito di Interlagos di San Paolo del Brasile, il pilota canadese Lance Stroll esce di pista durante il giro di formazione. La pista è bagnata e le curve dell’autodromo della città di Ayrton Senna non perdonano. Come di consueto, i commissari sventolano la bandiera rossa: la partenza è abortita e occorre schierarsi per ripetere la procedura. Ma l’autore della pole Lando Norris, invece che posizionarsi nuovamente in griglia, una volta al traguardo prosegue e porta in errore anche altri piloti alle sue spalle. Lo sbaglio è quasi da principianti, ma Norris ha sulle spalle già cinque stagioni da pilota di Formula Uno. É forse quella la dimostrazione maggiore di come, messo sotto pressione, il pilota britannico rischi di compiere sviste anche grossolane.

Quell’errore Lando Norris non lo pagherà soltanto con una multa da parte della federazione. In realtà, la pena più grande per lui sarà rappresentata dall’ennesima ondata di insulti sui social. La sua fragilità, mai nascosta, ha attirato le ire e i commenti sarcastici da parte di molti. Circostanza non nuova per lui e che si è ripetuta anche nei mesi successivi.

Nemmeno il mondiale serve come “redenzione”

Poco più di un anno dopo, grazie al terzo posto conquistato nel Gp di Abu Dhabi, Lando Norris si è laureato campione del mondo. Ha così iscritto il suo nome nell’albo d’oro più prestigioso del motorsport. Circostanza che avrebbe forse potuto chiudere per sempre le diatribe sul suo talento. Chi indossa la corona di alloro infatti, indossa un qualcosa che molti nella loro carriera sportiva non riusciranno mai ad avere. Eppure, le critiche verso Norris sono state ancora una volta molto dure. C’è chi sulle pagine social del campione del mondo o della Formula Uno, ha continuato a insultarlo. Appassionati britannici, ma anche francesi, tedeschi, italiani, i neofiti statunitensi: il coro di chi ha etichettato Norris come un “campione per caso” non ha conosciuto limiti geografici e linguistici.

C’è chi lo ha paragonato a Damon Hill o a Jenson Button, altri due piloti “rei” di aver vinto “solo” un mondiale e solo perché hanno sfruttato la macchina. Il pubblico di oggi non scorda nulla e, soprattutto, non perdona nulla. Al nuovo trionfatore del circus, non viene condonato il fatto di non essere sempre stato il più veloce, né il più freddo e il più lucido. Per chi ha mostrato fragilità, è il senso di molti discorsi emersi negli ultimi giorni, non può esserci redenzione e non può esserci trionfo.

Un campione “colpevole” di non essere il più forte

Norris sconta anche un’altra pena: oltre ad essersi mostrato spesso fragile, assieme agli altri suoi colleghi ha il fardello di condividere la griglia di partenza con Max Verstappen. Ossia con colui che probabilmente rappresenta il principale talento della sua generazione. La rincorsa alla conferma dei suoi quattro titoli mondiali, ha mostrato quest’anno un Verstappen in versione “cannibale”: con un’auto inferiore, l’olandese è arrivato ad appena due punti dalla nuova corona iridata. Dunque, Norris secondo molti tifosi non è il più forte.

Eppure, lo sport è pieno di esempi in cui a vincere non è sempre il più talentuoso. Anzi, il bello di ogni competizione è che i trofei vengono assegnati semplicemente a chi arriva primo alla fine di un torneo e non a chi sulla carta sembra avere il maggior valore. Senza dubbio, Lando Norris è un pilota forte ma probabilmente non il più talentuoso. Altrettanto obiettivamente, si può affermare che la sua McLaren Mercedes quest’anno era la vettura da battere e ha dato una grande mano al pilota inglese. Tuttavia, Norris non ha alcuna “colpa” di essersi ritrovato seduto sul sedile più ambito: tra le mani ha avuto l’auto più veloce, ha battuto il suo compagno di squadra e ha portato a casa quei punti che gli hanno consentito di laurearsi campione. Ha fatto il suo quindi, ha vinto il suo di mondiale prima ancora di vincere quello assoluto.

Una fragilità mai nascosta

Nell’arrivare fino in fondo, Norris ha poi vinto la sua battaglia più grande: quella contro la pressione, la stessa che gli ha fatto compiere i suoi più gravi errori, e contro la depressione. Una malattia quest’ultima che il pilota ha confessato di aver avuto nel 2019, anno di esordio in Formula Uno. Ne ha parlato liberamente nel 2021 ed è più volte tornato sull’argomento: “Ho sempre paura del giudizio, specie quello sui social”, ha sottolineato in varie interviste.

Norris, è bene ricordarlo, ha solo 26 anni. Nonostante l’età giovane, è riuscito a guardare in faccia le sue paure e in parte a domarle. Nella fase più critica della stagione, ha commesso meno errori del compagno di squadra e ha mantenuto una certa lucidità. Ha messo, in definitiva, in discussione sé stesso e i suoi limiti per arrivare al suo traguardo. Un percorso umano e professionale tanto complesso quanto difficile, degno di un campione.

A quella marea di tifosi che non lo perdona per non essere Verstappen, per non essere il più forte e per aver spesso esternato le sue fragilità, occorrerebbe ricordare cosa si cela nella mente di un pilota dietro la superficie rappresentata dal suo casco. E occorrerebbe anche ricordare come spesso il motosport, nel corso della sua storia, ha premiato chi si è mostrato nelle sue fragilità. A Monza nel 2000, nel pieno di una conferenza stampa, Michael Schumacher è esploso in un pianto a dirotto dopo una vittoria molto sofferta. Sarà subito dopo quella gara che il tedesco andrà a conquistare il primo titolo in Ferrari, primo di cinque consecutivi.

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