Sanremo, giorno 4. Ore 01.28. Barcolliamo ma non molliamo.
La serata dei duetti, la puntata karaoke o falò sulla spiaggia, a seconda dei casi.
Ma partiamo dall’inizio: dal super ospite annunciato all’ultimo, Roberto Benigni. Una strana sensazione pervade lo spettatore: del resto “Robbberto!” nazionale è così, o si odia o si ama. Posizionato così, in cima alla scaletta, a inaugurare la serata, incastrato in un momento “facce ride” (non si sfugge mai) da retroguardia di Zelig forse non ha senso. Benigni, ammesso che abbia ancora davvero una ratio deviare dalla musica in una kermesse leggera come Sanremo, funziona solo se può fare Benigni. Ossia sovvertire le regole dell’ordine costituito comportandosi da giullare impazzito o da poeta innamorato della parola, in grado di commuovere e scuotere. Non abbiamo visto nulla di tutto questo.
Ma la gara incalza e sul palco dell’Ariston avviene qualcosa di magico. A questa classe mista di giovinastri e meno giovani, di belle voci e nativi autotune non sfugge la riverenza verso i Santi Patroni della musica italiana (e non).
Diciamolo chiaramente: il Festival di Sanremo è come una cena di gala dove tutti sono impeccabili, pettinati, controllati e pronti a recitare la parte del perfetto concorrente. A meno che non scapocci come Morgan e Bugo. Ma poi arriva la serata dei duetti, e all’improvviso la festa si trasforma in un matrimonio al Sud: si canta, si balla, ci si diverte e si piange. Oh, sì che si piange.
È la notte in cui il regolamento diventa un concetto flessibile e gli artisti si liberano dalle catene della competizione pura per concedersi il lusso di esibirsi senza paura del giudizio. Finalmente possiamo vedere chi sa davvero reggere il palco, chi osa di più e chi, invece, si incarta sul microfono come un dilettante al karaoke. Poi c’è chi come Cristiano De André che appare suo padre reincarnato, mettendo i brividi di fronte all’immortalità della voce e di tutta la bellezza lasciata in eredità da uno come Faber.
L’arte del duetto a Sanremo è una roulette russa musicale: può uscirne un capolavoro da brividi che a sua volta diventa storia o un disastro cosmico di cui si parlerà per anni. Ma è proprio questo il bello. Non c’è niente di più sanremese del prendere un pezzo storico e dargli una nuova vita, con risultati che vanno dall’inaspettatamente geniale al tragicomico.
E poi ci sono gli abbinamenti improbabili: il rocker rude con la soprano, il rapper con la star degli anni ‘80, il cantautore malinconico con il reggaeton. Perfino Topo Gigio è finito a duettare con l’adorabile alieno Lucio Corsi. Ogni volta sembra un azzardo, ogni volta finiamo per amarli (o odiarli) follemente. Ma la verità è che senza questi esperimenti, Sanremo sarebbe molto meno Sanremo.
Ma c’è una regola non scritta alla quale questo liberi tutti non sfugge: omaggiare i grandi. Ieri sera dal palco dell’Ariston sono passati Lucio Battisti, Simon and Garfunkel, Franco Califano, Domenico Modugno, Adriano Celentano, Pino Daniele, Franco Battiato, Fabrizio De André, Gino Paoli, i Righeira, Lucio Dalla, Rino Gaetano. La metà dei concorrenti non è stata nemmeno contemporanea a queste divinità. Qualcun’altro azzarda con brani piú recenti che sono comunque già storia: Cremonini, Masini, Adele…
Ma non è un caso se uno dei momenti più emozionanti è la standing ovation che l’Ariston ha tributato a Gianni Bella dopo l’esibizione della sorella sulle note de “L’emozione non ha voce”. Un amaro contrappasso per lui, sfuggito alla morte, che voce non ha più. Un gigante che ha scritto un pezzo immortale della musica italiana di fronte al quale si sono inchinati grandi e piccini.
Ma esattamente come con Benigni, non capiamo davvero perché all’1.03 arrivi Paolo Kessisoglu con la figlia Lunita a portare un brano scritto insieme per sensibilizzare sul disagio giovanile. Al di là del testo discutibile a base di banalità che rasentano Franco Arminio, ci si chiede se un messaggio così delicato, con un pubblico giovanissimo che è tornato a guardare il Festival, andasse veicolato in quel modo anodino, su quel palco e a quell’ora. Meritava di più e meglio, ma il vizietto della pubblicità progresso raffazzonata e incastrata in mezzo al gioco, Sanremo non lo perde mai.
Alla fine vincono due fuoriclasse come Giorgia e Annalisa che hanno duettato sulle note di Skyfall. Magistrali, forse troppo. International, forse troppo. C’è stato di meglio.
Tra poche ore la finale. Sipario.