Il 2 dicembre le Nazioni Unite celebrano la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, commemorando la data in cui nel 1949 fu approvata la Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui.
Ebbene, in questi tempi l’anniversario suona più come un monito che come una commemorazione: nel pieno dell’età dell’intelligenza artificiale, della competizione globale per l’innovazione, della spinta all’emancipazione dell’umanità da molte grande piaghe globali (dalla fame alla mortalità neonatale, i dati sono nettamente migliori rispetto a inizio secolo), ciò che spesso non emerge agli occhi dell’opinione pubblica è che la piaga della schiavitù non è mai stata tanto diffusa nella storia umana come oggigiorno.
I dati drammatici sulla schiavitù nel mondo
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) stima infatti che 50 milioni di persone vivano oggigiorno in condizioni di schiavitù. 28 milioni di esse sono sottoposte a lavoro forzato, principalmente dall’Africa all’Asia, e invece 22 milioni sono state forzate a contrarre il matrimonio contro la propria volontà e si trovano in una sostanziale situazione di servitù famigliare.
Nella storia umana, la schiavitù ha rappresentato più la regola che l’eccezione. Senza di essa non sarebbero esistiti i grandi sistemi imperiali, da Roma all’antica Cina, che hanno condizionato e plasmato la storia mondiale. Lo sfruttamento della schiavitù è stata una costante da parte di popoli e regni come quelli costruiti dagli Arabi tra Mediterraneo e Levante e la tratta degli schiavi ha costituito una base dell’espansione coloniale europea tra XVI e XVIII secolo.
La corsa mondiale a sensibilizzare contro la schiavitù
Dall’Ottocento in avanti, questa piaga è stata gradualmente contenuta e la Convenzione sulla Schiavitù del 1926 della Lega delle Nazioni prima e il protocollo Onu del 1949 poi hanno contribuito a diffondere le pratiche di criminalizzazione della schiavitù e del lavoro forzato in tutto il mondo. Da ultimi, il Niger (2003) e la Mauritania (2007) hanno adottato leggi anti-schiavitù. Nel 2014 il protocollo Onu contro il lavoro forzato ha alzato l’asticella del contrasto a una piaga che però prosegue.
Lavoro e traffico umano, dove emerge la piaga della schiavitù
Limitandoci al dato della schiavitù propriamente detta, cioè del lavoro forzato sotto costrizione, l’Ilo riporta che nel mondo sono stimate esserci “17,3 milioni di persone sfruttate nel settore privato, 6,3 milioni costrette allo sfruttamento sessuale a fini commerciali e 3,9 milioni costrette al lavoro forzato imposto dallo Stato” e, se da un lato “la regione dell’Asia e del Pacifico registra il numero più elevato di persone costrette al lavoro forzato (15,1 milioni)”, dall’altro “è negli Stati arabi che si riscontra la prevalenza più elevata (5,3 ogni mille persone)”. 3,3 milioni i ragazzi e bambini che vivono in questa condizione, per la metà coinvolti nell’orribile pratica dello sfruttamento sessuale dei minori.
L’economia della schiavitù, ogni anno, genera 236 miliardi di dollari di valore aggiunto illegale, segno tanto della portata della piaga quanto, visto il ridotto indotto in rapporto al numero di persone sfruttate, del fatto che spesso il lavoro forzato è utilizzato come strumento di dumping commerciale, per abbattere i prezzi di beni, prodotti e servizi. E questo ci porta a un grande paradosso dell’epoca della globalizzazione, vero e proprio Giano Bifronte che da un lato ha spinto con l’innovazione e la tecnologia a spostare su questi scenari l’enfasi della competizione economica globale e dall’altro abbattendo le barriere commerciali ha spinto sulla corsa alla conquista di vantaggi di costo ottimali la rivalità sullo scambio di merci.
L’esercito industriale di riserva
Ne risulta, dunque, una situazione in cui i moderni schiavi sono quello che Karl Marx avrebbe chiamato “l’esercito industriale di riserva” funzionale a mantenere, in diversi settori (dalla manifattura a basso valore aggiunto all’agricoltura intensiva) competitivi diversi contesti produttivi. Lo sappiamo, tristemente, in Italia con la piaga del caporalato, più diffusa forma di moderna schiavitù nella Penisola.
Il sistema economico, specie nei Paesi a più recente sviluppo, ignora la domanda semplice con cui il vescovo domenicano Bartolomé de Las Casas infilzò la persecuzione dei Conquistadores spagnoli contro gli indios delle Americhe nel XVI secolo (“Non sono forse uomini anche loro?”). Secondo i dati Ilo rielaborati dall’iniziativa Walk Free della Minderoo Foundation basata a Perth, Australia, nel Global Slavery Index quasi 5 milioni di persone in moderna schiavitù vivrebbero in Cina, principalmente nei circuiti di sfruttamento del lavoro a basso valore aggiunto nelle aree abitate da minoranze come gli uiguri.
Dalla Cina alla Corea del Nord, la mappa della schiavitù nel mondo
Il Gsi indica come nazioni più schiavili del mondo Corea del Nord, Eritrea e Mauritania, Con rispettivamente il 10,5, il 9 e il 3,2% degli abitanti in stato di sostanziale servitù (in Corea del Nord il dato equivale a 2,6 milioni di persone). Seguirebbero Arabia Saudita (2,1%) e Turchia (1,5%).
Insomma, c’è ancora molto lavoro da fare e nonostante l’inasprimento delle leggi nei Paesi del G7 e nelle altre avanzate economie del pianeta, il radicamento del problema nel sistema lo ha reso difficilmente estirpabile. “La schiavitù si nasconde nei prodotti che consumiamo: cacao, caffè, zucchero, tè, cotone, olio di palma, frutta secca, riso, tonno, carne di manzo, pelle, telefoni, computer portatili, giocattoli e minerali come oro e cobalto”, nota Iol, aggiungendo che “persino i prodotti etichettati come etici o di provenienza sostenibile spesso si basano sul lavoro minorile e forzato”.
Un mondo che avrà anche solo una persona in schiavitù sarà, inevitabilmente, un mondo più ingiusto. Dai consumatori alle aziende, dai governi alle organizzazioni internazionali, il 2 dicembre deve servire da monito a tutti gli attori sociali perché lavorino per rompere i meccanismi che alimentano o favoriscono una piaga che pensavamo relegata a un passato remoto. E invece insiste sul mondo con una forza maggiore di quella mai avuta nella storia umana.
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