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Giudiziaria

33 anni in cella, innocente: Beniamino Zuncheddu e la battaglia per la giustizia

​La vicenda di Beniamino Zuncheddu non è solo la cronaca di un drammatico errore giudiziario, ma un monito per la collettività.
giustizia

Un incubo iniziato con una drammatica irruzione della polizia nel 1991 e conclusosi con un’assoluzione con formula piena in sede di revisione («per non aver commesso il fatto») dopo 33 anni di detenzione. È questa, in estrema sintesi, la storia di Beniamino Zuncheddu, protagonista di uno dei casi di errore giudiziario più eclatanti d’Italia. Ricordiamo che Beniamino fu condannato all’ergastolo, condanna oggi annullata in sede di revisione, per l’accusa di aver commesso nelle campagne del sud Sardegna un triplice omicidio nel 1991.

​Già narrata nel libro Io sono innocente, scritto a quattro mani con l’avvocato Mauro Trogu, il legale che ha ottenuto la revisione del processo, pubblicato più di due anni fa, oggi la vicenda è tornata al centro dell’attenzione pubblica grazie al film Zustìssia, pellicola che sta registrando un ottimo riscontro nelle sale. Ma dietro i riflettori dell’editoria e del cinema si cela una ferita aperta: quella di un uomo che, nonostante il riconoscimento totale della propria estraneità ai fatti, attende ancora una reale riparazione e un risarcimento adeguato dallo Stato. Finora è stata riconosciuta solo una somma di poco superiore ai trentamila euro, per le condizioni detentive.

Un’esistenza sospesa

​Nel corso dell’intervista concessa da poco al mio canale YouTube, Beniamino Zuncheddu ripercorre la durezza della vita dietro le sbarre, trascorsa tra istituti di pena come Buoncammino e il carcere di massima sicurezza di Nuoro. Un percorso segnato da restrizioni che hanno caratterizzato anche le fasi di concessione di permessi e semilibertà, dove le possibilità di comunicare e reinserirsi socialmente erano molto contenute.

​«Ero fuori, ma sempre dentro una cella», ci ha raccontato Beniamino, ricordando le difficoltà di un reinserimento che di fatto negava persino il contatto con i familiari. Un sistema che, come sottolineato nel corso dell’intervista, spesso schiaccia chi si proclama innocente, rifiutando compromessi pur di non macchiarsi di colpe mai commesse.

La solidarietà della comunità e il ruolo della difesa

​Nonostante il dramma giudiziario, Beniamino Zuncheddu sottolinea la forza ricevuta dalla straordinaria ondata di solidarietà popolare, arrivata non solo dai cittadini di Burcei, il suo paese, e dai compagni di detenzione, ma anche da parte della polizia penitenziaria. Un sostegno umano fondamentale, così come determinante è stato il rapporto di fiducia e amicizia instaurato con l’avvocato Mauro Trogu, capace di riaprire un fascicolo che sembrava destinato all’oblio. E non dimentichiamo l’importanza dell’attenzione mediatica suscitato attorno al suo caso, grazie all’impegno, tra i tanti, di Irene Testa.

L’appello: «Nessuno sia un altro Beniamino»

​​Oggi, a circa tre anni dalla scarcerazione, la vita quotidiana di Beniamino Zuncheddu è fatta di passeggiate in campagna e dei ricordi di una giovinezza sottratta, ma soprattutto della preoccupazione per il domani. Uscito senza risorse economiche, vive attualmente coi suoi familiari, in attesa che la giustizia compia fino in fondo il proprio dovere, attraverso una riparazione economica congrua e dignitosa, prevista dall’articolo 24 della Costituzione e dall’art. 643 del codice di procedura penale, secondo cui: “Chi è stato prosciolto in sede di revisione, se non ha dato causa per dolo o colpa grave all’errore giudiziario, ha diritto a una riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna. La riparazione si attua mediante pagamento di una somma di denaro ovvero, tenuto conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno, mediante la costituzione di una rendita vitalizia. L’avente diritto, su sua domanda, può essere accolto in un istituto, a spese dello Stato.”

​La vicenda di Beniamino Zuncheddu non è solo la cronaca di un drammatico errore giudiziario, ma un monito per la collettività. Un appello affinché episodi simili non si ripetano mai più e perché lo Stato riconosca tempestivamente i propri errori, restituendo dignità e giustizia sostanziale a chi, come i tanti “Beniamini” silenziosi, ha pagato ingiustamente con la propria libertà.

Perché stando a quanto ci ha raccontato lui stesso, alla luce della sua esperienza, quello di Beniamino è un caso tutt’altro che isolato, e chissà di quanti non verremo mai a conoscenza.

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