25 aprile, Brigata Ebraica e dintorni: dietro i massimi sistemi la solita gara di provocazioni

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La notizia che a sparare, a Roma, contro due militanti dell’Anpi è stato un ragazzo di 21 anni, tale Eithan Bondi, a quel poco che si sa un classico NEET (Not in Education, Employment, or Training) italiano che si è pure definito militante della Brigata Ebraica, è di quelle che invitano i gonzi ad aprire la bisaccia della retorica e a spargerla a piene mani, anzi, a diffonderla con “il largo gesto del seminatore”, come in Matteo 13, Marco 4 e Luca 8. e come di solito fanno i nostri media. Ovviamente la Brigata Ebraica non c’entra nulla. Però ha voluto (di questi tempi forse meglio dire: dovuto) rilasciare un comunicato per ribadirlo, e altrettanto ha voluto/dovuto fare un giovane avvocato romano, omonimo dello sparatore al quale ovviamente preferisce non essere accomunato.

Ed eccoci qui, dopo tante polemiche in molti casi create dal niente, a confrontarci con la banalità. Non la banalità del male radiografata da Hannah Arendt (e sì, avete ragione, quando si affrontano certi temi a tirare in ballo la povera Arendt ci caschiamo tutti) ma la banalità del banale, l’incredibile capacità del nostro tempo di tramutare tutto, anche i temi più importanti, seri e complicati, in un brutto derby in cui l’arbitro è cornuto, era sempre rigore per noi e come si fa a non vedere quel fallo. L’ANPI è l’associazione dei palestinesi, scrive uno. Siete saponette mancate, urla un altro. E via così, di scemenza in scemenza, nella gara a chi le spara più grosse e a voce più alta.

In realtà, prima di affrontare i massimi sistemi, che se fossero materia facile forse non avremmo tutte queste guerre (che a loro volta, da qualunque lato delle barricate, sono la soluzione dello stupido), dovremmo tentare una de-scalation dell’esaltazione, o almeno distribuire dosi massicce di tranquillanti. Forse anche scegliere meglio chi facciamo comparire e parlare. Uno come Eyal Mizrahi, che va in televisione a dire “definisci bambino” commentando le stragi israeliane di Gaza, sottintendendo che i 50 mila minori uccisi o feriti nascondevano nemici di Israele, forse non dovrebbe essere in prima fila alla sfilata del 25 aprile, che è pur sempre la festa di una liberazione. E se le bandiere della Palestina non c’entrano oggettivamente nulla e possono certamente apparire provocatorie verso la componente ebraica del corteo, che dire delle fotografie di Netanyahu e di Trump, che non sembrano aver avuto grande parte nell’uscita dall’Italia dal giogo nazi-fascista?

E quindi ha ragione Davide Riccardo Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, a dire che certi insulti antisemiti sono da codice penale. Non v’è dubbio. Ma essendo persona intelligente, avrà notato che le contestazioni (legittime) e gli insulti (illegittimi) di fronte alle provocazioni degli ultras all’interno del tratto del corteo riservato alla Brigata non sono partiti da black bloc o gruppuscoli organizzati ma da comuni cittadini arrabbiati. Non penserà che l’ultima guerra di Netanyahu e Trump all’Iran, lanciata (come in Iraq 2003) in base alla panzana che l’Iran è a un passo dalla bomba atomica (cosa che Netanyahu sostiene, sempre identica, dal 1994), con tutte le difficoltà e le minacce create per l’Europa e non solo, possa rendere simpatico lo Stato di Israele? O giovare al giusto riconoscimento dei meriti storici della Brigata?

Non c’entra nulla, peraltro, anche la bandiera dello Stato di Israele, nato nel 1948 mentre la Brigata Ebraica fu sciolta nel 1946. Così come nulla ha a che fare con la Liberazione e il 25 aprile il fatto che diversi membri della Brigata Ebraica, in Italia, da Milano a Magenta, da Vado a Selvino, molto lavorassero a guerra finita per aiutare la aliya degli ebrei che, soprattutto dall’Europa Centrale devastata, cercavano di raggiungere la Palestina attraverso l’Italia. O per raggiungere e giustiziare clandestinamente gli ex nazisti colpevoli di atrocità sugli ebrei. O, anche, per armare l’Haganah, finendo sulla lista dei ricercati da parte della potenza che gestiva il mandato in Palestina, quella stessa Gran Bretagna che, dopo molte esitazioni, aveva accolto l’appello di Chaim Weizman e fondato la Brigata.

È sempre la solita faccenda: ognuno si prende il pezzetto preferito della storia, quello più bello o conveniente, e il resto si dimentica. Noi italiani, invece, non possiamo dimenticare che dobbiamo molto alla Brigata, ai 50 uomini che perse durante le operazioni sul nostro suolo, nel pur breve periodo tra il 3 marzo e il 25 aprile del 1945, e ai molti che caddero sugli altri fronti. Non è un caso se alla Brigata è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare. E a chi porta la bandiera della Palestina ai cortei del 25 aprile, non farà male ricordare un altro particolare: la Brigata non nacque “ebraica” ma, per volere delle autorità inglesi, “ebraico-palestinese”. Fu l’alto tasso delle diserzioni tra i palestinesi a farne, di fatto, un corpo specifico.

L’imperativo categorico dell’epoca, dunque, non è decidere chi ha ragione e chi ha torto, obiettivo complicatissimo che un giorno forse raggiungeremo. Prima, per avere qualche speranza, dobbiamo chiuderci tutti la terza narice, che di polemica in polemica si è ormai aperta. Come dimostrano, peraltro, anche le vicende del decreto di legge sull’antisemitismo, il modo più rozzo di affrontare un problema reale (l’antisemitismo) con uno strumento irreale (i criteri dell’IHRA, contestati anche da centinaia di studiosi ebrei). Non è una grande ambizione. Ma con i tempi che corrono è ciò che, al momento, possiamo permetterci.