È definitivamente crollato l’ultimo castello di sabbia sul quale si poggiava il Russiagate. Protagonista il tenente generale Michael T. Flynn, primo consigliere per la Sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Come riporta l’agenzia Adnkronos, la corte d’appello federale di Washington D.C. ha ordinato al giudice federale Emmet Sullivan di accogliere la richiesta presentata nelle scorse settimane dal dipartimento di Giustizia di ritirare le accuse contro l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump.

Nello specifico, tre giudici della corte d’appello hanno infatti accolto la richiesta del generale di intervenire presso il giudice che si era rifiutata di accogliere la richiesta del dipartimento di Giustizia, richiedendo un parere legale esterno contro questa mossa. Il dipartimento di Giustizia guidato da William Barr ha giustificato la richiesta di far cadere le accuse contro Flynn facendo riferimento a prove che mostrerebbero come gli agenti dell’Fbi abbiano agito con pregiudizio cercando di incastrarlo e costringerlo alla falsa testimonianza. Esulta su Twitter il Presidente Usa Donald Trump: “Grande! La Corte d’Appello ha accolto la richiesta del dipartimento di Giustizia di chiudere il procedimento penale contro il generale Michael Flynn!”

Così si sono cadute le accuse contro Flynn

Come nota The Federalist, contrariamente alle affermazioni dell’ex consigliere speciale Robert Mueller secondo cui Flynn aveva mentito agli agenti riguardo alle sue conversazioni in qualità di consigliere per la Sicurezza nazionale con l’ambasciatore russo Sergei Kislyak negli Stati Uniti, le trascrizioni declassificate e recentemente diffuse dimostrano che il tenente generale non aveva mai parlato a Kislyak di sanzioni economiche. Al contrario, Flynn aveva discusso solo delle espulsioni del personale del governo russo promulgate secondo un processo completamente diverso da quello citato da Mueller. Quelle trascrizioni declassificate suggeriscono che sono stati Mueller e i suoi pubblici ministeri, non Flynn, a rilasciare false dichiarazioni sulle conversazioni tra il tenente generale e Kislyak.

Nelle scorse settimane il Dipartimento di Giustizia ha affermato di aver concluso che l’interrogatorio di Flynn da parte dell’Fbi era “ingiustificato” e che è stato condotto “senza alcuna legittima base investigativa”. Com’è emerso nelle scorse settimane, un giudice federale statunitense ha desecretato documenti del Federal Bureau of Investigation (Fbi) che dimostrano come l’ex consigliere di Trump sia stato vittima di un “piano deliberato” del bureau allo scopo di incastrarlo. I documenti dissecretati includono una nota scritta di Bill Priestap, allora direttore del controspionaggio dell’Fbi, nel quale viene suggerita agli agenti dell’agenzia la condotta da adottare negli interrogatori a carico del generale Flynn: “Quale dovrebbe essere il nostro obiettivo? L’ammissione della verità, o spingerlo a mentire, così da poterlo processare e/o farlo licenziare?”, recita la nota.

I funzionari di Obama hanno incastrato il generale

Lo scorso 12 maggio, il direttore generale dell’intelligence nazionale Richard Grenell ha declassificato alcuni file riguardanti ex funzionari dell’amministrazione Obama che sarebbero coinvolti nel cosiddetto “complotto” ai danni dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump incastrato dall’Fbi per dei presunti legami con il Cremlino (fu, infatti, la prima grande vittima dell’inchiesta sul Russiagate).

Il caso potrebbe causare qualche grattacapo anche al candidato dei democratici Joe Biden. Come riportato da InsideOver, infatti, Joe Biden è nella lista dei 39 ex funzionari dell’amministrazione Usa che chiesero che l’identità di Michael Flynn, primo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump recentemente scagionato da ogni accusa, fosse rivelata nei rapporti dell’intelligence – un processo noto come unmasking – secondo i documenti resi disponibili a due senatori repubblicani dal direttore dell’intelligence nazionale Richard Grenell. Come ricorda l’Agenzia Nova, compaiono tra gli altri, oltre a Biden, i nomi dell’ex direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, divenuto poi uno dei più vocali detrattori del presidente Trump; dell’ex direttore dell’Fbi James Comey; dell’ex capo del personale della Casa Bianca, Denic McDonough; l’allora ambasciatore Usa in Italia, John Phillips. L’invio della lista è parte di una offensiva sempre più importante da parte dell’amministrazione Trump per far luce sulle origini dello scandalo “Russiagate”.

L’unmasking, ricorda Forbes, è un processo mediante il quale l’identità di un cittadino americano viene rivelata a funzionari governativi autorizzati poiché le informazioni che coinvolgono tale individuo sono state raccolte in operazioni di intelligence. Secondo il documento, Joe Biden ha presentato la richiesta il 12 gennaio 2017, otto giorni prima di lasciare l’incarico; una nota di accompagnamento a Grenell, firmata dal direttore dell’Agenzia per la sicurezza nazionale Paul Nakasone, specifica che ogni funzionario elencato era “un destinatario autorizzato” e che l'”unmasking” fu regolarmente approvato. L’elenco comprende anche l’ex direttore dell’intelligence nazionale James Clapper, l’ex direttore dell’Fbi James Comey e l’ex capo dello staff della Casa Bianca Denis McDonough.

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