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24.2.22, la lunga notte in cui ha avuto ufficialmente inizio, dopo anni di germogliazione, la sanguinosa ed epocale transizione dall’unipolarismo al multipolarismo. Con l’Ucraina, calvinisticamente predestinata al ruolo di martoriata terra di confine, scelta dalle grandi potenze quale trincea della loro guerra per l’egemonia globale.

21.9.22, il giorno in cui, dopo sette mesi di ostilità, Vladimir Putin ha de facto posto fine all’operazione militare speciale annunciando in mondovisione la mobilitazione parziale, immediatamente effettiva, di circa 300mila riservisti. La prima nella storia della Russia indipendente e la prima dalla Seconda guerra mondiale. Una dichiarazione di guerra totale all’Ucraina, e a latere all’Occidente, alla quale Joe Biden ha prontamente risposto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La Russia è (ufficialmente) in guerra

I russi non potranno più fingere di non essere in guerra dal 21 settembre 2022, giorno in cui Putin ha annunciato in un messaggio preregistrato trasmesso in televisione la fatidica e attesa mobilitazione parziale. Messaggio che sarebbe dovuto andare in onda la sera precedente, ma che poi è stato posticipato, forse a causa di forti screzi all’interno del circolo decisionale, e infine comunicato sullo sfondo inquietante dell’ennesima morte misteriosa di un personaggio di alto profilo: Anatolij Geraschenko.

La mobilitazione parziale avviene in quanto le difficoltà sperimentate sul campo, dall’eclatante siluramento del Moskva alla più recente controffensiva ucraina di Kharkiv, e le problematiche domestiche, in special modo l’impossibilità di proseguire oltre coi reclutamenti nei suburbi della Federazione, l’hanno resa necessaria. Ma all’opinione pubblica russa è stata presentata in maniera diametralmente opposta, ossia come una tappa prevista ed indispensabile dell’operazione militare speciale.

Il discorso con cui i russi sono stati messi a conoscenza del loro obbligo di rispondere alla chiamata alle armi è stato, per certi versi, simile ma differente all’informale dichiarazione di guerra all’Ucraina del 21 febbraio. Simile perché incensato di patriottismo, richiami storici e appelli all’unità. Differente perché intriso di maggior livore – nei confronti dell’Occidente – e perché ha sancito la rottura del contratto sociale della Pax putiniana – che, sino alla vigilia della mobilitazione, aveva evitato all’homo russicus di dover prendere attivamente parte a sacrifici e conflitti.

Alla cittadinanza è stato spiegato che “l’obiettivo di quella parte dell’Occidente [gli Stati Uniti] è di indebolire, dividere e infine distruggere” la Russia, che si vorrebbe “divisa in numerose regioni impegnate in mortali faide l’una con l’altra”. Un piano antico, risalente all’età sovietica, che, mai del tutto dismesso, verrebbe ora sbandierato alla luce del Sole – come comprovato, alla luce dei fatti, dal Forum delle nazioni libere di Russia e dai tentativi di resuscitare l’Ichkeria.

La stagione di terrorismo e separatismo nel Caucaso settentrionale, l’espansione dell’Alleanza Atlantica nell’ex patto di Varsavia e lo sdoganamento della russofobia sarebbero elementi del medesimo disegno intelligente. Con l’Ucraina come principale laboratorio dell’esperimento, da cui sarebbe risultato Euromaidan nel 2014, e oggi trasformata in un’entità genocidiaria e fornitrice di “carne da cannone”. Eventi che hanno reso l’operazione militare speciale “necessaria” e “unica opzione” possibile al fine della “liberazione dell’intero Donbas”.

Il Donbas è e resta, secondo quanto dichiarato da Putin, il principale obiettivo delle operazioni belliche. Le quali, al momento del discorso, avevano condotto alla liberazione “quasi completa” di Lugansk dai “neonazisti”, sullo sfondo del prosieguo dei combattimenti nei territori di Donetsk. Ma proteggere la nuova linea di contatto venutasi a creare, “lunga più di mille chilometri”, con l’attuale dispositivo militare non è più possibile. Occorrono più soldati. È l’ammissione implicita del passaggio da guerra offensiva a guerra difensiva e di posizione.

L’Ucraina difficilmente accetterebbe una proposta di pace, ha spiegato ancora Putin, anche perché rispondente dall’Occidente. Lo stesso Occidente che avrebbe ordinato a Kiev “di demolire tutti gli accordi” per una “risoluzione pacifica” raggiunti a Istanbul tra marzo e aprile e che, da allora, l’ha riempita di armi, intelligence e soldati. Situazione che richiede, anche alla luce dei referendum a Donetsk e Lugansk sull’inglobamento nella Federazione, di “fare tutto ciò che è necessario” per combattere l’Ucraina e “l’Occidente nella sua interezza”. Ovvero: mobilitazione parziale, aumento della produzione di armamenti e prodotti militari, utilizzo di ogni arma a disposizione dell’arsenale russo in caso di minacce concrete all’integrità territoriale della Federazione.

La Russia è, parola di Putin, in guerra con l’intero Occidente e, nello specifico, con “Washington, Londra e Bruxelles”. Occidente che avrebbe superato ogni limite, ma che non prevarrà e, anzi, verrà sconfitto. Perché è “nella tradizione e nel destino” della Russia la vittoria su quelle forze che ambiscono al “dominio globale” e minacciano di “spezzettarla e schiavizzarla”. Ammissione esplicita di ciò che si è sempre saputo, dal giorno uno del conflitto, e cioè che l’Ucraina è dove si combatte per il futuro della transizione multipolare e della stessa Russia immaginata da Putin, l’uomo chiamato, nel lontano 1999, ad arrestare il nuovo periodo dei torbidi.

La risposta di Biden

Il presidente degli Stati Uniti, parlando dal palco della 77esima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha replicato all’omologo russo con un discorso non meno infuocato, sebbene scevro di toni revanscistici, e condito di realpolitik e appelli al multilateralismo.

“Abbiamo un membro permanente del Consiglio di Sicurezza che ha invaso un suo vicino con l’obiettivo di toglierlo dalla mappa” e che agita irresponsabilmente la minaccia della “guerra nucleare” ha tuonato Biden. Il quale, però, ad un ulteriore aggravamento preferirebbe la “pace immediata”. Per paura che la guerra per procura fallisca o si aggravi, forse, oppure per necessità di copione.

Contrariamente al contenuto “unilateralistico” della proclamazione di Putin, priva di riferimenti al multilateralismo, al diritto internazionale e alla comunità internazionale, Biden ha infiorettato il proprio discorso di “idealismo pragmatico”, promettendo quasi tre miliardi di dollari per contrastare l’insicurezza alimentare globale, reiterando la convinzione che lo scontro del nostro tempo sia tra democrazie ed autocrazie ed enfatizzando, non a caso, il ruolo delle Nazioni Unite. Organizzazione di cui si dovrebbero rispettare i principi, i cui membri del CdS dovrebbero ricorrere al veto soltanto in circostanze eccezionali e della quale il capo della Casa Bianca propone di espandere il CdS.

La democrazia è “il più grande strumento che ha l’umanità per affrontare le sfide del nostro tempo” ha concluso Biden. Una conclusione che sa di ritorno al passato, il passato del Mondo libero contro l’Impero del male, e che, sommata ai preparativi di guerra estesa del Cremlino, premettono e promettono di elevare la competizione tra grandi potenze verso nuove e pericolose vette.

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