I primi exit poll (ma anche i dati reali) dicono che Marine Le Pen, anche questa volta, contenderà la vittoria delle presidenziali ad Emmanuel Macron con il ballottaggio. La “destra”, pure se il termine per il quadro politologico francese risulta improprio, si è presentata spaccata ma questo non ha influito sulle possibilità del Rassemblement National di competere con La Republique En Marche!. Anzi, secondo le prime rilevazioni statistiche, i lepenisti prenderebbero nel complesso più voti di cinque anni fa.

L’esperimento della candidatura dell’intellettuale Eric Zemmour, che già in campagna elettorale ha aperto all'”unità delle destre”, e dunque alla reunion con Marine, può essere considerato fallito: il polemista ha raccolto meno del 7% dei voti complessivi. E questo è accaduto nonostante la sua candidatura sia stata molto chiacchierata sotto il profilo mediatico. Il perché di questa differenza sostanziale risiede in più motivi. Uno tra tutti: la stratigrafia sociale.

Zemmour è stato sostenuto da quella parte di classe borghese che è esasperata dalla situazione migratoria e dalla mancanza di sicurezza nelle città. L’elettorato della Reconquete! teme davvero che l’identità francese, culturale ma anche se non soprattutto religiosa, scompaia o venga sostituita. Se l’intellettuale raccoglie i consensi degli “esasperati” e dei cattolici tradizionalisti, Marine Le Pen continua a poter contare sulla Francia dei “les miserables“, cioè sulla Francia profonda e sui tanti transalpini post-ideologici che pensano soprattutto alle problematiche di natura economica.

La figlia di Jean Marie lo sa bene ed infatti in queste ultime settimane ha insistito più sul potere d’acquisto e sui tagli alle tasse, mentre l’ex giornalista de Le Figaro si è concentrato per lo più sull’immigrazione.

Zemmour è stato espressione della corrente conservatrice dell’ex Front National che esisteva già prima e che non è mai stata maggioritaria tra i lepenisti. In precedenza del polemista, la funzione di rappresentanza dei vetero-conservatori nel Fn era attribuita a Marion Marechal Le Pen, che non a caso ha sostenuto l’intellettuale transalpino, discostandosi dalla zia Marine ed uscendo dal Rn. La stessa Marion che continua a teorizzare la necessità di uno schema che ricordi quello del centrodestra italiano per provare a scavalcare il fuoco di fila dell’ “arco costituzionale” che compare, in maniera scientifica, al secondo turno delle presidenziali.

Un altro accento, per comprendere come mai Zemmour non abbia funzionato, può essere posto sulla campagna elettorale: la Le Pen ha sfruttato, per così dire, la presenza di un candidato considerato più estremista di lei. Il fatto che il giornalista conservatore sia sceso in campo ha reso più semplice l’utilizzo di toni moderati da parte dei lepenisti. E comunque i francesi hanno potuto constatare come la Le Pen, in fin dei conti, potesse essere considerata meno anti-sistemica del solito. Questo è un altro elemento che viene tenuto in forte considerazione dalla maggior parte dei politologi e degli attori in campo.

Ultima questione chiave: Eric Zemmour non ha parlato molto di guerra in Ucraina e pandemia. Il polemista ha condotto una campagna basata su macro-temi senza scendere troppo nell’attualità. Marine Le Pen è invece scesa nell’agone, dimostrando di essere pienamente inserita nel contesto storico in cui si sta votando. E anche questo può essere stato decisivo. Del resto i francesi, stando a parecchi sondaggi, hanno dimostrato di avere sempre meno preoccupazione per le tematiche legate alla gestione dei fenomeni migratori.

In termini sintetici: Marine Le Pen e la Francia dei “miserables” esistono ancora e giocheranno una nuova partita, mentre la Francia borghese, tradizionalista e palesemente preoccupata sull’avvenire culturale resta una frangia minoritaria che non può ambire ad incarichi istituzionali di vertice come l’Eliseo. Sarà curioso adesso comprendere quale sarà la scelta di Zemmour per il ballottaggio ma tutto suggerisce che le destre, almeno queste due, possano ricomporsi.

 

 

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