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Jean Luc Mélenchon è reduce da un risultato che ha fatto parlare di sé (il terzo posto con cui ha sfiorato il ballottaggio nel doppio turno) ed ora vuole aggregare l’intera gauche per dare vita ad un cartello elettorale unitario per le prossime elezioni legislative.

Per convincere i Verdi ma anche quel che è rimasto del Partito socialista, l’ex candidato all’Eliseo sta spingendo sui temi forti che gli hanno garantito il consenso elettorale dei giovani, oltre a quello di parte del ceto medio transalpino: ecologia assoluta, certo, ma anche aumento del salario minimo ed abbassamento dell’età pensionabile.

Già nel programma elettorale dello scorso turno, Mélenchon aveva insistito sull’assistenzialismo, proponendo l’istituzione di una sorta di reddito di cittadinanza per gli universitari senza lavoro ma in possesso di titoli riconosciuti pari a circa 1100 euro, cioè una quota oltre la soglia di povertà. Il leader della France Insoumise, con ogni probabilità, riuscirà nel suo intento ed allargherà le maglie della sua formazione, compattando quel che per ora è rimasto fuori da LFI.

Il populista di sinistra parte del resto da una posizione di vantaggio che deriva dal fatto di essere l’unico fenomeno politico a sinistra rimasto in piedi: il partito ambientalista francese, a parte qualche eccezione amministrativa come nel caso di Lione, dove amministra l’ambientalista Gregory Doucet, non ha sfondato, mentre il Ps, dopo il tonfo del sindaco di Parigi Anne Hidalgo che è seguito alla disfatta di Benoit Hamon di cinque anni fa, sembra ormai disposto ad abbracciare la causa della “gauche quinoa” (come vengono chiamati i melenchoniani) pur di non scomparire del tutto.

Come fatto presente su Repubblica, Mélenchon ha stilato un elenco che è composto da dodici priorità. Sulla base di quel documento, tutta la sinistra è chiamata ad accettare o meno la proposta che potrebbe comportare una reunion indirizzata alla seconda settimana di giugno, quando i francesi voteranno i loro rappresentanti presso l’Assemblea legislativa. Con molta difficoltà Emmanuel Macron sceglierà un premier di sinistra in un ottica di coabitazione ma è certo come la France Insoumise abbia costretto il presidente uscente a basare i suoi ultimi quindici giorni di campagna elettorale per le presidenziali sull’agenda che Mélenchon ha imposto. Le legislative sono elezioni differenti ma la sinistra francese, almeno quella anti-sistema vuole continuare a svolgere la funzione di “perno”. E quella sistemica, cioè Ps e Verdi, sembra aver capito come quello de LFI sia l’unico treno disponibile.

Risulta difficile non notare le somiglianze del progetto transalpino con il MoVimento 5 Stelle italiano: pur provenendo da storie molto diverse, il left wing populism, ossia il populismo di sinistra, sta centrando la sua azione su cavalli di battaglia molto simili, a prescindere dal contesto nazionale di riferimento. Prova ne sia, oltre alla redditualità universale, la presa di posizione di Mélenchon sulla guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina: anche Giuseppe Conte, da capo grillino, ha preso le distanze della narrativa filo-atlantica dei Dem, iniziando a sgomitare per l’invio delle cosiddette armi pesanti e connotandosi, seppur in maniera meno marcata rispetto a LFI, come un critico delle scelte intraprese dal blocco occidentale.

Non a caso lo scrittore Michel Houellebec, che continua a connotare Emmanuel Macron come un presidente della Repubblica di sinistra, ha parlato di due sinistre incompatibili in una recente disamina apparsa su Der Spiegel. Una differenziazione che dipenderebbe pure dalla base sociale, con i ricchi impegnati a votare per En Marche! ed il ceto medio concentratosi invece sulla “Francia indomita”. Un fenomeno già noto negli Stati Uniti, dove tuttavia Bernie Sanders e Joe Biden continuano, per via della tradizione bipartitica, a militare nel medesimo schieramento. La sensazione è che la “nuova sinistra” stia definitivamente mettendo le sue radici in Europa.

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