È banale, ormai, osservare che accanto alla battaglia sanitaria “contro” il coronavirus si svolge una partita politica “intorno” al coronavirus. In prima linea medici e scienziati lottano per salvare le vite, nelle retrovie e nei comandi i politici lavorano per il dopo-pandemia, quando si tratterà di ricostruire ciò che intanto è crollato.

In questi giorni, la diplomazia del virus ha battuto colpi importanti. Si sono parlati Donald Trump e Xi Jinping, e subito la retorica sul virus come arma segreta (l’hanno prodotto i laboratori americani, no è un virus cinese) si è placata. Vladimir Putin ha spedito negli Usa un aereo carico di attrezzature medico-sanitarie e Trump ha pubblicamente ringraziato. Ancor di più ha fatto quando ha annunciato, col solito tweet, un prossimo accordo tra Arabia Saudita e Russia per un taglio da dieci milioni di barili alla produzione di petrolio, annuncio che ha fatto balzare in alto il prezzo del greggio che era sceso ai livelli più bassi degli ultimi diciotto anni. Ancora Trump ha avuto un lungo colloquio telefonico con Emmanuel Macron per gettare le basi di una non ancora chiara iniziativa comune.

Vale la pena notare che in pochissimo tempo Trump ha rinsaldato i rapporti con tre leader con i quali, fino a prima della diffusione del virus, regnava la tensione. Con Xi Jinping per le guerre sui dazi e sulle reciproche quote di export. Con Putin per la Siria e le sanzioni. Con Macron per l’esercito europeo (che piacerebbe al Presidente francese), la Nato (che lo stesso ebbe a definire “in stato di morte cerebrale”) e i dazi.

È chiaro, quindi, che la pandemia sta rovesciando una lunga serie di strategie, abitudini e luoghi comuni della politica internazionale. La ragione è evidente.

Non c’è leader che, in questo momento, non veda a rischio le certezze personali e l’avvenire del proprio Paese

Siamo partiti con le telefonate di Trump, continuiamo con gli Usa che, in breve tempo, sono diventati il Paese con il maggior numero di contagiati al mondo e con dieci milioni di domande di sussidio di disoccupazione. Spiegano gli esperti che i Paesi che fondano la propria economia sui commerci tendono ad avere un welfare state importante, che fa da barriera contro le crisi. Mentre un Paese con Stato poco presente, basse tasse, mercato del lavoro molto flessibile e grande peso del settore finanziario, come sono gli Usa, per la crescita dipende molto dai salari. L’impatto del virus sulle famiglie americane, a giudicare appunto dai dati sulla disoccupazione, è assai superiore a quello di una normale crisi economica e i meccanismi autoregolatori del mercato non bastano ad assorbire lo shock. Non a caso Trump ha varato in tutta fretta la manovra mammut da duemila miliardi, che a pochi giorni dall’annuncio già pare insufficiente. Aggiungiamo che in novembre gli Usa dovrebbero scegliere il Presidente e capiamo bene perché la Casa Bianca abbia messo da parte le usuali diffidenze.

Lo stesso si può dire per gli altri leader. Anche Vladimir Putin deve rispondere al virus in un momento assai delicato. Aveva da poco rivoluzionato la compagine di governo, mettendo da parte gli uomini dell’austerity e del rigore di bilancio per far posto a un gruppo di tecnocrati incaricati di applicare una politica espansiva. Nello stesso tempo aveva varato una complessa riforma costituzionale per conservare il potere a tempo indeterminato. Il virus, e le misure per combattere i suoi effetti sul sistema sanitario e su quello economico, l’ha costretto a rinviare tutto. Nello stesso tempo deve reggere la “guerra del petrolio” con l’Arabia Saudita e controllare un’inflazione che deprezza le esportazioni energetiche e agricole russe. Ce n’è più che abbastanza per mandare aiuti umanitari, che sono in realtà missioni diplomatiche, in Italia, negli Usa e in una lunga serie di altri Paesi.

La Cina è nella stessa situazione. Più che la Cina, Xi Jinping. Anche con lui si è avuta una trasformazione del sistema politico: da una leadership collettiva, a tratti lenta ma, per forza di cose, più pragmatica e moderata, si è passati (culmine del processo il 2018, quando alla sua presidenza è stato tolto ogni limite di tempo) a una leadership individuale, più rapida ma anche più ideologica e meno controllabile. Questo, ovviamente, ha creato molti scontenti nel partito. E non solo. Il denaro riversato nelle aziende di Stato ha distorto il mercato interno a danno delle aziende private della nuova borghesia cinese. Non tutti sono d’accordo sull’importanza di alcuni progetti strategici come la Nuova Via della Seta, che ha divorato investimenti per tremila miliardi di dollari. Le crisi non sono mancate (da Hong Kong allo Xiniang degli uiguri musulmani, per non parlare degli scontri commerciali con gli Usa) e la gestione del Coronavirus nello Hubei, con le iniziali omissioni e coperture, non è parsa all’altezza. Per finire, la crescita economica della Cina nel primo trimestre 2020 potrebbe essere pari a zero, cosa che non accadeva dalla metà degli anni Settanta. In breve, Xi Jinping resta l’uomo forte ma non è mai parso così debole.

Trump, Putin, Xi Jinping: ora la non belligeranza conviene a tutti. E conviene anche a Macron. Il Presidente francese aveva l’ambizione di guidare l’Europa in condominio con Angela Merkel. Ma è altresì chiaro che la crisi del virus non lascerà intatta l’Unione Europea che conoscevamo e sulla quale Macron regolava la sua corsa. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e la presidente della Bce, Christine Lagarde, sono già state azzoppate dalle loro incertezze. Molti meccanismi comunitari sono saltati, a partire dal Patto di stabilità. Di un esercito comune europeo, vecchio cavallo di battaglia macroniano, si riparlerà forse tra un secolo, mentre intanto la Nato va su e giù per il continente con le sue manovre. Il Regno Unito se n’è già andato, l’Ungheria no ma ha salutato la compagnia consegnandosi mani e piedi a Viktor Orban. Lo stagno in cui Macron nuotava a piacimento, l’Europa, si sta prosciugando. Così l’abile Presidente francese continua a perseguire accordi separati con la Germania, come quello sull’impiego del Mes (anche se in versione light, senza troppe condizioni) che era stato prima rifiutato, per aiutare i Paesi più colpiti dal virus, Ma nello stesso tempo apre una porta al dialogo con quel Trump con il quale aveva più volte polemizzato. Molto macroniano, n’est-ce pas?

È dunque il momento del liberi tutti, quello in cui i leader mollano le posizioni prima consolidate e ora vacillanti. C’è un’esigenza immediata: capire come affrontare il virus, che passa di Paese in Paese provocando ovunque le stesse reazioni e gli stessi disastri. I leader e i Paesi si parlano per scambiare (finalmente!) informazioni e, soprattutto, per arrivare il prima possibile al tanto atteso vaccino.  Ma c’è anche, in modo evidente, la ricerca di nuovi equilibrii politici. Ora il problema è capire quali saranno. E, ancor più, se potranno durare anche oltre l’emergenza sanitaria.

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