Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

La reazione di Israele dopo la strage del campetto di calcio di Majdal Shams è puntualmente arrivata, sotto forma di un bombardamento (tre missili e un drone) sui sobborghi Sud di Beirut. Il bersaglio, dicono gli israeliani, era Fuad Shukr, noto anche come Hajj Mohsin, consigliere militare di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Le autorità dello Stato ebraico dicono di considerarlo l’artefice della strage di Majdal Shams e di averlo eliminato con l’azione di ieri, che ha fatto un numero ancora imprecisato di vittime civili. Non si capisce bene perché Hezbollah avrebbe dovuto eliminare dodici ragazzini drusi del Golan, in uno dei territori che Israele occupa illegalmente da decenni. E infatti i ministri israeliani, quando si sono presentati a Majdal Shams, sono stati coperti di insulti e di grida di “assassini”. Però tant’è, il missile sul campi di calcio qualcuno l’ha tirato, i ragazzi sono morti e Israele ne approfitta.

Il punto vero, adesso, è capire se il bombardamento su Beirut è “la” reazione di Israele oppure se si tratta solo di un inizio. Nessuna delle tante cancellerie che si affannano intorno al Medio Oriente ha nemmeno provato a bloccare la reazione dello Stato ebraico. Tutte, però, stanno cercando di ottenere una reazione limitata, controllata, un po’ com’era stato nell’aprile scorso con gli attacchi-contrattacchi tra Iran e Israele. Sperando magari di convincere Hezbollah a ritirare le proprie milizie oltre il fiume Litani, che è una specie di confine naturale tra Libano e Israele. Vorrebbe dire arretrare di una trentina di chilometri e quindi ridurre le possibilità di colpire la Galilea del Nord. Purtroppo il confine politico è più a Sud e non si capisce bene perché Hezbollah dovrebbe autolimitarsi in questo modo. Nè si dice che cosa Israele vorrebbe a sua volta concedere in cambio di questa garanzia. C’è poi un ulteriore fattore: il Libano certo non vuole una guerra, l’Iran non potrebbe reggere un confronto con Israele (e gli Usa, che in caso di conflitto maggiore certo non resterebbero inerti). Ma anche Israele avrebbe grosse difficoltà a reggere uno scontro nel Sud a Gaza e contemporaneamente al Nord con Hezbollah. Dovrebbe mettere scarponi nella sabbia e non pare che l’esperienza della guerra con Hamas sia delle più riuscite.

Le forze armate di Israele fanno la voce grossa perché sanno di godere di una inattaccabile superiorità aerea e dell’appoggio delle intelligence di mezzo mondo. Per questo il capo di Stato maggiore Gallant può vantarsi del fatto che “non vi è luogo dove Israele non possa colpire”. Resta il fatto che, dopo decenni di questa superiorità, Israele vive combattendo, e non pare esattamente un grande risultato. Nè per lo Stato ebraico, che meriterebbe di meglio, né per i suoi sponsor americani e occidentali.

Questo succede per una sola e precisa ragione: perché nessuno ha avuto il coraggio e la lungimiranza politica di agire concretamente perché si avverasse quella che, a parole, tutti considerano l’unica soluzione: la creazione di uno Stato palestinese. Certo, ci aveva pensato Donald Trump con il Piano per la Palestina che accompagnò, nel 2020, gli Accordi di Abramo. Offriva ogni sorta di vantaggio a Israele e riduceva il famoso Stato palestinese a una riserva indiana. Però almeno ne parlava. Oggi la politica americana è così mal ridotta che il Congresso, pur monco di molti deputati, non si vergogna di applaudire Netanyahu che dichiara che le truppe israeliane non hanno ammazzato alcun civile nel Sud di Gaza. E la politica europea non esiste: qualche sortita di Borrell (che sta lasciando il posto di Alto rappresentate Ue per la politica estera) e le vergognose esternazioni dell’improponibile von Der Leyen sul diritto di Israele a difendersi. Mai una parola sul diritto dei palestinesi a difendersi (auspicabilmente, a essere difesi) rispetto a decenni di furto israeliano delle loro terre. Anche se tutti sanno che è lì la radice del problema. Che se non si ferma quel processo non si avrà mai non solo la pace, ma nemmeno la speranza della pace.

Mirko Marchi

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto