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Proseguendo nella nostra galleria di ritratti dedicati ai leader populisti americani, non possiamo assolutamente ignorare il più autorevole rappresentante di questa categoria, il quasi presidente degli Usa e sempre attivissimo riformatore W.J.Bryan (1860-1925), che dominò la scena politica americana per più di trent’anni: dall’ultimo decennio dell’Ottocento ai primi venti anni del Novecento. Però, nonostante la sua rilevante azione politica, oggi Bryan è stato quasi dimenticato: chi provasse, ad esempio, a cercare notizie recenti su di lui, troverebbe disponibile soltanto il documentario in Dvd prodotto una ventina di anni fa da History Channel, dedicato al cosiddetto “Scopes Monkey Trial”, che non tratta, però, argomenti politici. Riguarda, infatti, uno dei più famosi processi americani che, quasi cent’anni fa, infiammò e divise l’opinione pubblica tra Modernisti seguaci della teoria evoluzionista e Fondamentalisti, che, fedeli all’ipotesi creazionista, volevano impedire l’insegnamento delle teorie darwiniane nelle scuole pubbliche. Guidava questo schieramento, che fu sconfitto in tribunale, il tre volte candidato democratico alla presidenza e, allora, anche capo anziano della Chiesa presbiteriana negli Usa, William Jennings Bryan.

Ma Bryan, nella storia degli Usa, fu assai più importante come politico che come predicatore, dato che, per quanto eterno sconfitto alla elezioni presidenziali, fu, alla lunga, vittorioso perché il suo ambizioso programma di riforme, nel corso degli anni, anche dopo la sua morte, riuscì a cambiare davvero il mondo del lavoro e della politica.

Di antiche origini scozzesi, Bryan nacque in una famiglia schierata con il presidente democratico e proto-populista Jackson, tradizione che lui stesso contribuì a proseguire e onorare come giornalista impegnato e brillante oratore. Studente modello, diventò presto un avvocato di successo, pronto a scendere in politica a fianco dei ceti agrari e a sostegno dei movimenti bimetallisti, che volevano mantenere in circolazione anche le monete d’argento per combattere i monopolisti dell’oro, banchieri e rentiers che temevano l’inflazione più di ogni altra cosa.
Oratore infaticabile e irresistibile, Bryan fu in grado di lasciare l’avvocatura perché i suoi discorsi, a cui si accedeva pagando una tariffa d’ingresso, gli permettevano di vivere con agio e soprattutto di coltivare la passione politica che coltivava con zelo religioso. Uomo buono, onesto e appassionato, girò gli States in lungo e in largo, raccogliendo sempre vasti consensi dai ceti più umili, gli agrari del Sud e dell’Ovest e i lavoratori del Nord e dell’Est, che vedevano in lui il difensore degli oppressi e il vendicatore degli sfruttati. Problemi oggi apparentemente scomparsi dall’orizzonte politico, come la questione monetaria, venivano allora approfonditi, discussi e dibattuti in accesi e partecipati comizi, spesso colorati di complottismo, componente immancabile nella storia del populismo, come appare evidente dalle parole del leader populista Ignatius Donnelly: “L’argento che è stato accettato come moneta metallica dall’alba della storia, è stato demonetizzato per aggiungere valore al potere d’acquisto dell’oro, e l’ammontare del circolante è ridotto di proposito per ingrassare gli usurai, rovinare le imprese, rendere schiava l’industria. Un’immensa cospirazione contro l’umanità è stata organizzata su due continenti e si sta impossessando del mondo intero”. Per tutti i populisti americani, dal presidente Jackson a Bryan, bisognava difendere a tutti i costi le classi sociali “virtuose”, ovvero i contadini, gli operai e tutti coloro che producevano ricchezza con il proprio lavoro, come gli artigiani, i piccoli commercianti e gli imprenditori a livello famigliare. Il nemico principale degli “onesti” erano le banche, che, con il loro illimitato potere di manipolazione del denaro che invece apparteneva alle classi produttrici, mettevano in pericolo il codice di valori del mondo rurale e del mondo del lavoro, basato su principi di laboriosa onestà.

Eletto deputato del Nevada nel 1890, William Jennings Bryan si schierò subito a difesa dell’argento e dell’Ovest, con un discorso che infiammò il Congresso: “Da un lato stanno gli interessi corporativi, gli interessi del denaro, della ricchezza concentrata e del capitale arrogante e spietato, dall’altro le moltitudini, coloro che diedero il nome al partito democratico da lui rappresentato”. Fu il primo passo sulla strada che lo portò rapidamente a diventare l’eroe dei poveri e degli oppressi, dei dimenticati e dei non rappresentati, che lo apprezzavano e lo sostennero fino alla nomination alle elezioni del 1896, dove la sua azione aveva portato alla fusione tra Democratici e Populisti. Bryan era giovane, aveva solo 36 anni, e avrebbe dovuto sfidare una vecchia volpe repubblicana, William McKinley, governatore dell’Ohio e già deputato dal 1877 al 1891.ù

La straordinaria capacità oratoria di Bryan fu ancora una volta sottolineata dal famoso discorso che gli fece ottenere la nomina a candidato presidenziale alla Convention democratica di Chicago, discorso nel quale, con la voce ispirata del profeta, toccò tutti i temi cari ai populisti:
“Loro ci dicono che le grandi città sono in favore del gold standard, noi replichiamo che le grandi città dipendono dalle nostre ampie e fertili pianure. Provate a bruciare le vostre città e a lasciare intatte le nostre fattorie, e le vostre città saranno ricostruite, come per magia; ma provate a distruggere le nostre fattorie: allora l’erba crescerà nelle strade di ogni nazione. Se essi oseranno venir fuori in campo aperto per difendere il gold standard come cosa buona, noi li combatteremo fino all’ultimo. Noi abbiamo il sostegno delle classi produttrici di questa nazione, noi risponderemo alle loro richieste per il gold standard dicendo: Voi non potete schiacciare sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine, voi non crocifiggerete l’umanità su una croce d’oro!”. Concluso il discorso con queste parole, Bryan restò in silenzio e alzò platealmente le braccia a mimare la crocifissione, rimanendo così per alcuni lunghi secondi, per poi lasciare il podio indietreggiando lentamente, e soltanto allora la folla, che lo aveva ascoltato quasi in stato di trance, lasciò esplodere una fragorosa ed entusiasmante ovazione.

Bryan, durante la campagna elettorale, percorse 18mila miglia e tenne più di 3mila discorsi. Era riuscito a ravvivare l’ideale jeffersoniano del piccolo proprietario terriero, difensore delle virtù agrarie contro la corruzione delle grandi città. I due candidati che si contendevano la presidenza nel 1896 sembravano incarnare i simboli viventi di due miti profondamente radicati nella cultura americana: il mito del self-made man e quello del contadino attaccato alla propria terra.
Bryan giunse esausto alla vigilia delle elezioni, e il 2 novembre dichiarò che, se avesse perso, si sarebbe tolto un gran peso dalle spalle. E così fu: McKinley fu eletto con 271 voti elettorali e 7.107.822 voti popolari, cioè il 50,88%.

Immediatamente (vi ricorda qualcosa?) scattarono le denunce di brogli: intimidazioni e imbrogli alle urne, la stampa accusata di essersi fatta comprare dal partito del money power, che aveva utilizzato la più grande massa di fondi mai usati in America.

La sconfitta del 1896 significò l’inizio della fine per il People’s Party, ma non per questo segnò il tramonto degli ideali di Bryan, che si ripresentò alle presidenziali del 1900 e del 1908, e venne elevato all’importante carica di Secretary of State dal Presidente Wilson nel 1912. Si dimise nel 1915 per le sue posizioni fortemente anti-interventiste, dedicandosi sempre più alle questioni religiose che lo portarono, come scrivevamo all’inizio, a ingaggiare una battaglia legale per impedire che l’evoluzionismo venisse insegnato nelle scuole finanziate dallo Stato.

Nonostante la lunga serie di sconfitte, però, Bryan rimane un importante protagonista e una delle figure più influenti della vita politica americana, che, in fondo, non è cambiata tanto. Oggi come allora sono i grandi gruppi a dominare l’economia, a tenere i politici sul libro paga, a modellare e indirizzare la cultura di massa e i mass media. Ogni tanto si alzano voci di denuncia, che chiamano a raccolta i “deplorevoli”, purtroppo ancora destinati a una inevitabile sconfitta.

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