Il caso del 46enne George Floyd, originario della “Third Ward” di Houston e ucciso il 25 maggio a Minneapolis durante l’arresto condotto dall’agente di polizia Derek Chauvin, ha generato un’ondata di violente proteste in molte città statunitensi, con tafferugli e roghi, uno dei quali appiccato contro la stazione di polizia del Third Precint della città del Minnesota.

L’eccessiva violenza della polizia americana causa dunque un’altra vittima e per l’ennesima volta si scatenano i cosiddetti “riots“, sommosse con tanto di devastazioni di proprietà pubbliche e private, incendi, aggressioni e saccheggi di negozi.

Le dinamiche sono oramai a grandi linee sempre le stesse e fanno parte della turbolenta storia dell’ordine pubblico statunitense che spesso degenera in disordine pubblico. Il caso di Rodney King fa scuola, quando l’allora 26enne afro-americano venne massacrato a colpi di manganello e taser da un gruppo di agenti della polizia di Los Angeles che vennero poi assolti, causando così i cosiddetti “L.A. Riots” dell’aprile 1992.

Casi come quello di George Floyd e Rodney King ce ne sono purtroppo parecchi e vengono spesso relazionati a un problema di razzismo da parte della polizia statunitense, ma è realmente così? O forse la questione può essere ricollegata all’eccessiva violenza utilizzata dagli agenti ma anche della società stessa, a prescindere dal colore della pelle? Per rispondere a questa domanda è utile prendere in esame alcuni dati.

Il rapporto tra “bianchi” e “neri” uccisi dalla polizia

Uno studio effettuato dalla Statista Media Platform ha dimostrato come nel 2017 il numero di “bianchi” uccisi dalla polizia risulta essere di 457, mentre i “neri” 223; nel 2018 il rapporto scende a 399 (B) e 209 (N); nel 2019 i numeri vanno a 370(B) e 235 (N).  In poche parole, tra il 2017 e il 2019 la polizia ha ucciso 1226 “bianchi” e 667 “neri”. I dati della Statista MP confuterebbero dunque la teoria secondo cui la polizia uccide più afro-americani.

Un caso noto di “bianco” ucciso dalla polizia è quello di Daniel Shaver, ammazzato dall’agente di polizia Philip Brailsford durante il suo arresto mentre era disarmato. L’agente venne successivamente assolto e riuscì anche ad andare in pensione con tanto di “bonus” per il trauma che avrebbe sofferto in seguito all’aver ucciso Shaver. Dinamiche a dir poco allucinanti che mettono però in primo piano tutta una serie di problemi che riguardano la polizia americana e cioè la militarizzazione, l’assenza di trasparenza, l’impunità anche nei casi più evidenti di responsabilità, il ricorso alla violenza anche in situazioni che non la richiedono.

Per capirsi, Shaver venne ucciso con cinque colpi sparati con un fucile da assalto AR-15 mentre strisciava disarmato a terra, su istruzione degli agenti accorsi sul posto, nel corso dell’arresto. Secondo l’agente di polizia, Shaver aveva avvicinato la mano al fianco mentre era steso a terra (probabilmente per tirarsi su i pantaloni) e Brailsford gli aveva quindi scaricato addosso cinque colpi nel timore che stesse per prendere un’arma. Peccato che Shaver era stato trovato in possesso di un semplice fucile a pallini che aveva tra l’altro già consegnato appena arrivati gli agenti.

La violenza, spesso gratuita, della polizia americana è però documentata anche in molte altre situazioni dove cittadini vengono arrestati anche solo semplicemente per non aver messo le mani sul volante durante un “pull-over” per eccesso di velocità o per aver protestato nei confronti degli agenti. L’aggressività della polizia non risparmia neanche i minori, come nel caso di Honestie Hodges, ragazzina afro-americana di 11 anni “aggredita” da alcuni agenti vicino casa sua nel 2017 in Michigan.

Una società violenta

Più che un problema di razzismo, il problema può essere ricollegato a una società tendenzialmente violenta in un Paese dove si può essere uccisi a colpi di arma da fuoco per una “banale” rapina, per un “drive-by shooting” tra gangs, per aver suonato alla porta sbagliata nella sera di Halloween, ma si può anche essere ammazzati dalla polizia per una “banale” infrazione.

Le stesse reazioni ad aggressioni e omicidi ingiustificati da parte della polizia sfociano spesso in proteste che a loro volta degenerano in tumulti ai quali si uniscono teppisti e delinquenti di strada che approfittano della situazione per saccheggiare negozi, facendo così passare in secondo piano l’omicidio di turno e legittimando la conseguente linea dura da parte delle forze dell’ordine. Chi ha vissuto i giorni degli “L.A. Riots” del 1992 sa bene di cosa si parla.

Un’ulteriore segnale di allarme è l‘invasione del Capitol Hill del Michigan lo scorso aprile da parte di uomini armati della “Michigan Liberty Militia” che protestavano contro il “lockdown” imposto per l’emergenza Covid.

La questione del razzismo è certamente presente in alcuni contesti, ma ridurre tutto a ciò significa perdere di vista una serie di aspetti che indicano come la questione sia ben più complessa e come le cause vadano ricercate altrove.

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