Ludovica Lumer è una delle più note esperte mondiali di neuroscienze. La Lumer è una psicoanalista, che oggi lavora privatamente a New York. Dopo aver conseguito un Phd a Londra, ha lavorato presso l’Univerisity College londinese. Ha collaborato inoltre con Samir Zeki, un neurobiologo che ha fatto compiere alla scienza passi enormi per quel che concerne lo studio e la comprensione del cervello umano. La Lumer ha all’attivo una serie di prestigiose pubblicazioni. L’ultima sua opera libraria si intitola For want of ambiguity. Sono tempi – questi – in cui la pandemia pone domande nuove anche alle neuroscienze. Molti studiosi, in questo periodo, stanno allertando i governanti sulle conseguenze psicologiche di questa fase storica. Può valere per gli Stati Uniti, per l’Italia e per tutte le altre nazioni, ma è davvero così? Il Covid-19 ed i suoi effetti stanno cambiando il nostro modo di rapportarci con l’esterno e con l’interno? C’è un “cambiamento psichico” in atto? Stiamo assistendo a delle modifiche sostanziali nella psicologia collettiva? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Lumer, che dipinge un quadro che coinvolge ognuno di noi.

Professoressa Lumer, la pandemia sta modificando la psiche dell’umanità?

Ogni evento, ogni esperienza (e le emozioni ad esse legate) modificano non solo la nostra psiche, ma l’uomo nella sua essenza fatta di un sistema di cervello, mente e corpo. Ogni esperienza lascia una traccia mnestica che si deposita in noi e fa di noi quello che siamo, individui unici.

Stanno cambiando i paradigmi? L’identità di ognuno è sempre la stessa? Oppure la pandemia ci sta “sradicando”?

L’identità, il senso di sé e dell’altro, sono concetti in perenne divenire. Ci trasformiamo continuamente, ci evolviamo nel corso della vita, anche se, in un certo senso, si rimane incentrati su una nozione centrale di chi si è. Come il mondo esterno, anche la nostra identità è un costrutto del nostro cervello; il sé è il risultato della costruzione delle nostre relazioni con gli altri sé e con l’ambiente”. Il social distancing e l’isolamento hanno un impatto sul modo di organizzare il nostro essere al mondo e le nostre relazioni. Negoziare la “distanza “ e i confini tra sé e l’altro è una sfida non solo durante lo sviluppo del bambino ma anche per le persone adulte. Dalla nascita cerchiamo di delineare i confini tra le noi stessi e l’ambiente circostante. Questi confini, così essenziali per la nostra prima comprensione del mondo me – non-me, vengono trasformati e rielaborati continuamente nel corso della nostra vita mentre combattiamo per delimitazioni di ogni tipo. La pandemia ha generato confusione nella negoziazione di questi confine sé-altro. Chi sono io dipende dalla mia relazione con gli altri e con l’ambiente. Un ambiente ostile e imprevedibile, come quello di oggi, rende difficile questo compito. L’isolamento, per un animale sociale come l’uomo, è già una forma di morte. 

In che senso, secondo lei, viviamo una vita sospesa tra ordine e caos? 

Tendiamo ad organizzare ogni dettaglio della nostra esistenza, ma abbiamo bisogno di sfuggire ad una condizione di linearità temporale che inesorabilmente ci porta alla morte.  Abbiamo bisogno di finestre sul mondo che amplino la finitezza del nostro destino, abbiamo bisogno di metafore, simboli, abbiamo bisogno di sognare, abbiamo bisogno di arte, di creatività, forse anche di trasgressione. Il delicato equilibrio tra ordine e caos scardinato da nuove dimensioni spazio-temporali, dalla non linearità degli eventi e dal cambiamento, provoca l’apertura verso nuove possibilità di narrazione. La situazione attuale ci ha gettato nel caos e nell’ incertezza. Ci ha sradicato da un mondo conosciuto impedendoci di fare proiezioni e predizioni per il futuro. Stare al mondo oggi, più di sempre, richiede da parte nostra un atto creativo. L’essere umano tende a trascendere il presente e a proiettarsi verso il futuro. Un futuro incerto, come quello di oggi, àncora l’uomo nel presente con effetti devastanti sul senso di sé (identità) e sul suo ruolo nella società e nella famiglia. Noi esseri umani siamo naturalmente inclini a cercare di dare un senso, forse una forma, a tutto quello che abbiamo intorno, riconosciamo sagome di oggetti nei sassi, negli alberi, nelle nuvole, estraiamo significati dai rumori più assurdi, sentiamo richiami nei fruscii delle foglie. È la nostra condanna, la nostra smania, il nostro destino. Non riuscire a farlo genera ansia.

Esempi?

Un esempio degli effetti di ansia e paura lo troviamo negli esperimenti sul sonno dei gatti. Se si misura la quantità di sonno Rem (quel momento del sonno in cui il soggetto si “distacca” dal mondo, in cui pochi stimoli vengono percepiti dall’esterno e c’è una sorta di paralisi muscolare) nel gatto domestico e nel gatto selvatico, si vede che nel gatto selvatico la quantità di sonno Rem è di gran lunga inferiore a quella del gatto domestico. Per rilassarci e dormire abbiamo bisogno di sentirci al sicuro. E non c’è bisogno di ricordare che la privazione del sonno può causare gravissimi danni inclusa la morte.

E questo come si interseca con gli effetti della pandemia sulla psiche? 

La pandemia ha sollevato questioni di sicurezza, di trust: a chi dobbiamo credere? A chi affidarci? A cosa credere? Sono state imposte strette regole di comportamento ma non ci sono direttive su cosa accadrà, le persone sono disorientate e impaurite. Come dicevamo, ansia e paura hanno gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica (come se fossero diverse!). Durante lo sviluppo il bambino impara a riconoscere e regolare le proprie emozioni. Un ambiante caotico e imprevedibile lo impedisce. Emozioni forti e non regolate creano disorganizzazione e la disorganizzazione interferisce con lo sviluppo di un solido senso di sé, di benessere e senso di sicurezza causando forti deficit cognitivi. La pandemia e l’isolamento hanno fatto da trigger ad ansie personali molto diverse. Alcuni individui, abbandonati a se stessi sono completamente fuori equilibrio, non riescono a mangiare, a dormire, a lavarsi. Per altri invece, per esempio per persone con elevato bisogno di controllo, la restrizione del mondo è stata persino confortante, con figli a casa, lavoro da casa, tutto sotto controllo, conforto ma spesso confusione per l’impossibilità di pianificare il futuro.

Altre questioni aperte?

La riduzione del libero arbitrio, che genera una sensazione di essere impotente, ha un impatto molto forte e con degli effetti mentali abbastanza evidenti. La facoltà di poter aiutare il prossimo, di saper contenere le ansie altrui è stata messa a dura prova. L’altro aspetto è quello della distanza, con la comunicazione digitale, il distant learning e la telemedicina. Conferenze, cene e parties su zoom sono esplose durante i lockdown, incrementando una tendenza già in atto di interazione a distanza. Non avere uno spazio condiviso impatta l’esperienza empatica e del sentire insieme. Respirare la stessa aria, sentire gli stessi odori, percepire la stessa temperatura, pur restando sostanzialmente esperienze soggettive, contribuiscono a creare uno spazio esperienziale condiviso che è fondamentale per le relazioni sociali e la capacità di comprendere il prossimo.  La non condivisione dell’esperienza è smaterializzante.

Come sta reagendo la società? 

Anzitutto abbiamo assistito ad una scelta devastante: vite umane o economia. Una tragica situazione che ha solo fatto esplodere una bolla che comunque sarebbe dovuta esplodere nei sistemi capitalisti. Medici e infermieri sono stati messi a durissima prova. A New York ho fatto da volontaria per prestare supporto psicologico ai medici in prima linea: esseri umani devastati, chiamati a fare il giudizio ultimo di chi far vivere e chi morire. Ricordo una persona che piangendo mi ha detto “quanto ho iniziato a studiare Medicina, non l’ho fatto per questo”. Un medico in prima linea del New York-Presbiterian Hospital si suicidò alla fine di aprile, il padre in un’intervista disse: “Ha fatto il suo lavoro, e proprio questo lavoro l’ha uccisa”. Nessuno di noi aveva la capacità innata di affrontare tutto questo. E fatichiamo a dare un senso a quello sta succedendo. Ma come dicevamo dare un senso è vitale per l’essere umano, se non riusciamo a dare un senso, a creare una narrazione, a “farcene una ragione”,  tutti i nostri meccanismi di difesa vengono attivati. Li vediamo tutti al lavoro: dalle ossessioni al rifiuto, dall’intellettualizzazione alle fobie e persino al senso dell’umorismo. Una domanda ricorrente dei miei pazienti è stata “Quando tornerà come prima?” Una sola è la risposta possibile: mai .Non c’è un prima e un dopo, c’è un processo. Stare/essere al mondo è un atto creativo, che richiede tolleranza di ambiguità e incertezze. La vita è un processo, un’evoluzione continua alla quale, per sopravvivere, bisogna adattarsi.

Una citazione per descrivere il quadro attuale?

Esiste una citazione meravigliosa per descrivere lo stato attuale: “C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata tra le sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo, ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta”. Così scriveva il filosofo Walter Benjamin nel 1939, nelle sue Tesi di filosofia della storia, nel 1962.

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