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Da Gaza al Congo, dal Myanmar al Sudan: fonti aperte per informarsi sui grandi conflitti

Repressione armata, uccisioni di Stato, bombe di un governo verso la propria popolazione fino al genocidio di uno Stato appoggiato dall’Occidente. Sono i grandi conflitti che scuotono il mondo ancora nel 2025: Gaza, Myanmar, Sudan e Repubblica Democratica del Congo...

Repressione armata, uccisioni di Stato, bombe di un governo verso la propria popolazione fino al genocidio di uno Stato appoggiato dall’Occidente. Sono i grandi conflitti che scuotono il mondo ancora nel 2025: Gaza, Myanmar, Sudan e Repubblica Democratica del Congo (RDC), luoghi geograficamente distanti ma uniti da strategie convergenti di dominio violento e stragi di massa di civili inermi. In ciascuno di questi contesti, si assiste a un uso intensivo della forza, a strategie di pulizia etnica e punizione collettiva, a grandi fosse comuni per nascondere i crimini di guerra e a un utilizzo della propaganda come arma bellica. Comprendere le dinamiche di questi conflitti significa guardare oltre la superficie degli eventi, riconoscendo una struttura comune nella gestione della guerra e dei massacri di civili.

A Gaza, la Striscia vive da decenni sotto un blocco terrestre, marittimo e aereo imposto da Israele, esacerbato da una pulizia etnica costante negli anni che, a partire dal 7 ottobre 2023, ha prodotto il genocidio di centinaia di migliaia di vittime civili. I bombardamenti israeliani nei mesi hanno colpito sistematicamente scuole, ospedali, reti elettriche e idriche, generando una crisi umanitaria cronica e una pulizia etnica costante.

In Myanmar, dopo il colpo di Stato del 1º febbraio 2021, la giunta militare ha instaurato un regime autoritario. Le forze armate hanno intensificato l’uso della forza contro gruppi etnici ribelli e civili. I bombardamenti aerei, gli incendi deliberati di villaggi, le esecuzioni sommarie e l’uso di droni armati sono diventati parte integrante della strategia repressiva del governo attuale. Le comunità vengono punite per il semplice fatto di trovarsi in aree controllate da oppositori politici o milizie etniche, con l’obiettivo di scoraggiare la resistenza attraverso il terrore.

Il Sudan è stato invece sconvolto da un conflitto interno riesploso nel 2023 tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare derivato dalle milizie janjawid che in soli 2 anni ha portato ad un bilancio di morti di oltre 70 mila civili. Questa guerra ha causato centinaia di migliaia di sfollati, stragi di civili, distruzione sistematica di rifugi e ospedali. La violenza sessuale è ampiamente usata come strumento di guerra, soprattutto nel Darfur. Le RSF adottano metodi brutali per ottenere il controllo territoriale, colpendo centri urbani, villaggi, campi profughi e infrastrutture civili, e spesso usando la popolazione come scudo umano.

Nel caso della RDC, il conflitto si protrae da decenni. Il paese è al centro della corsa alle risorse minerarie come coltan, cobalto e rame, fondamentali per l’economia digitale globale. Il Nord Kivu e l’Ituri sono le aree più colpite, con decine di milizie attive, tra cui M23, ADF e CODECO. Queste fazioni si contendono il territorio e le risorse, ricorrendo a massacri, violenze sessuali, reclutamento forzato e attacchi a villaggi. Il controllo territoriale viene esercitato attraverso la paura e la distruzione, spesso con l’impiego di tattiche rudimentali ma altamente letali. Dal 1996 il conflitto in Congo ha prodotto oltre 6 milioni di morti civili.

Nonostante le differenze in capacità militari, interessi politici, tattiche militari, in queste stragi di massa di civili si osservano convergenze significative. In tutti questi conflitti, la distruzione deliberata delle infrastrutture civili e l’annichilimento della popolazione è una strategia chiave. A Gaza, l’assedio si accompagna alla demolizione sistematica della capacità sanitaria ed educativa. In Myanmar, l’eliminazione di scuole e ospedali nelle aree ribelli è un mezzo per impedire la ricostruzione del tessuto sociale. In Sudan e Congo, la devastazione e gli stupri di guerra sono parte della logica di conquista e controllo.

La comunità internazionale spesso risponde con indifferenza o con doppi standard. Israele gode del sostegno strategico di Stati Uniti e Unione Europea; il Myanmar mantiene relazioni con Russia, Cina e India; il Sudan è oggetto di interesse da parte di Egitto, Turchia, Emirati e Russia; e la RDC è centrale nella geoeconomia dei minerali.

Raccogliere informazioni Osint sui grandi conflitti

In questo scenario, l’Open Source Intelligence (OSINT) sta emergendo come strumento cruciale per documentare e denunciare le violenze nei teatri di massacri di guerra. Nei contesti dove l’accesso diretto è impossibile per giornalisti e osservatori internazionali, l’OSINT consente di verificare bombardamenti, crimini contro i civili e uso di armi proibite attraverso immagini satellitari, video amatoriali, e dati di geolocalizzazione. A Gaza, Airwars è un progetto di monitoraggio e di raccolta degli attacchi di Israele e delle vittime civili utile per osservare in linea temporale e su una mappa fisica tutti gli attacchi d Israele. Bellingcat analizza frame video e fotografici per identificare bombe o uccisioni sistematiche di civili e tracciarne l’impatto. Forensich Architecture ha costruito una mappa Open Source per raccogliere e stoccare le prove di genocidio di Israele a Gaza. La trovate qui. A questo link trovate invece una mappa interattiva che raccoglie altri bombardamenti e uccisioni di Israele a Gaza, categorizzandoli.


In Myanmar, Myanmar Witness, progetto Osint del Center for Information Resilience, mappa gli incendi dei villaggi e gli attacchi della Giunta militare al potere. Altri strumenti utili per il contesto del Myanmar includono il data mapper del FMI, il portale ONU, il sito Our World in Data, i database dell’OMS, dell’UNHCR, Open Development Myanmar, il database UCDP su Humdata, i dati open source di IISS che raccoglie prove di crimini in tempo reale, il progetto ACLED, il sito sull’internal displacement e i dati UN Women.

In Sudan, Sudan Witness e Human Rights Watch compilano report OSINT utilizzando dati di social media e immagini satellitari per verificare i massacri. In Congo, il Kivu Security Tracker o il Global Conflict Tracker offrono dati geospaziali in tempo reale su attacchi armati e violenze di milizie locali. Il portale di Humdata permette di esplorare dati sul numero di civili coinvolti.

Per chi volesse esplorare e raccogliere in autonomia dati sui conflitti, sono disponibili varie risorse open source: Sentinel Hub Copernicus fornisce accesso a dati e immagini satellitari, mentre Planet Labs permette l’acquisto di immagini ad alta risoluzione. Il motore di ricerca di immagini Yandex e Google Reverse Image sono utili per il fact-checking visivo, a questo link potete scoprire un’indagine di Insideover dove abbiamo utilizzato il software PimmyEyes.

L’efficacia dell’OSINT si basa sulla trasparenza delle fonti e sulla possibilità di incrociare i dati. Raccogliere informazioni prima che vengano filtrate da un’opinione o da un sistema. Informazioni che una volta esplorate diventano notizia.

Ad esempio, informazioni diventano notizia quando le immagini satellitari fornite da Maxar o Planet Labs permettono di confermare la distruzione di villaggi o quartieri. Oppure quando l’analisi comparativa di video postati su Telegram, Twitter o TikTok può rivelare armi usate, responsabili di attacchi, o dinamiche territoriali.

Nonostante ciò, l’OSINT si configura come una nuova frontiera della documentazione, sempre più alla portata di tutti grazie a molte delle fonti elencate in alto. In un mondo dove la guerra non è solo uno scontro armato ma anche informativo, saper raccogliere informazioni pure diventa fondamentale. E se i tribunali tacciono e i governi si voltano dall’altra parte, i dati, le immagini e i video raccolti in modalità open source rappresentano le nuove prove dell’accusa nella storia dei crimini contro l’umanità.

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