Repubblica Democratica del Congo, regione del Nord Kivu, regno della disperazione. Epidemie di ebola, scontri tra gruppi di insorti per il controllo del sottosuolo, campi profughi che nascono spontanei e ora, nella zona orientale del Paese africano, sono arrivate anche le prime soldataglie dello Stato islamico.

Una situazione tragica, orfana di una copertura mediatica assidua, che vede giorno dopo giorno affastellarsi problematiche dalla portata drammatica. Per comprendere la complessità della situazione occorre fare una biopsia della realtà contingente analizzando nel dettaglio le singole criticità che stanno portando quella che è una delle aree più ricche di materie prime al mondo, verso una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche.

Punto di partenza per incominciare il viaggio nell’inferno del Nord Kivu è l’epidemia di ebola che in oltre nove mesi ha già provocato la morte di mille persone e che le strutture sanitarie locali e le organizzazioni internazionali non sembrano in grado di arrestare.

Tutto ha avuto inizio ad aprile 2018, quando si sono registrati i primi casi di contagio. A fine luglio l’Oms dichiarava però conclusa l’epidemia. Un annuncio forse troppo precipitoso dal momento che dopo un mese soltanto è esplosa una seconda epidemia, nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri, provocata dal ceppo più letale del virus lo Zaire Ebolavirus. Da quel momento i casi accertati hanno iniziato ad aumentare esponenzialmente e gli operatori sanitari si sono trovati impantanati in una situazione dove operare risulta difficilissimo.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, si tratta della seconda epidemia di ebola più grande della storia, dopo quella che nel 2014 ha colpito l’Africa occidentale provocando la morte di 11mila persone, e la prima in un contesto di guerra. Ed è proprio la situazione di conflitto a rendere, giorno dopo giorno, sempre più arduo l’intervento sanitario. Mancanza di vie di comunicazione e di infrastrutture, scontri tra gruppi ribelli e da aprile anche attacchi mirati contro i centri di trattamento stanno facendo aumentare il numero di infezioni e ora è quasi impossibile porre un argine alla diffusione del virus. Ad aprile un dottore che lavorava per l’Oms è stato ucciso durante l’ennesimo attacco contro un centro di cura e la diffusione di notizie complottistiche e la mancanza di fiducia da parte della popolazione stanno aggravando in modo drammatico lo stato delle cose. Il 40% delle persone che contrae il virus non si presenta nei centri di trattamento per diffidenza e paura, rimane confinato in casa e aumenta così il rischio esponenziale di contagio. Inoltre, il 30% di coloro che si sono ammalati ha contratto la malattia dopo essersi recato in ospedale per altri tipi di problemi.

Mancanza di strutture, credenze popolari, esaurimento e deperibilità dei vaccini, oltre a scontri tra irregolari e attacchi ai centri di cura sono le principali ragioni per cui il virus non riesce ad essere debellato. Ma, oltre all’impossibilità di fermare l’infezione, il grande timore adesso è che, a causa degli sfollamenti e della nascita di nuovi campi profughi, il virus, data la mancanza delle condizioni igieniche di base, possa trovare terreno fertile per diffondersi e scatenare una vera e propria pandemia.

Il 6 maggio l’Unhcr ha diffuso un comunicato dalle stime allarmanti. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel solo mese di aprile 2019, oltre 100mila persone nel Nord Kivu sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Gli scontri, diffusi a macchia di leopardo in tutta la regione orientale, vedono opporsi gruppi irregolari di diversa natura: dalle Fdlr, formazioni legate ai genocidiari rwandesi dell'”hutu power”, passando per le milizie locali che combattono per controllare le miniere e il traffico di materie prime. Ma ora un nuovo attore ingombrante e inquietante ha fatto la sua comparsa sul proscenio del conflitto congolese: lo Stato islamico.

Negli ultimi tre anni una formazione guerrigliera legata all’internazionale jihadista, gli Adf (Allied democratic forces) ha condotto attacchi contro civili e soldati dell’esercito congolese, ed è accusata della morte di più di 600 persone. I ribelli sono principalmente ugandesi e congolesi e gli analisti dicono essere collegati con gli Al Shabaab somali. Una milizia di cui si conosce poco vista l’impermeabilità mediatica ma che continua a far parlare di sé per la brutalità delle proprie azioni soprattutto nella provincia di Beni e nella città di Butembo.

È per questo motivo che, quando il 16 aprile un commando di irregolari islamisti ha assaltato la caserma di Bovata, vicino alla città di Beni, provocando la morte di 8 soldati delle Fardc (Forze armate della Repubblica democratica del Congo), la stampa e le autorità in un primo momento hanno pensato che si trattasse dell’ennesima azione dell’Adf, ma così non è stato.

All’indomani dell’attacco, infatti, l’agenzia dello Stato islamico Amaq News ha rivendicato l’operazione annunciando la nascita di una nuova provincia del Califfato e descrivendo il Congo come la ”Provincia dell’Africa Centrale del Califfato”. È la prima volta che Daesh compie un attentato accertato nel Paese della regione dei Grandi Laghi. Un’infiltrazione estremamente pericolosa se si pensa alla capacità degli uomini di Al Baghdadi di creare dei fortilizi e instaurare una propria statualità e ancor più grave se si riflette sulle incapacità invece del governo di Kinshasa di controllare le regioni orientali del Paese e di rafforzare la propria autorità. All’indomani dell’attacco dell’Isis si è espresso anche il presidente Felix Tshisekedi che ha chiosato con una previsione allarmante che suona come un grido di aiuto: ”È facile constatare come la sconfitta di Daesh, lo Stato islamico, in Siria e in Iraq, possa portare a una situazione in cui questi gruppi vengano ora in Africa approfittando della povertà e del caos diffusi in alcune zone del continente”.