Nuova presidenza, vecchia politica estera. Sembrerà un paradosso, ma se diamo uno sguardo alle prime mosse di Joe Biden e leggiamo le sue dichiarazioni a mezzo stampa, il rischio è quello di restare spiazzati. Biden ha già superato la stagione di Donald Trump, cioè i quattro anni in cui quasi sempre – sostengono i giornali liberal – la diplomazia degli Stati Uniti è stata portata avanti a son di cinguettii su Twitter e bypassando ogni organo di intelligence nazionale. Questa parentesi è stata effettivamente archiviata dal presidente democratico, che tuttavia, anziché proporre qualcosa di innovativo, ha pensato bene di fare il classico passo del gambero.

Nonostante gli esperti di mezzo mondo abbiano applaudito la venuta di Biden – tra l’altro eleggendolo a salvatore della patria ancor prima che prestasse giuramento -, il successore di Trump ha dimostrato di essere pronto a proporre ricette provenienti dal passato. In altre parole, e per almeno quattro anni, gli Stati Uniti di Biden affronteranno le imminenti sfide internazionali utilizzando vecchie strategie preparate per contesti ed epoche diverse. Il buon Joe, insomma, ha resettato la politica estera americana, ma anziché proporre qualcosa di nuovo ha riesumato dimenticati spettri del passato. Gli esempi non mancano.

Il dialogo con l’Iran

Prendiamo il rapporto, da sempre tesissimo, tra Stati Uniti e Iran. Durante la sua presidenza, Trump ha aggredito Teheran proprio come un Pitbull azzanna al collo la sua preda. Sanzioni inasprite, minacce più o meno esplicite sui social network, uscita dall’accordo sul programma nucleare iraniano, l’uccisione del potente generale Qassem Soleimani: la linea di Washington era durissima. E, soprattutto, in netta contrapposizione con il modus operandi improntato sul dialogo usato a suo tempo da Barack Obama.

Adesso è tutto pronto per il ritorno alle “origini obamiane” della politica estera americana nei confronti dell’Iran. L’amministrazione Biden è disposta a negoziare con il governo iraniano, proponendo concessioni in cambio di azioni distensive, tra cui la liberazione degli ostaggi statunitensi detenuti nel Paese. Da Teheran hanno comunque prodotto una prima risposta: prima togliete le sanzioni, poi possiamo parlarne. In ogni caso, l’ombra di Obama si staglia sull’operato di Biden.

Il pivot to Asia

Ma ecco altri due esempi lampanti che dimostrano il “ritorno” della politica estera obamiana: il contenimento della Cina e la questione coreana. Partiamo con la Cina. Trump aveva letteralmente dato il via a una guerra commerciale con la controparte cinese, che si è presto trasformata in una nuova Guerra Fredda (col senno di poi pericolosa e strategicamente inutile). Biden continuerà a considerare Pechino il nemico numero uno degli Stati Uniti, ma non adotterà lo stesso pugno di ferro del predecessore.

Riabiliterà, semmai, il famigerato Pivot to Asia di Obama. Questa strategia politica consiste nel creare un fitto sistema di alleanze asiatiche per limitare l’ascesa del Dragone tanto nella regione indo-pacifica quanto nel resto del mondo. Prima dell’avvento di Trump, l’America aveva puntato fortissimo sulle relazioni con i membri dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico, con l’India e con il Giappone. Niente tweet al vetriolo, insomma, ma tanta diplomazia silenziosa. Ha funzionato? A quanto pare no, se oggi la Cina è più forte che mai. Eppure, Biden è pronto a calare il bis a distanza di qualche anno.

La questione coreana

Un discorso simile può essere esteso anche alla questione coreana. Con un’eccezione: qui Trump era riuscito a fare breccia nel muro coreano e, seppur seguendo una strategia bizzarra, stava quasi per trovare uno storico accordo con Kim Jong Un. Biden difficilmente accetterà di incontrare personalmente Kim, tanto meno si sognerà mai di definirlo “amico”. La sensazione è che Washington replichi il containment obamiano, la solita ricetta ormai scaduta e inadattabile per sciogliere i nodi di un contesto attuale.

Se così dovesse essere, gli Stati Uniti stringeranno il nodo delle sanzioni, cercheranno di isolare ancor di più la Corea del Nord e aspetteranno l’eventuale resa avversaria. Può darsi, visti gli errori del passato, che Washington lasci aperto uno spiraglio di negoziazione. Ma non è detto, perché far così significherebbe legittimare una parte del lavoro fatto da Trump. Molto meglio, penseranno i democratici, eliminare totalmente dalla scena il ricordo del presidente repubblicano e riesumare i diktat di Obama. Anche se si sono già dimostrati inutili una prima volta.