Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Nessuno ne aveva mai sentito parlare. O almeno, mai in modo così approfondito. La rilevazione dell’ultima variante di Sars-CoV-2 nel Gauteng ha trasformato questa laboriosa provincia sudafricana nel nuovo Gorund Zero della pandemia di Covid-19. Situata nella parte settentrionale del Sudafrica, il Gauteng conta poco meno di 16 milioni di abitanti, 8 municipalità locali e una densità di 852,03 persone per chilometro quadrato, per una superficie estesa quasi quanto quella del Veneto (18mila chilometri quadrati).

I suoi fiori all’occhiello sono senza ombra di dubbio il municipio metropolitano di Johannesburg, la città più popolosa della nazione – la terza dell’Africa – e di Tshwane, dove si trova Pretoria, la capitale amministrativa del Paese. Insomma, stiamo parlando del motore economico del Sudafrica, nonché una delle province più ricche della nazione. Non a caso, il nome Gauteng in lingua sesotho significa “luogo d’oro”. Come spesso è accaduto nel corso degli ultimi due anni, le aree più industrializzate e dinamiche del mondo si sono trasformate in focolai di Covid più o meno pericolosi. Gauteng non ha fatto eccezione, diventando in pochi giorni una provincia di studio a causa di un fenomeno virale tanto comune quanto potenzialmente preoccupante.

Gli effetti di Omicron nella provincia del Gauteng

La comparsa della variante Omicron nel Gauteng ha fatto scattare in ogni continente tutte le precauzioni possibili e immaginabili, dalle restrizioni per i viaggiatori provenienti dal Sudafrica (e nazioni limitrofe) alla ricerca incessante del virus mutato tra i contagiati presenti sui rispettivi territori. I governi si sono blindati nel vano tentativo di risalire all’ipotetico paziente zero di Omicron e bloccare così la diffusione della nuova variante. Troppo tardi, per almeno due ragioni.

La prima: nel momento in cui gli esperti isolano una forma del virus, quel ceppo è molto probabilmente già riuscito a superare confini su confini. La seconda: bloccare i voli, o peggio, considerare il Sudafrica una sorta di Paese untore, meritevole di essere isolato, non garantisce alcuna sicurezza sanitaria. In ogni caso, prima di gridare alla catastrofe, sarebbe utile approfondire gli effetti che Omicron ha avuto nell’intera provincia del Gauteng. Ci sono stati più contagi? Quante persone in più sono morte? I pazienti hanno dovuto fare i conti con gravi sintomi? Rispondere a queste domande è utile, innanzitutto, per capire cosa aspettarci dal Covid nell’immediato futuro, e poi per capire quali contromisure mettere in atto.

L’ultimo bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha sottolineato un’impennata di casi (+54% rispetto a una settimana fa) registrata in Africa. Il ritorno di fiamma del Covid sembrerebbe essere concentrato nell’area meridionale del Continente Nero, anche se non vi sono certezze per affermare che questi dati siano frutto interamente degli effetti di Omicron. Certo è che la scarsa copertura vaccinale della popolazione africana ha agevolato la corsa del virus. Ad oggi, soltanto il 7,5% degli africani ha completato il ciclo vaccinale di due dosi, cioè circa 102 milioni di persone su un serbatoio di circa 1,3 miliardi di soggetti.

Nei sette giorni precedenti al 30 novembre, in Sudafrica c’è stato un aumento del 311% di contagi rispetto alla settimana ancora precedente. Il bollino rosso è andato alla provincia del Gauteng: impennata del 375%. Attenzione però, perché – considerando sempre l’arco temporale sopra citato – i ricoveri ospedalieri sono aumentati soltanto del 4,2%, mentre i decessi del 28,6%. Tutto questo ci spinge a fare un paio di considerazioni. Omicron sembrerebbe effettivamente essere più contagiosa rispetto alla forma tradizionale del virus, ma meno letale.

L’aumento dei morti rilevato in Sudafrica potrebbe infatti essere dovuto alle condizioni non ottimali del sistema sanitario nazionale – migliore di tanti altri Paesi africani ma non in grado di affrontare l’urto di una simile emergenza globale, e neppure paragonabile a quello presente in Occidente – oltre che dallo scarso tasso di vaccinazione nazionale. A proposito di vaccini, i dati sono scoraggianti, visto che appena il 24,68% dei sudafricani ha ricevuto la doppia dose e che il 4,74% è in attesa di ricevere la seconda. Numeri troppo bassi per schermare gli effetti del Covid “normale”, figurarsi di una sua variante.

Il Sudafrica ai raggi X

Prima ancora di conoscere le sue reali caratteristiche, Omicron è diventata la nuova bestia nera della pandemia. Eppure la situazione a Gauteng non appare apocalittica come ci si potrebbe aspettare. “Molti casi sono stati riscontrati in gruppi di età più giovani che hanno maggiori probabilità di sviluppare una malattia lieve. Dobbiamo aspettare e vedere come si comporterà la variante in altri gruppi di età. Ci vuole tempo perché la malattia grave si manifesti, quindi ne sapremo di più nelle prossime settimane”, ha spiegato Michelle Groome, a capo del Centro di Sorveglianza epidemiologica della provincia sudafricana. Per fugare ogni dubbio, l’Oms ha inviato un team di ricerca nel Ground Zero di Omicron con l’obiettivo di monitorare lo scenario da vicino. “Stiamo schierando una squadra di emergenza nella provincia di Gauteng per supportare la sorveglianza e il tracciamento dei contatti”, ha spiegato Salam Gueye, direttore regionale dell’emergenza dell’Oms per l’Africa.

Il premier del Gauteng, David Makhura, ha intanto parlato della necessità di incrementare il numero di vaccinazioni giornaliere. “Dobbiamo catturare le persone qui a Gauteng e vaccinarle perché sappiamo che durante le festività milioni di persone lasciano la nostra provincia. Non vogliamo che le persone portino questa variante in altre province, specialmente quelle non vaccinate”, ha aggiunto Makhura, riferendosi all’esodo annuale verso le aree rurali da parte dei lavoratori di Gauteng, che avviene ogni anno in concomitanza con la chiusura delle attività industriali prevista dalla metà di dicembre all’inizio del nuovo anno.

Dal punto di vista scientifico, i primi studi effettuati su Omicron ipotizzano che la nuova variante di Covid sia in grado di contagiare chi ha già contratto il virus e possa diffondersi anche in una popolazione dotata di un elevato livello di immunità naturale. In generale, a stupire gli esperti non sarebbe la gravità di questa variante ma la rapidità con la quale riesce a infettare le persone. Angelique Coetzee, presidente della South African Medical Association, sostiene che l’R0 di Omicron – il valore che misura la sua capacità di diffusione – è ritenuto superiore a 6 (per la precisione 6,3). Se così fosse, significa che ogni contagiato da Omicron può infettare altre 6,3 persone.

Tuttavia, la maggior parte dei casi osservati finora nel Gauteng è stata descritta come “lieve” e riguardante i pazienti più giovani, che in quest’area costituiscono la percentuale maggiore dei non vaccinati del Paese. I medici di base sudafricani hanno confermato le prime osservazioni dei funzionari dell’Oms, secondo cui Omicron presenterebbe sintomi lievi. Il punto è che ancora troppo presto per sapere come si comporterà il virus nelle fasi successive dell’infezione. “Finora, le infezioni a cui stiamo assistendo sono molto lievi. Al momento non sono a conoscenza di pazienti con malattie gravi”, ha spiegato a Skynews un medico sudafricano, i cui pazienti sono “per lo più tutti vaccinati”. Al momento, la maggior parte delle persone infette presenta normali sintomi virali, tipo mal di gola, tosse, febbre e dolore al corpo. Ma, avvisano gli esperti, forme più gravi della malattia potrebbero verificarsi nella seconda o terza settimana dal contagio. Bisognerà dunque armarsi di pazienza per capire quale sarà il reale impatto di Omicron sul mondo intero.