Prima esaltato per la sua sensazionale campagna di vaccinazione, tra le più imponenti al mondo, poi guardato con diffidenza a causa di una inaspettata risalita dei contagi quotidiani. Potrebbe essere riassunta così la storia del Cile, a metà strada tra l’esser diventato una sorta di modello replicabile anche all’estero e un Paese pasticcione nella scelta dei vaccini e nel precoce allentamento delle restrizioni. Dove sta la verità? Partiamo subito da un presupposto: durante la pandemia di Sars-CoV-2 l’opinione pubblica internazionale ha troppo spesso idolatrato governi nel breve periodo, salvo poi criticarli con il passare dei mesi.

È difficile mantenere la freddezza che consentirebbe invece di effettuare analisi razionali, non dettate da sentimenti del momento. Proviamo tuttavia a dare un’occhiata ai numeri del Cile, chiaro esempio dello “strano” fenomeno descritto. Al 15 aprile, il 40.1% della popolazione cilena ha ricevuto almeno una dose del vaccino anti Covid, per un totale di 67.66 dosi per 100 persone e 12.93 milioni di fiale inoculate. Nella classifica generale globale, il governo cileno può vantare il terzo posto, davanti al Regno Unito (67.3) e dietro soltanto a Emirati Arabi Uniti (97.08) e Israele (119.15). E lo stesso fenomeno rilevato in Cile sta avvenendo anche negli Stati Uniti: qui il 39% della popolazione ha ricevuto almeno una dose (il 25% immunizzato), i contagi sono aumentati del 3% nell’ultima settimana, i ricoveri del 3.5% ma i decessi diminuiti del 2.6%.

Il dato che conta

Dunque, è la domanda che si fanno in molti, per quale motivo, a fronte di una campagna di vaccinazione così avanzata, il Cile (ma potremmo parlare anche degli Stati Uniti) deve fare i conti con nuove fiammate di virus? In effetti, se diamo uno sguardo ai bollettini epidemiologici registrati nell’ultima settimana notiamo un importante aumento dei casi quotidiani. Dai 4.585 contagi del 26 febbraio siamo passati ai 6.257 del 18 maggio ai 7.307 del 4 aprile. Attenzione però, perché l’aumento dei casi non è coinciso né con un parallelo aumento dei decessi – che, anzi, sono rimasti attorno ai 120-130 al giorno – né con un’impennata di ricoveri in ospedale.

Sia chiaro, le terapie intensive degli ospedali sono ancora sotto pressione; risultano occupate al 95.43%, dato in aumento rispetto al 95.2% dei giorni precedenti. Attenzione però, perché le autorità nazionali vedono la luce in fondo al tunnel. “Lo studio dell’Università del Cile e quello che il Ministero della Salute pubblicherà presto dicono la stessa cosa. Il numero di persone che si ammalano e sono ricoverate in ospedale è diminuito”, ha spiegato Heriberto Garcia, direttore dell’Istituto di sanità pubblica cileno al quotidiano La Tercera.

La strada giusta?

“Siamo sulla strada giusta”, ha aggiunto Garcia, le cui parole non bastano a placare i rumors sul presunto flop del piano vaccinale cileno. Il motivo è presto detto: il Cile ha puntato sul vaccino cinese realizzato da Sinovac. Da qui il collegamento alle ambigue affermazioni di Gao Fu, capo del CDC cinese, secondo cui i vaccini cinesi anti Covid avrebbero un problema di efficacia. In realtà lo stesso Gao ha spiegato di non aver mai messo in dubbio l’efficacia del farmaco, e di aver visto le sue parole fraintese dai media. In ogni caso, in molti hanno puntato il dito contro il siero di Pechino: in Cile i contagi sono aumentati per colpa del vaccino cinese?

In realtà non sembra essere così. Il Sinovac, stando agli ultimi studi, ha fatto registrare un’efficacia pari al 50%. Bassa? Sì, ma questo valore si riferisce alle forme di infezione più lievi, ovvero che non necessitano trattamenti. Per quelle che necessitano un intervento medico la sua efficacia raggiunge circa l’84% (per l’esattezza 83.7%), che aumenta al 100% per i casi più gravi. In altre parole, il vaccino non è in grado di stoppare le infezioni, e quindi la diffusione del virus all’interno della popolazione.

Come hanno più volte ripetuto le autorità competenti, la vaccinazione serve per proteggere la popolazione dalle forme più gravi del Covid. Che poi risultano essere le più pericolose, sia per i pazienti che per la pressione esercitata sulle strutture ospedaliere. Il Cile, dunque, non incarna alcun “paradosso”. Lo sarebbe diventato nel caso in cui morti e ospedalizzazioni fossero schizzati alle stelle. Fino a quando ciò non accadrà, è inutile incolpare il vaccino cinese o le riaperture decise dal governo cileno.

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