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Altro che collaborazione e cooperazione reciproca per vincere insieme la guerra contro il Sars-CoV-2. La diplomazia dei vaccini anti Covid ha suddiviso il mondo in almeno tre sfere d’influenza, ognuna delle quali legata a doppia mandata con una delle tre potenze produttrici di dosi. Stati Uniti, Cina e Russia sono al momento i tre grandi player del gioco, gli unici in grado di realizzare enormi quantitativi di vaccini da distribuire in tutto il mondo.

Mentre i vaccini realizzati dagli Stati Uniti hanno fatto breccia nel mondo occidentale, Europa in primis, la Cina è riuscita a “conquistare” il Sud-est asiatico e l’America Latina. La Russia merita un discorso a sé stante. Mosca ha sì annunciato per prima la scoperta di un vaccino anti Covid, lo Sputnik V, diffuso a macchia di leopardo in una settantina di Paesi sparsi in tutto il pianeta. Eppure, dal punto di vista tecnico ed economico, il Cremlino non ha fin qui dato l’impressione di poter competere ad armi pari con Washington e Pechino.

In ogni caso, a più di sei mesi dalla distribuzione delle prime dosi, la diplomazia dei vaccini ha già creato vincitori e vinti. Impossibile utilizzare termini diversi, dato il profondo significato geopolitico insito in quella che, a tutti gli effetti, dà l’impressione di essere una guerra combattuta a colpi di dosi e soft power.

Le difficoltà del vaccino cinese

Nel confronto vaccinale a distanza tra Stati Uniti e Cina, il Dragone sembra adesso essere in affanno. Il gigante asiatico, forte della Nuova Via della Seta medica, e della distribuzione capillare dei suoi vaccini a chiunque ne facesse richiesta, deve fare i conti con una situazione probabilmente non preventivata. Pechino ha consegnato più di 500 milioni di dosi, ed è così diventato il più grande esportatore di vaccini del pianeta soppiantando agilmente l’India, da tutti considerata la “farmacia del mondo”. I numeri sono importanti, ma la quantità deve essere accompagnata da una certa qualità. E quanto pare, a causa della comparsa di nuove varianti, i vaccini cinesi si troverebbero in difficoltà.

Nessuno ha fatto esplicito riferimento alla loro presunta inefficacia, ma diversi governi hanno cambiato strategia, abbandonando le dosi made in China per fare spazio ai sieri occidentali. La riprova di una simile tendenza è ben visibile in Asia, dove è concentrato un discreto gruppo di Paesi che, fin da subito, si era affidato alla Cina. La Malesia, ad esempio, ha approvato l’uso d’emergenza dei vaccini prodotti dalla casa farmaceutica cinese Sinopharm e dalla statunitense Johnson & Johnson, ma il Ministero della Sanità malesiano ha annunciato anche l’interruzione della somministrazione del vaccino prodotto dalla compagnia cinese Sinovac una volta che le scorte saranno terminate.

Un altro campanello d’allarme è suonato in Thailandia, dove oltre 600 operatori sanitari sui 677.348 totali che avevano già ricevuto due dosi del Sinovac, sono stati infettati dal virus. In Indonesia, invece, nei primi 17 giorni di luglio risultano 114 medici deceduti per Covid; il 95% degli operatori sanitari locali risulta vaccinato con dosi Sinovac.

La riscossa di Pfizer & co?

Il quadro è piuttosto nebuloso, ma è indubbia la crescita di contagi registrata un po’ in tutta l’Asia. Che la “colpa” sia tutta dei vaccini cinesi, magari non proprio adatti a contenere le ultime varianti, oppure la motivazione dell’impennata dei casi deve essere ricercata, appunto, nelle nuove trasformazioni del virus, indipendentemente dal tipo di vaccino somministrato? Difficile, al momento, rispondere alla domanda.

Thailandia e Indonesia hanno intanto cambiato programma: Bangkok procederà con un mix di vaccini, accompagnando la prima dose Sinovac al richiamo AstraZeneca, mentre Jakarta ha appena dato il via libera al vaccino americano Moderna. La Malesia, una volta terminate le scorte di Sinovac, si tufferà su Pfizer; quest’ultimo è inoltre sbarcato anche nelle Filippine assieme al vaccino Moderna. Anche la Cina sta pensando al primo vaccino straniero, visto che gli esperti locali hanno dato il via libera al Comirnaty di BioNTech, il quale dovrebbe essere prodotto dalla joint venture Fosun e utilizzato come richiamo per i cittadini che hanno già ricevuto due dosi di un vaccino cinese.

In ambito scientifico, i vaccini made in China non sono un totale fallimento. Sinovac e Sinopharm, i due vaccini approvati dall’Oms per l’utilizzo di emergenza, hanno un’efficacia nel prevenire le infezioni pari rispettivamente al 51% e 79%, mentre Pfizer si attesta al 95%. In generale, insomma, i sieri occidentali sembrano avere numeri migliori. Ma il problema sarebbe altrove, e farebbe rima con la comparsa delle varianti. Uno studio pubblicato su Nature ha sottolineato un aspetto da non trascurare: i vaccini che impiegano la tecnologia del “virus inattivato” – come appunto i vaccini cinesi – potrebbero arrivare ad offrire circa il 20% in meno di protezione dalla variante Delta rispetto alla concorrenza. In attesa di capire meglio la situazione, c’è chi ha iniziato a dare maggior credito ai vaccini americani. Da questo punto di vista, e nella partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina, Washington potrebbe aver centrato la mossa giusta.