Usa: stretta sugli studenti cinesi in nome della sicurezza nazionale

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Scienza /

È una dichiarazione che risuona come un colpo di tamburo nella nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato la revoca attiva dei visti per gli studenti cinesi iscritti in facoltà ritenute “sensibili” o sospettati di legami con il Partito comunista cinese. Dietro la cortina diplomatica, si cela una strategia ben più ampia: la trasformazione del campo universitario in terreno di confronto strategico tra le due superpotenze.

Washington ha così deciso di irrigidire drasticamente i criteri di ammissione per i cittadini provenienti dalla Cina e da Hong Kong, rivedendo tutte le richieste di visto alla luce di nuovi standard di sicurezza. Per Pechino, che ha immediatamente reagito parlando di “discriminazione sistemica mascherata da misure amministrative”, si tratta di un attacco diretto al diritto allo studio e alla circolazione del sapere.

Ma la stretta sui visti non è un episodio isolato: è parte di un’escalation politica e culturale orchestrata dal presidente Donald Trump, che dal suo ritorno alla Casa Bianca ha scelto di alzare il tiro contro due bersagli strategici: la Cina e le università americane. Le accusa? Di essere focolai di ideologia “woke”, di tollerare manifestazioni pro-palestinesi, di aver alimentato – secondo Trump – l’antisemitismo nei campus. Harvard, un tempo emblema della supremazia accademica USA, è oggi il simbolo dell’attacco frontale contro l’intellighenzia liberal.

Nel suo primo mandato, Trump aveva già colpito duramente gli studenti cinesi, accusandoli di spionaggio tecnologico e infiltrazioni ideologiche. Ora torna alla carica con strumenti ancora più diretti, in un clima in cui l’equilibrio tra libertà accademica e sicurezza nazionale sembra definitivamente spezzato.

I numeri, del resto, spiegano molto: nel solo anno accademico 2023-2024, oltre 277.000 studenti cinesi erano iscritti negli atenei statunitensi. Una massa critica che rappresenta miliardi di dollari in rette universitarie, ma che per l’Amministrazione Trump equivale a un rischio strategico. Una generazione di futuri ingegneri, informatici, esperti di data science e fisica quantistica cresciuti tra le migliori aule americane, ma potenzialmente al servizio della Cina.

La misura, dunque, non è solo diplomatica: è profondamente ideologica. Vuole colpire l’osmosi culturale e scientifica tra due mondi che, fino a poco tempo fa, dialogavano nelle biblioteche e nei laboratori. Oggi, invece, ogni giovane dottorando può essere sospettato di essere un emissario di Pechino, ogni facoltà di ingegneria può trasformarsi in un’appendice della guerra tecnologica globale.

La risposta cinese non si è fatta attendere, ma è probabile che sarà più ampia di una semplice nota di protesta. Pechino potrebbe infatti restringere le proprie collaborazioni accademiche con gli USA, potenziare le proprie università d’élite e rafforzare i circuiti di formazione con Paesi terzi, dalla Russia al Sud-est asiatico.

Nel frattempo, la misura lanciata da Rubio e sostenuta da Trump si inserisce in una strategia di ridefinizione totale dell’identità americana. Non si tratta solo di proteggere segreti militari o bloccare fughe di know-how: si tratta di riplasmare il profilo culturale della società statunitense, espellendo le influenze considerate “straniere”, “devianti” o “non allineate”.

In gioco non c’è solo il futuro degli studenti cinesi, ma anche il modello stesso dell’università occidentale, fondata sulla libera circolazione delle idee, sull’accesso universale al sapere e sulla diplomazia accademica. Tutti principi oggi rimessi in discussione da un governo che ha deciso di trattare l’educazione come un campo di battaglia politico.