Nei primi giorni di novembre il British Medical Journal, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo assieme a New England Journal of Medicine, The Lancet e Journal of the American Medical Association, ha pubblicato un articolo che devia dalla tradizionale impostazione accademica degli scritti che appaiono sui suoi canali, dando alla luce un editoriale che appare più un pezzo di inchiesta che un’analisi a fini scientifici.

A firmare l’articolo, dal titolo Covid-19: Researcher blows the whistle on data integrity issues in Pfizer’s vaccine trial infatti, è un giornalista investigativo, Paul Thacker, che il Bmj ha arruolato per condurre un’inchiesta incentrata sulle rivelazioni di un’ex dirigente del Ventavia Research Group, azienda partner della multinazionale Pfizer nel test del vaccino sviluppato assieme a BioNtech, Brook Jackson. La Jackson, racconta Thacker, avrebbe subito un licenziamento da parte di Ventavia dopo aver denunciato alla Food and Drug Administration statunitense le presunte manchevolezze del gruppo: vaccinatori spesso poco qualificati, dati falsificati e una mala gestione del processo chiave della fase III.

Impiegata presso il gruppo texano, la Jackson avrebbe denunciato ai suoi vertici “la cattiva gestione del laboratorio, preoccupazioni per la sicurezza dei pazienti, questioni legate all’integrità dei dati”. Il peso dell’accusa è importante perché la Jackson, chiamata a Ventavia a settembre 2020 nel pieno della corsa al vaccino, è una ricercatrice con “più di 15 anni di esperienza nella coordinazione e nella gestione della ricerca clinica” e, secondo l’articolo del Bmj, avrebbe fornito delle prove fotografiche delle sue accuse che includerebbero anche denunce degli errori nello smaltimento di materiali a rischio come gli aghi per i vaccini.

La questione ha già fatto notevolmente parlare di sé, i media francesi hanno ripreso con forza la notizia e “PfizerGate” è giunto in cima alle classifiche dei trend di Twitter.

Non è un caso che a cavalcare la notizia siano stati, in particolare, i media e gli esponenti politici maggiormente attivi nella propaganda di notizie critiche sul vaccino Covid-19, che non hanno esitato a portare avanti una vera e propria campagna di informazione parziale su quanto scritto nell’articolo della prestigiosa testata britannica.

Ma cosa c’è di attendibile nell’inchiesta che ha dato origine allo “Pfizergate”? Quali le lezioni da apprendere sul fronte scientifico, politico e sociale? Cosa dovrebbe insegnarci sulle modalità di corretta divulgazione dell’informazione scientifica? Su questi temi è doveroso fare chiarezza. E per farlo bisogna innanzitutto conoscere l’uomo a cui il Bmj ha affidato inchiesta

Il detective del settore biotech

In primo luogo, è bene sottolineare che l’autore dell’inchiesta non è certamente un novellino nella professione del giornalismo d’inchiesta. E questo, unitamente al fatto che il Bmj si sia assunto il rischio di pubblicare accuse tanto gravi mettendo sul campo nomi, cognomi e accuse esplicite contro una delle principali aziende biomediche al mondo e, indirettamente, contro Pfizer che ne è cliente e prime contractor, rende la questione di per sé degna di interesse.

Classe 1974, Thacker ha alle spalle un curriculum prestigioso non privo di lati controversi. Laureato in biologia, ja promosso inchieste bipartisan che hanno più volte interessato i decisori politici statunitensi. Nel 2006 i democratici seguirono con attenzione le sue denunce sul fatto che, a suo avviso, l’amministrazione Bush stesse marginalizzando politicamente la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) subordinando al controllo politico la scelta degli scienziati che potessero parlare dell’allarme sul cambiamento climatico; tre anni dopo, nel 2009 ha lavorato con il Senatore repubblicano dell’Iowa Chuck Grassley a un rapporto sui conflitti d’interesse tra politica e mondo economico nel settore farmaceutico.

Nel 2006, inoltre, Thacker aveva rotto i rapporti con una testata con cui collaborava, Environmental Science & Technology, una pubblicazione dell’American Chemical Society (Acs), venendo licenziato con l’accusa di aver pubblicato articoli viziati da un pregiudizio anti-industriale; in seguito ha pubblicato inchieste importanti su testate come il Los Angeles Times e, nel 2016, un articolo sul New York Times in cui chiedeva agli scienziati di “fornire le proprie e-mail” invitando a smascherare chi portava avanti lavori viziati da conflitti d’interesse su temi quali il cambiamento climatico, su cui ai tempi il presidente Barack Obama spingeva molto.

Accuse importanti, ma non decisive

In quest’ottica, è giusto poi passare ad analizzare il merito delle accuse dell’articolo del Bmj. Thacker, giocando di sponda con la Jackson, sostanzialmente identifica quelli che a suo avviso sono i problemi fondamentali nel lavoro di Ventavia:

  • Incapacità di quantificare e analizzare la portata degli errori nei trials vaccinali
  • Assenza di monitoraggio sulle reazioni avverse nei test condotti da Ventavia.
  • Sostanziale lassismo nella correzione dei principali problemi.

Queste preoccupazioni, ha detto Jackson a Thacker, hanno reso la direzione del gruppo decisamente diffidente nei confronti degli audit da parte della Fda statunitense e di altre agenzie di regolamentazione, tanto che i dati del test sarebbero stati periodicamente falsificati e alcune informazioni semplicemente nascoste. Secondo alcuni lavoratori anonimi del Ventavia Research Group consultati dal giornalista d’inchiesta, questa condotta sarebbe continuata dopo il licenziamento di Jackson e la Pfizer continua a utilizzare la società texana per condurre nuovi test sui vaccini.

Va aggiunto che non è la prima volta che il Bmj prende posizione sul vaccino Pfizer. Il 4 gennaio ha pubblicato un articolo di Peter Doshi, associate editor del Bmj, in cui l’autore esprimeva dei dubbi sull’effettiva efficacia dei vaccini approvati in Europa contro il Covid-19 e riguardante i casi di “sospetto Covid-19” che non sarebbero stati analizzati negli studi sui vaccini a mRna (Moderna e Pfizer). Articolo criticato da Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini per lʼAgenzia europea per i medicinali, in un’intervista a Quotidiano Sanità, in cui ha dichiarato che “lo studio di fase 3 ha utilizzato un comitato di revisione interno (IRC), un comitato di monitoraggio dei dati (DMC) e un gruppo di revisori di casi interni. L’IRC è indipendente dal gruppo di studio e comprende solo membri interni. Il comitato di monitoraggio dei dati è indipendente dal gruppo di studio e comprende solo membri esterni”.

Questo fatto è importante anche alla luce della lettura dell’inchiesta del Bmj. In primo luogo perché Ventavia non è l’unica società che ha partecipato ai trials per il vaccino Pfizer e complessivamente lo studio completo (registrato con NCT04368728) ha visto la partecipazione di circa 44mila partecipanti e di 153 siti distribuiti non solo negli Usa tra diverse accademie e centri di ricerca.

A fine dicembre sul New England Journal of Medicine sono stati pubblicati gli esiti del vaccino Pfizer-BioNtech, già autorizzato ai tempi in via anticipata in Gran Bretagna e Canada. I dati dello studio, che ha coinvolto i laboratori Ventavia, dimostrano un’efficacia pari mediamente al 95% nel quadro di un intervallo di confidenza compreso fra il 90,3% e il 97,6%. La presenza di un campione tanto ampio è tale da rendere meno significativo il peso di un caso come quello Ventavia.

Inoltre, dei 153 siti registrati da Pfizer la Fda (l’ente regolatore statunitense) ne ha controllati nove, non rilevando problemi. Ventavia non è stato controllato: ma presupponendo la buonafede di Thacker e del Bmj nella pubblicazione dell’inchiesta, è logico supporre che anche invalidando il valore dei mille membri del campione legati all’azienda sotto accusa i risultati del test di Pfizer non varierebbero. Come teorema di Bernoulli (legge dei grandi numeri) prescrive.

Una lezione importante

Parlare di “Pfizergate” è dunque eccessivo. In primo luogo perché la responsabilità del gruppo statunitense in quest’ottica non sarebbe che di secondo grado. In secondo luogo perché l’inchiesta del Bmj non intende negare la validità del vaccino tedesco-americano. In terzo luogo, infine, perché il risultato della campagna vaccinale globale appare una conferma ben più sostanziale.

Vi è però una questione importante che ha a che fare con un problema più profondo, l’approccio del mondo scientifico all’informazione e il tema della corretta divulgazione dei test e dei risultati. Inchieste come quella di Thacker possono essere criticate per la matrice del medium scelto come forma di espressione, dato che coniugare un articolo di inchiesta e una testata scientifica di rilevanza globale può creare cortocircuiti informativi, ma non ignorate o squalificate in partenza. Tanto che, contattato da Inside Over per un commento sull’articolo, il professor Pasquale Ferrarese, docente di Microbiologia e Microbiologia Clinica, non ha voluto esprimere un parere sull’articolo dichiarando che questo è “consistente in una indagine di tipo giornalistico, senza dati relativi al possibile effetto sui vaccinati delle anomalie descritte” e dunque non può essere utilizzato per alcuna considerazione di più ampio livello, pur essendo “sicuramente di buona fattura”. Sarebbe dunque una forzatura mettere nella penna di Thacker parole che il giornalista non ha in alcun modo voler esprimere.

In ogni caso è indubbio sottolineare il fatto che le aziende del mondo farmaceutico e biotech e il mondo della ricerca sono investiti di una grande responsabilità morale: promuovere la trasparenza scientifica e essere al di sopra di ogni sospetto. Ma al tempo stesso a loro non può essere richiesta giocoforza l’infallibilità, perché così non funziona la scienza. E questa consapevolezza deve essere ben innervata nei media: pensiamo ai casi degli attacchi mediatici inopinati partiti dagli Usa dopo che, a novembre 2020, l’anglo-svedese AstraZeneca annunciò pubblicamente problemi nelle sperimentazioni, o nei successivi attacchi a testa bassa contro il siero alla cui ricerca ha partecipato l’Irbm di Pomezia. Compito delle aziende del settore è saper distinguere tra progresso scientifico e profitto, e evitare incidenti comunicativi come quelli dei mesi scorsi, ma i media devono saper accettare il confronto e evitare di scambiare la fiducia della scienza con un neo-positivismo di facciata che maschera l’oggettiva debolezza di giornalisti e commentatori nel capire le questioni base della scienza odierna.

Ebbene, l’inchiesta del Bmj nasce proprio nella zona d’ombra tra questi due campi. E pur non spostando di un millimetro ogni certificazione sulla validità dei vaccini, né avendo intenzione di farlo, sicuramente può essere una sveglia sull’approccio corretto della scienza all’informazione e dell’informazione alla scienza da tenere mentre il mondo prova, finalmente, a immaginare un futuro post-pandemico.

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