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“Allo stato attuale delle cose, il mondo resta impreparato per la prossima malattia x e per la prossima pandemia. Se accadesse domani, ci troveremmo ad affrontare molti degli stessi problemi che abbiamo dovuto affrontare con il Covid-19”. Sono queste le parole pronunciate dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in occasione del World Governments Summit – forum annuale con sede negli Emirati Arabi Uniti, volto a promuovere il confronto tra governi e società civile sulle politiche da attuare – tenutosi lo scorso 12 febbraio. Attraverso il suo discorso, che non lascia presagire niente di buono ove si dovesse assistere alla diffusione planetaria di un nuovo virus, Ghebreyesus ha voluto mandare un messaggio ai governi affinché si impegnino ad adottare un accordo che mira alla prevenzione e al contrasto delle pandemie secondo un approccio coordinato a livello sovranazionale, oltre che contribuire alla realizzazione di un’infrastruttura digitale per la condivisione dei dati sui certificati vaccinali.

Nel primo caso si parla di accordo internazionale in materia di prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie (ribattezzato dai media trattato pandemico) , mentre nel secondo di green pass globale.

Ghebreyesus, sempre in occasione del suo discorso a Dubai, si è detto preoccupato riguardo al raggiungimento di questi traguardi perché, a suo avviso, i negoziati procedono a rilento. Per di più, il direttore generale avrebbe anche lamentato una mancanza di fiducia nei confronti dell’OMS poiché diversi Paesi temono di veder erosa la loro sovranità conferendo nuovi poteri all’agenzia dell’Onu in tema di politiche sanitarie. Ghebreyesus ha specificato che tali accordi non daranno modo all’OMS di dettare legge a nessun governo, ma solo raccomandazioni.

Cos’è il trattato pandemico

Nel dicembre 2021, i 194 Paesi aderenti all’OMS si sono riuniti a Ginevra – sede dell’Agenzia – dove hanno deciso di istituire un organismo di negoziazione intergovernativo per la realizzazione di un accordo per la prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie, da approvare dall’Assemblea mondiale della Sanità entro maggio di quest’anno. Lo scopo del documento è favorire la collaborazione tra Stati e un’integrazione tra tutti i settori (pubblici e privati) riguardanti la salute per l’individuazione precoce delle malattie, per un rafforzamento dell’OMS quale autorità di coordinamento per l’accesso universale a diagnosi e medicinali, per un approccio One Health che metta in relazione la salute degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente.

Contestualmente all’elaborazione di questo trattato, entro maggio si deve giungere anche alla revisione del regolamento sanitario internazionale (RSI), istituito nel 2005, che prevede di fornire una risposta di salute pubblica alla diffusione delle malattie in modi commisurati ai rischi per la salute pubblica stessa e che obbliga ogni Stato membro dell’OMS a notificare a quest’ultima tutti gli eventi che possono costituire un’emergenza sanitaria di portata internazionale.

In attesa di un’eventuale approvazione a maggio, la bozza del trattato pandemico sta suscitando obiezioni che in Italia sono state avanzate da diverse associazioni scientifiche come la Commissione medico scientifica indipendente.

La Commissione sostiene che non vi sia un vuoto normativo da colmare per una risposta coordinata a livello globale per le pandemie data l’esistenza del regolamento sanitario internazionale, mentre l’istituzione di un nuovo trattato comporterebbe nuovi cavilli burocratici. La Commissione punta il dito contro gli articoli del trattato e le modifiche del RSI che prevedono le raccomandazioni vincolanti dell’OMS in tema di trattamenti medici e misure restrittive; la censura delle informazioni false e fuorvianti, a giudizio della stessa agenzia, incentivando i governi a segnalare i profili di disinformazione; la condivisione di dati sensibili con organizzazioni internazionali private (oggi è possibile solo con agenzie intergovernative); l’obbligo per gli Stati di produrre e fornire prodotti sanitari (test diagnostici, mascherine, vaccini, ecc.) il cui 20% deve essere consegnato all’OMS che distribuirà per il 10% a Paesi in via di sviluppo.

Per alcuni, tali disposizioni, potrebbero determinare una lesione della sovranità nazionale e dei rischi per il processo decisionale democratico.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, interrogato in Senato dal senatore Claudio Borghi riguardo al trattato pandemico aveva riferito: “Il tema è presidiato e le azioni, anche data la nostra Presidenza del G7, saranno in continuità con quanto già iniziato da questo Governo. Siamo in piena continuità con quanto il presidente del Consiglio Meloni ha già affermato in Giappone e in tutte le sedi non mancheremo di portare avanti gli interessi dell’Italia e degli italiani”.

Cos’è il green pass globale

Durante la pandemia, nel 2021, l’Unione europea aveva introdotto il certificato di vaccinazione (green pass) per il contrasto al Covid-19 che in Italia è entrato in vigore ad agosto suscitando aspre polemiche e feroci critiche da parte di chi non intendeva vaccinarsi contro il Coronavirus. A livello europeo il green pass, sebbene in Italia non fosse più richiesto dalla primavera 2022, è ufficialmente scaduto il 30 giugno 2023 e da quel momento non sono più stati rilasciati i certificati. In tanti hanno pensato che ormai il green pass fosse solo un ricordo legato all’emergenza pandemica, ma il 1° luglio l’OMS ha mutuato dall’Unione europea il sistema di certificazione COVID-19 per costruire un’infrastruttura digitale volta al rilascio dei documenti sanitari che formeranno un libretto sanitario accessibile e verificabile a tutti i Paesi. L’iniziativa è nata su interesse dell’OMS che ha proposto un partenariato con la Commissione europea nell’ambito della sanità digitale, ma entrambe le istituzioni hanno specificato che l’adesione al sistema di green pass globale non è obbligatoria per i loro Stati membri. Il governo italiano, per tramite del ministro Schillaci in un’intervista a La Verità, ha dichiarato che non aderirà all’iniziativa promossa dall’OMS e dall’Ue: “L’Italia non aderirà al green pass globale. Il governo salvaguarderà i dati dei cittadini e gli interessi nazionali, non ci sarà alcuna cessione di sovranità all’OMS”. La dichiarazione del ministro sembra riguardare la condivisione di informazioni personali e sensibili che sarebbe motivo di allarme, sebbene il direttore generale Ghebreyesus abbia di recente precisato che saranno applicati i più alti standard di protezione dei dati.

Ad oggi circa una decina di Stati, principalmente africani, hanno comunicato all’Organizzazione Mondiale della Sanità che non intendono procedere alla ratifica del trattato pandemico, se dovesse essere approvato a maggio, mentre altri come l’Italia hanno già reso nota la volontà di non aderire al sistema di certificazione vaccinale. Tra le motivazioni che le nazioni indicano per il loro diniego ad accogliere gli strumenti messi a disposizione dall’agenzia Onu non c’è solo l’eventuale perdita di potere decisionale in materia sanitaria, ma anche la commistione tra pubblico e privato in seno all’organizzazione stessa. L’organizzazione è finanziata per il 14% dai contributi annuali degli Stati membri (in base al loro Pil), ma per più dell’80% da donatori che in certi casi sono soggetti governativi e spesso anche privati come la Bill and Melinda Gates Foundation con 550 milioni di dollari, che hanno legami con altri attori del mondo industriale e istituzionale. La presenza di privati tra i finanziatori di un organismo internazionale deputato alla tutela della salute, sta sollecitando alcuni Paesi del mondo a riflettere sull’opportunità di conferire altri poteri all’OMS a chiedere, come ha detto il ministro Schillaci, che la parte maggioritaria dei fondi sia di provenienza degli Stati.              

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