Il “dilemma della seconda dose” attanaglia (e divide) gli esperti di mezzo mondo. Le regole, o meglio le raccomandazioni, inizialmente diffuse dalle case farmaceutiche in merito al richiamo del vaccino anti Covid sono presto diventate carta straccia. Ad eccezione dell’Ad26.COV2.S (Johnson & Johnson), al momento l’unico monodose in circolazione, tutti gli altri vaccini fin qui approvati si affidano alla doppia dose. Ebbene, in un primo momento, il suggerimento era di effettuare le due iniezioni a 3-4 settimane di distanza l’una dall’altra.

Ben presto, a causa della carenza di dosi, i governi, rassicurati dagli esperti, hanno progressivamente allungato il periodo di stacco tra la somministrazione della prima e seconda dose. Non solo: c’è chi, dopo la vicenda AstraZeneca, ha scelto di iniettare un vaccino diverso per il follow-up shot, aprendo le porte al cosiddetto “approccio a dose mista”. Ecco, di seguito, 5 domande per spiegare tutto ciò che c’è da sapere sulle seconde dosi.

Perché due dosi?

Puntare su due dosi, in teoria, potrebbe essere visto come uno svantaggio, tanto dal punto di vista economico, quanto da quello organizzativo. In realtà, la ragione di fondo è prettamente scientifica. I vaccini anti Covid approvati hanno il compito – seppur usando tecnologie differenti – di “allenare” l’organismo degli esseri umani, così da prepararlo alla possibile infezione del Sars-CoV-2. Il sistema immunitario deve imparare a riconoscere questo campanello d’allarme.

E deve farlo in una condizione di svantaggio, cioè senza avere un’adeguata conoscenza pregressa di un virus appena passato alla specie umana. La somministrazione di due dosi è calibrata per stimolare l’organismo a produrre più anticorpi neutralizzanti e cellule della memoria, due componenti chiave nel caso di eventuale contagio. Giusto per fare un esempio, il vaccino realizzato da Pfizer-BioNTech raggiunge il 52% di efficacia del 52% dopo la prima dose, che arriva a toccare le soglie del 95% dopo il richiamo.

Pfizer, Moderna e AstraZeneca: quanto tempo deve passare tra la prima e la seconda dose?

Le schede tecniche di ogni vaccino riportano raccomandazioni diverse. Pfizer-BioNTech consiglia di effettuare il richiamo dopo 21 giorni dalla somministrazione della prima dose, mentre Moderna parla di 28. L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha tuttavia precisato che “per ottenere una protezione ottimale è necessario completare il ciclo di vaccinazione con la seconda dose”. Diverso il discorso relativo ad AstraZeneca, vaccino che non utilizza la tecnologia a mRNA.

In tal caso, Ema e Aifa prevedono la somministrazione della seconda dose del prodotto in un intervallo compreso tra 28 e 84 giorni dalla prima iniezione. Nuovi dati, ancora in fase di analisi, pubblicati lo scorso febbraio, in preprint, sulla rivista Lancet, ipotizzano un intervallo più lungo tra le due dosi. Addirittura, l’efficacia del vaccino raggiungerebbe l’82% a fronte di una seconda somministrazione a nel corso della dodicesima settimana. Aifa ritiene quindi utile indicare la somministrazione della seconda dose del vaccino di AstraZeneca “idealmente nel corso della dodicesima settimana e comunque a una distanza di almeno dieci settimane dalla prima dose”.

Qual è il limite massimo da rispettare?

Va bene, dunque, dilazionare l’intervallo compreso tra la somministrazione della prima e seconda dose. È però importante non superare certi limiti. In particolare, e in merito a Pfizer e Moderna, Aifa è stata chiara: ok dilazionare, ma solo “qualora si rendesse necessario dilazionare di alcuni giorni la seconda dose”. Non è però possibile “superare l’intervallo di 42 giorni per entrambi i vaccini”.

Per quanto riguarda AstraZeneca, sottolinea ancora l’Aifa, la protezione inizia “da circa 3 settimane dopo la somministrazione della prima dose” e persiste “fino a 12 settimane”. Fino a 15 giorni dopo la somministrazione della seconda dose la protezione potrebbe tuttavia “essere incompleta”. In generale, un ritardo eccessivo nella somministrazione della seconda dose potrebbe compromettere l’immunità raggiunta con il primo “colpo”.

Si possono somministrare due dosi appartenenti a vaccini diversi?

Il dibattito è in corso. Per alcuni esperti combinare vaccini diversi porterà due vantaggi: alleggerire le campagne vaccinali, consentendo alle autorità di immunizzare più persone, e rafforzare le risposte immunitarie degli individui. In particolare, i vaccini basati su adenovirus, che risulterebbero meno efficaci nella fase di richiamo, potrebbero essere supportati da una seconda dose targata da un’altra casa farmaceutica.

Una pratica del genere, in passato, è stata adottata nelle battaglie contro polio, ebola e morbillo. In Italia, per quanto concerne AstraZeneca, il sito dell’Aifa è chiaro: “Non ci sono ancora dati sulla intercambiabilità tra diversi vaccini”, per cui chi si sottopone alla vaccinazione della prima dose con il vaccino AZD1222, “continuerà a utilizzare il medesimo vaccino anche per la seconda dose”.

Quali sono i Paesi che stanno spingendo sul mix di dosi?

La Francia è diventata il secondo Paese, dopo la Germania, a raccomandare la seconda dose di un vaccino diverso per i giovani che abbiano già ricevuto la prima dose dell’AstraZeneca. Ci sono ancora pochi dati clinici a supporto, ma gli esperti francesi e tedeschi, ha sottolineato il Financial Times, sono orientati verso l’approccio a dose mista, almeno per quanto concerne l’AZD1222. La loro decisione è mossa dal rischio (a dire il vero molto remoto) che i giovani vaccinati con il prodotto di AstraZeneca possano sviluppare trombosi mortali.