Una grande opportunità si sta aprendo per le università europee: la possibilità di attrarre talenti, profili ad altissima specializzazione professionale e tecnica e ricercatori in fuga dal graduale trinceramento degli Stati Uniti e dalla crescente ostilità che il mondo scientifico percepisce per le politiche dell’amministrazione Usa di Donald Trump.
La chiusura che fa male agli Usa
Il cedimento di Washington alle pressioni più radicali provenienti dal movimento Maga, la chiusura di spazi alla libertà accademica e il clima di crescente censura sulle opinioni politiche e la visione del mondo degli studenti nazionali e soprattutto stranieri, principalmente sulla questione palestinese, stanno demolendo l’immagine di attrattività dell’America e mettendo a repentaglio il potenziale di attrattività del capitale umano che, sostanzialmente, fa grande gli Usa.
“Per decenni, gli Stati Uniti hanno goduto del più grande pasto gratuito nella storia dell’istruzione e dell’imprenditorialità: gli studenti più brillanti provenienti da India, Cina e da tutto il mondo sono venuti a studiare qui”, nota Fortune, aggiungendo: “Non si sono limitati a imparare. Sono rimasti. Hanno fondato aziende . Hanno creato posti di lavoro”. Alcuni nomi? Jensen Huang di Nvidia, Hock Tan di Broadcom, Satya Nadella di Microsoft. E non solo: l’accademia a stelle e strisce si fonda sul contributo di questa commistione, dato che “oltre il 75% dei brevetti delle università di ricerca statunitensi riporta almeno un inventore nato all’estero” e “i ricercatori nati all’estero sono rappresentati in modo sproporzionato tra i vincitori del Premio Nobel negli Stati Uniti e tra i docenti delle principali università”.
L’Europa è spesso rimasta al palo: indietro le università, indietro i mercati dei capitali, indietro il potenziale d’innovazione. Oggi, si apre una finestra di opportunità. Nota Nature in un’indagine che tre ricercatori su quattro negli Usa valutano di lasciare la loro istituzione di riferimento. Il taglio ai fondi di Harvard e il braccio di ferro tra l’amministrazione e la Columbia di New York sul caso-Gaza sono stati emblematici come campanello d’allarme. Si aggiunga a ciò il dato palese dei tagli alla National Science Foundation, al National Institutes of Health, alla Nasa e a grant per ricercatori dal valore di 2,5 miliardi di dollari (molti dei quali riguardano temi come il cambiamento climatico, l’immunologia e le malattie infettive) e si avrà un quadro preciso della situazione.
Un’opportunità per l’Europa
L’Europa ha un’enorme opportunità: aprire i suoi atenei e le sue accademie al reshoring intellettuale, riportare i cervelli che desiderano lasciare gli Stati Uniti in un ambiente capace di generare innovazione e progresso, rimpatriare i ricercatori andati oltre Atlantico e attirare le migliori menti americane e asiatiche formatesi negli States per dare linfa vitale alla corsa all’innovazione su settori che vanno dalle scienze della vita all’intelligenza artificiale, dalla fisica sperimentale all’elettronica.
Di fronte a queste sfide, i Paesi europei potrebbero fare squadra considerando un obiettivo prioritario il rafforzamento della ricerca di frontiera con i talenti in arrivo dagli Usa. In molti Stati gli atenei si sono già fatti avanti: come nota l’Associated Press, “l’Università di Aix-Marseille in Francia ha avviato a marzo il programma Safe Place for Science, impegnandosi ad accogliere scienziati residenti negli Stati Uniti che potrebbero sentirsi minacciati o ostacolati nelle loro ricerche” e 139 applicanti su 300 sono scienziati americani, mentre “presso la Max Planck Society in Germania, il programma di eccellenza Lise Meitner, rivolto a giovani ricercatrici, ha ricevuto quest’anno il triplo delle candidature da parte di scienziate statunitensi rispetto all’anno scorso”.
Ad aprile la Commissaria europea per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva ha dichiarato che “l’Europa può e deve essere il posto migliore per fare scienza”, auspicando la sua trasformazione in “un luogo che attrae e trattiene i ricercatori, sia internazionali che europei”.
I capisaldi per fare ciò ci sarebbero: da un lato, l’European Research Council (Erc) che offre garanzie, sostegni d’investimento e finanziamenti ai ricercatori; dall’altro, il programma Horizon Eu dotato per il periodo 2021-2027 di una potenza di fuoco di 95,5 miliardi di euro con cui avviare progetti. Ad oggi, la competizione globale per i talenti è questione vitale per economia e sicurezza nazionale, per l’innovazione e la prosperità.
La corsa ai talenti
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, sta facendo sponda col presidente francese Emmanuel Macron e assieme a lui ha annunciato il programma Choose Europe for Science a inizio maggio alla Sorbona di Parigi annunciando 500 milioni di euro per il triennio 2025-2027 in sostegno all’attrattività accademica.
In precedenza, Zaharieva aveva annunciato, nota Politico.eu, un sostegno all’Erc tale per cui saranno maggiori i fondi dati agli studiosi in rientro dall’Europa: ” i ricercatori residenti negli Stati Uniti che si trasferiscono in Europa possono richiedere un finanziamento di 1 milione di euro in più rispetto al consueto importo massimo, che verrà aumentato a 2 milioni di euro. Ciò significa che, in totale, questi ricercatori potrebbero avere diritto a finanziamenti fino a 4,5 milioni di euro”.
L’Italia è ancora al palo
Si prevede che tali aumenti saranno coperti dal programma comunitario. L’Italia, per ora, sta mostrando meno impulso in questa corsa globale al talento, in cui ultimamente inizia a fare capolino anche l’Asia. E dire che le energie ci sarebbero: dal Politecnico di Milano all’Università Bocconi, ad esempio, non mancano le eccellenze internazionali su cui fare leva per dare inizio a uno scouting intensivo di talenti desiderosi di attraversare l’Atlantico.
Il governo Meloni dovrebbe cavalcare questa tendenza in nome dell’interesse nazionale, della necessità di rafforzare il capitale umano e la solidità economica del Paese e della tutela della capacità d’innovazione italiana. Di fronte al rischio del suicidio intellettuale americano, urge cogliere le opportunità con furbizia. Pena subire concorrenza dai nostri stessi vicini in una corsa che potrà ridefinire, negli anni a venire, le dinamiche della cultura e dell’innovazione su scala mondiale se l’introversione statunitense continuerà.
La corsa globale ai talenti e alle tecnologie critiche è un fattore cruciale per gli equilibri internazionali. Ne diamo conto come di molte altre dinamiche su cui amiamo andare oltre la superfice. Se ti fidi del “metodo InsideOver”, abbonati e sostienilo!

