I nostri nonni si sono accorti nel 1945 della fine della guerra, noi invece non ci accorgeremo della fine della nostra battaglia: quella contro il Covid. Non ci sarà alcun annuncio altisonante, non ci sarà alcuna dichiarazione di fine pandemia che seguiremo, semplicemente, quando tutto sarà finito, il problema non sarà più nostro già da tempo. A dimostrarlo è ad esempio il caso di Taiwan. Qui non c’è stata mai emergenza, la popolazione non si è ancora vaccinata e adesso, al primo focolaio, il governo ha dovuto imporre il primo lockdown. Mentre l’Europa si avvia verso la normalità, i Paesi più vulnerabili da ora in poi potrebbero essere quelli che fino ad oggi sono stati poco esposti alla pandemia.

A Taiwan è allarme Covid

Piccola ma popolosa isola dirimpettaia alla Cina (e da sempre considerata come propria provincia da Pechino), fino a qualche mese fa era un modello di riferimento per la gestione della pandemia. Oggi invece Taiwan si trova per la prima volta a confrontarsi con una rapida corsa dei contagi tra la popolazione. Il governo locale, per la prima volta dal 2020, ha dovuto introdurre misure di tutela attraverso il lockdown. Una situazione lontana da ogni immaginazione per un Paese che ha gestito bene la presenza del coronavirus, tanto da essere lo scorso anno uno dei pochi al mondo a non registrare nuovi casi per 200 giorni consecutivi.

Tutto sarebbe iniziato con un piccolo focolaio sorto fra i dipendenti di una compagnia aerea nazionale alloggiati all’interno di un hotel per la quarantena. Mentre si pensava che la situazione fosse sotto controllo, il virus si era già diffuso fra le famiglie dei diretti interessati e, di conseguenza, fra i loro contatti. L’esplosione è avvenuta pochi giorni dopo. Se nella giornata di venerdì 14 maggio si contavano infatti 34 casi, il lunedì successivo ne sono stati contati 335. Un’impennata improvvisa che ha fatto scattare l’allarme con numeri che hanno superato anche quota 700. Da qui l’applicazione delle massime misure restrittive fino ad ora mai usate. Il tutto mentre, dall’altra parte del mondo, la situazione sembra invece gradatamente migliorare con i primi segnali di ritorno alla normalità.

Gli errori di Taiwan

Cercare di capire le cause degli errori è il primo passo per non commetterli più. Ed allora ecco che sotto lo scanner vengono analizzate le prime falle commesse dal governo della piccola isola. Gli esperti del settore hanno attribuito la causa dei nuovi contagi alla riduzione dei giorni di quarantena in primis. Da metà aprile infatti i 5 giorni di isolamento sono stati ridotti a 3 per i dipendenti delle compagnie di volo. Un altro errore che, a differenza del primo non riguarda una sola categoria ma tutta la popolazione, è quello legato alla campagna di vaccinazione mai partita a ritmi spediti. Anzi, tutto il contrario. Dal momento che la situazione fino a poco tempo fa è stata tenuta sotto controllo, c’è stato come un senso di tranquillità che ha poco incentivato la popolazione a chiedere la somministrazione del siero.

Ad oggi, secondo i dati del locale ministero della Sanità, solo l’8% dei cittadini ha ricevuto la prima dose di vaccino. Da quando, negli ultimi giorni, sono esplosi i contagi, contestualmente alla crescita della curva dei nuovi casi, sta aumentando però anche quella dei vaccinati. Andamento questo che denota come la popolazione, dopo aver subito la scossa, abbia ben compreso la necessità di tutelarsi attraverso i vaccini. Un andamento differente invece rispetto a quello dell’Italia. Qui, dopo diversi mesi passati ad assistere alla conta di migliaia e migliaia di contagiati e diverse centinaia di vittime al giorno, la campagna vaccinale è partita contando su una maggiore presa di coscienza da parte dei cittadini. Oggi, al contrario di Taiwan, se la curva dei vaccinati sale, quella dei contagiati scende.

Una situazione ribaltata

Vengono in mente le parole pronunciate su InsideOver da una fonte diplomatica italiana lo scorso 7 maggio, quando si parlava di Russia: “Qui la gente vive come se non fosse accaduto niente – aveva dichiarato – difficile far partire una campagna di vaccinazioni se non c’è un’emergenza”. Quanto accaduto a Taiwan sembra rispecchiare la stessa dinamica. Pochi contagi, situazione sotto controllo e dunque nessuna urgenza di somministrare vaccini, fino a quando poi la curva dei contagi vira verso l’alto. Proprio come sta accadendo anche in Giappone. L’anno scorso l’arcipelago, assieme alla Corea del Sud, era considerato il Paese più a rischio infezioni per via della vicinanza con la Cina, primo epicentro della pandemia. Il successo delle misure di contenimento ha evitato il peggio, ma ora le autorità del Sol Levante lamentano la carenza di vaccini.

Qui il problema è doppio: non solo dall’inizio del 2021 la curva dei contagi ha già toccato due differenti picchi, ma a luglio a Tokyo scatteranno le Olimpiadi e per quella data non ci sarà alcuna immunità di gregge. Situazione simile in Australia e Nuova Zelanda, altri Paesi modello nel contenimento dell’epidemia. Basti pensare che la media settimanale di nuovi contagi si aggira qui intorno ai 5-6 casi al giorno. Ma è altrettanto vero che le vaccinazioni stanno procedendo molto a rilento: “Il successo nel controllo dell’epidemia – ha dichiarato al New York Times Robert Booy, virologo dell’Università di Sydney – ha ridotto lo sforzo di mettere in piedi un’efficace campagna vaccinale”. Vuol dire quindi che la popolazione nei prossimi mesi non sarà sufficientemente immunizzata e sarà quindi esposta al rischio di nuovi focolai e nuove varianti.

Ad oggi non più del 5% della popolazione australiana e neozelandese risulta vaccinata. Lo spettro di un ribaltamento della situazione è dietro l’angolo: mentre l’Europa si avvia ad uscire dalla crisi, la parte del mondo meno colpita potrebbe diventare la più vulnerabile.

Non ci accorgeremo della fine della pandemia

Quando il 10 marzo 2020 in Italia è stato annunciato il primo lockdown, una domanda ha iniziato a riecheggiare tra la popolazione: quando finirà l’emergenza? A distanza di più di un anno la crisi sanitaria è ancora in atto. Ma in pochi adesso per la verità hanno voglia di aspettare l’annuncio della fine della pandemia. Mesi di restrizioni hanno subito spinto gli italiani a tornare nei bar e nei ristoranti non appena le zone rosse e arancioni hanno lasciato il passo alle zone gialle. Si ha voglia di lasciarsi il prima possibile questo periodo alle spalle, senza far troppo caso ai dati dei bollettini quotidiani.

Si è forse capito che la fine dell’emergenza sarà graduale, l’epidemia si spegnerà prima a livello mediatico e poi sotto il profilo sanitario. Nel frattempo l’epicentro della pandemia potrebbe spostarsi verso Paesi attualmente fuori dai problemi ma senza immunità di gregge. E qui è come se si chiudesse un tragico cerchio: ad inizio 2020 il coronavirus era considerato come un problema altrui, lontano dal nostro territorio; a fine 2021 l’emergenza potrebbe tornare ad essere vista come un qualcosa di esterno. Quando l’Oms dichiarerà la fine della pandemia, forse l’Italia dalla memoria molto corta avrà già scordato quanto vissuto.

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