Il Regno Unito si appresta a diventare protagonista di un esperimento “rivoluzionario” legato al virus SARS-CoV-2. L’Università di Oxford intende studiare il comportamento del sistema immunitario in caso di reinfezione da Covid-19 e per farlo, come ricordato da Forbes, ha arruolato novanta volontari, di età compresa tra i 18 ed i 30, che hanno già contratto la malattia. I novanta verranno esposti al virus, mediante un inalatore ed i ricercatori ne analizzeranno le reazioni immunitarie e soprattutto cercheranno di capire quali, tra queste, sono fondamentali per non ammalarsi una seconda volta.

I partecipanti all’esperimento, che dovranno essere rigorosamente non vaccinati, verranno poi sottoposti ad un periodo di quarantena di ben 17 giorni all’interno dell’ospedale dell’Università di Oxford e qui verranno sottoposti ad una serie di analisi ed esami. La durata dello studio inglese, che verrà diviso in due fasi, sarà di 12 mesi ed includerà un minimo di otto visite di controllo prima che un paziente possa venire dimesso.

Cosa sono gli Human Challenge Studies

L’esperimento non è il primo del suo genere dato che, già a febbraio, il governo inglese aveva dato il via libera ad un’altra sperimentazione, a cui avevano preso parte novanta volontari tra i 18 ed i 30 anni, volta ad approfondire le modalità di infezione e di trasmissione del Covid-19. In questo caso i partecipanti non avevano mai contratto il Covid e la scelta aveva suscitato dubbi di natura etica legati alle possibili conseguenze di un’infezione ed alla mancanza di consapevolezza da parte dei volontari.

Alcuni ricercatori hanno invocato gli Human Challenge Studies (studi di infezione umana controllata) sin dai primi giorni della pandemia. Secondo questi ultimi, infatti, bisognava verificare in maniera piuttosto veloce l’efficacia di un vaccino per il Covid-19 tentando di infettare volontari vaccinati con il virus SARS-CoV-2. Un vasto gruppo di persone, circa 30mila provenienti da 140 paesi diversi, aveva formato un gruppo di pressione chiamato 1DaySooner per provare a sensibilizzare le autorità sanitarie americane in materia e si era reso disponibile per fornire volontari. La mossa si era però scontrata con lo scetticismo di scienziati ed esperti di etica e la discussione era rimasta sul piano teorico.

I sostenitori degli human challenge trial ritengono che siano il modo più veloce e meno costoso per sviluppare nuovi vaccini, testare medicine e studiare la progressione di vecchie e nuove infezioni. La maggior parte ha luogo in nazioni ricche ma gli scienziati sono sempre più interessati a trovare volontari nei luoghi in cui le malattie sono studiate e sono endemiche. La trasparenza e la comunicazione diretta sono, secondo gli esperti di etica, sono i modi più semplici per garantire che gli studi si possano svolgere nel modo migliore. Un’altra questione complessa è la retribuzione dei volontari, che può costituire una forte motivazione per chi prende parte agli studi clinici ma che alcuni scienziati preferiscono chiamare una compensazione per il tempo perso piuttosto che un vero e proprio pagamento.

La reinfezione con il Covid-19

La reinfezione con il SARS-CoV-2 è un evento piuttosto raro. I risultati di una serie di studi confermano che l’efficacia protettiva di un’infezione iniziale, a partire dal quattordicesimo giorno dall’inizio dei sintomi, oscilla tra l’80 ed il 100% in un periodo compreso tra i cinque ed i sette mesi. Questo discorso non è però valido per tutte le fasce di età dato che chi ha più di sessantacinque anni ha una protezione inferiore nei confronti della reinfezione. A confermarlo è (anche) uno studio danese pubblicato sulla rivista The Lancet secondo il quale il rischio per i giovani e gli adulti, nei 6-7 mesi che seguono l’infezione, è piuttosto basso.

Lo studio svolto dal Statens Serum Institut di Copenaghen ha verificato quanti, tra gli oltre undicimila danesi che si sono ammalati nel corso della prima ondata (marzo-maggio 2020), hanno nuovamente contratto l’infezione nell’ultimo trimestre del 2020. Le reinfezioni sono state appena 72, con un tasso dello 0.65% e ciò ha portato i ricercatori a stimare un tasso di protezione dell’80%. Tra gli over-65, invece, soltanto il 47 % è risultato protetto dal rischio di un nuovo contagio. Si tratta di un risultato che appare decisamente inferiore alla media generale e che può destare qualche preoccupazione, anche perché gli anziani sono più suscettibili alle conseguenze gravi e letali della malattia. Nel corso dei prossimi mesi bisognerà comunque approfondire quanto e come le varianti del Covid possano influire o facilitare le possibilità di reinfezione e studiare eventuali contromosse.