Lo scorso 28 dicembre la Danimarca poteva vantare l’apparente poco invidiabile record di Paese con il più alto tasso d’infezioni da Covid-19 nel mondo, con 1.612 casi ogni 100.000 persone. La variante Omicron è diventata la variante predominante, e i suoi effetti sono ben visibili nei bollettini quotidiani trasmessi dalle autorità. Ogni giorno, da fine ottobre a questa parte, il virus infetta sempre più persone.

Nelle ultime 24 ore, a 48 ore dal picco di oltre 16.160 contagi, in una nazione con una popolazione di meno di sei milioni di abitanti, sono stati registrati 23.288 casi. L’organismo incaricato di seguire l’andamento della pandemia ha spiegato i dati con ulteriori test effettuati “subito dopo Natale”, anche se i valori restano – numericamente parlando – altissimi.

L’altro lato della medaglia, che analizzeremo nel dettaglio e che ci consente di tirare, almeno per il momento, un sospiro di sollievo, riguarda i decessi (16) e i ricoveri (9), ben lontani da rappresentare un pericolo assoluto. A quanto detto, bisogna poi aggiungere un particolare non da poco: in Danimarca la percentuale di tamponi per residenti è molto elevata. Ma come ha fatto Copenaghen ad arrivare fin qui?

La resistenza danese

L’altra domanda da porsi, nonché più rilevante, è: che cosa sta succedendo nella Danimarca dei record, nel Paese con il più alto tasso d’infezioni del pianeta? Niente di quanto vissuto un anno fa. Diamo subito uno sguardo alle ospedalizzazioni, che al momento sono arrivate a toccare quota 666; una differenza notevole rispetto ai 944 pazienti ospedalizzati nel gennaio 2021. In generale, è vero che c’è stata un’impennata di ricoveri, passando dagli appena 77 del 9 ottobre agli oltre 600 del 28 dicembre; ma è altrettanto vero che la soglia critica è ancora lontana, e che i decessi sono ancora più ridotti. Un anno fa il governo danese piangeva una quarantina di morti al giorno, scesi ora a meno della metà.

Tutto questo significa che i vaccini hanno fatto il loro dovere: quello di prevenire l’insorgere di casi gravi di Covid e limitare i decessi. Per la cronaca, la Danimarca conta il 78% della popolazione completamente vaccinata, un 4,1% parzialmente coperta; il 45,7% ha ricevuto la dose ‘booster’. Insomma, numeri buoni che stanno consentendo al sistema sanitario danese di resistere.

Un laboratorio interessante

I primi parametri di riferimento provenienti dalla Danimarca, soprattutto relativi a ricoveri e infezioni, stanno fornendo motivi di cauto ottimismo sul fatto che i Paesi altamente vaccinato possano essere in grado di resistere all’ondata di Omicron. “È troppo presto per rilassarsi, ma è incoraggiante che non stiamo seguendo lo scenario peggiore”, ha affermato Tyra Grove Krause, capo epidemiologo presso lo State Serum Institute della Danimarca, come riportato dal Washington Post. Gli sviluppi, insieme alla rapida introduzione da parte della Danimarca di colpi di richiamo, hanno sollevato speranze che Copenaghen sia effettivamente in grado di arginare la terribile ondata per la quale si stava preparando.

Ancora più importante, i ricoveri sono stati più bassi del previsto. Lo scenario può chiaramente ancora cambiare, ma una settimana fa, l’istituto scientifico del governo danese aveva affermato che le ospedalizzazioni giornaliere sarebbe variate tra le 120 e 250 unità entro la vigilia di Natale. Ebbene, negli ultimi giorni gli ingressi in ospedale hanno sfiorato quota 125. Attenzione però, perché ci sono comunque altri segnali del potenziale di Omicron; nelle ultime due settimane, il numero di contagi tra gli operatori sanitari è più che raddoppiato, creando diversi problemi al Paese. L’Italia e gli altri Stati farebbero bene a prendere nota.