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Quando ci troviamo nel bel mezzo di una pandemia globale, significa che i sistemi di sicurezza pensati dai governi per prevenire l’insorgere di malattie infettive si sono rivelati inefficaci. Arrivati al punto di non ritorno, è ormai troppo tardi per sperare di interrompere la catena dei contagi attuando qualche semplice restrizione sociale. Se, poi, la causa dell’emergenza globale è un virus altamente contagioso, meglio lasciar perdere qualsiasi piano istantaneo in favore di strategie orientate al medio-lungo periodo.

Certo, prima o poi la corsa di ogni virus è destinata a rallentare, o per motivi naturali o a causa degli effetti del combinato vaccini più farmaci. Ma intanto saranno passati mesi, se non anni, prima che l’agente patogeno in questione diventi endemico, innocuo o sparisca nel nulla. Nel frattempo, in base alle caratteristiche del virus da affrontare, la comunità scientifica dovrà fare i conti con un nemico arcigno, soggetto a frequenti mutazioni e impermeabile a qualsiasi chiusura di confini e frontiere. Insomma, senza un adeguato meccanismo di prevenzione delle malattie infettive è pressoché impossibile scongiurare emergenze mondiali come quella provocata da Sars-CoV-2.

Una volta che il virus ha bucato le difese umane, sia quelle del nostro organismo che quelle allestite dalle autorità nazionali, con risultati più o meno ottimali, il danno è fatto. In tal caso, saremo necessariamente costretti a inseguire il virus in una rincorsa infinita, dove il nostro nemico avrà sempre e comunque una marcia in più di noi. In altre parole, ci ritroveremo in balia del patogeno, che smetterà di causare infezioni, morti e devastazione non appena le condizioni naturali saranno favorevoli. O perché, a un prezzo altissimo, la popolazione infettata ha maturato anticorpi naturali a sufficienza per resistere agli effetti del virus; o perché, a distanza di mesi e vittime, i vaccini hanno fatto il loro effetto; oppure perché non ci sono più bersagli da colpire per via della letalità dello stesso virus, incapace di continuare a replicarsi senza più ospiti a disposizione. Nel caso di Sars-CoV-2, escludendo l’ultima opzione citata, restano in ballo le prime due.

Storie di successo

Le storie di successo più interessanti non sono ambientate all’interno di Stati ricchi, quali Francia, Italia, Usa o Regno Unito. I protagonisti della lotta contro i virus sono Paesi che combattono da sempre contro malattie più o meno pericolose. Dato il contesto in cui si trovano, con sistemi sanitari limitati e non all’altezza, pochissime risorse a disposizione, condizioni igieniche precarie e povertà diffusa, le comunità scientifiche locali sono state costrette ad imparare metodi economici, ma al contempo fruttuosi, attraverso i quali stroncare sul nascere ogni possibile epidemia. Il mantra è semplice: colpire il virus prima che il virus colpisca il cuore del Paese.

Prendiamo la Nigeria, non proprio una nazione esemplare dal punto di vista economico (e non solo quello). Eppure, questo Paese si stava preparando per una pandemia anni prima della comparsa del Covid-19. Le epidemie di febbre gialla, vaiolo delle scimmie ed Ebola hanno permesso alla Nigeria di non farsi cogliere impreparata di fronte al Sars-CoV-2. Piccola premessa: il Centro per il controllo delle malattie della Nigeria (NCDC), ovvero l’istituto nazionale di sanità pubblica del Paese, ha il compito di prevenire, rilevare e rispondere alle minacce per la salute pubblica. Ebbene, quando il Covid-19 ha colpito il territorio nigeriano, l’NCDC è subito entrato in azione, chiamando in causa i Centri operativi di emergenza attivi a livello nazionale. Sono anche state schierate squadre ad hoc, formate da esperti dell’NCDC, con il supporto aggiuntivo del Nigeria Field Epidemiology and Laboratory Training Program, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dei Centri africani per il controllo delle malattie. Come se non bastasse, è stato fatto di tutto per mantenere in salute gli operatori sanitari, così da scongiurare eventuali blocchi di ospedali e strutture di cura.

Sia chiaro: il Covid-19 ha fatto danni anche qui. Ma “in Nigeria, gli investimenti sostenuti e l’esperienza nel contenere altri focolai hanno aiutato il Paese a rispondere all’emergenza”, ha spiegato Emmanuel Agogo, il rappresentante nazionale di Resolve to Save Lives, iniziativa dell’organizzazione globale di sanità pubblica Vital Strategies. Sempre restando in Africa, spicca il caso del Ghana. Nella prima fase dell’emergenza Covid, questa nazione è emersa come leader del continente africano. Il motivo è semplice: è riuscita a mobilitare rapidamente le sue risorse per aumentare i test, supportare gli operatori sanitari e fornire sollievo economico alle comunità più bisognose. La capacità del Ghana di rispondere in modo rapido e deciso alle malattie infettive non nasce dal nulla. Al contrario, è stata influenzata da esperienze passate, quando si è reso fondamentale far fronte a minacce sanitarie che richiedevano una risposta coordinata, tra cui l’epidemia di Ebola del 2014-2016. I Paesi occidentali non sono praticamente abituati a fronteggiare nemici del genere, ma adesso hanno l’occasione d’oro di allestire piani di prevenzione all’altezza dei rischi del futuro. Se è vero, come ripetono gli esperti, che stiamo entrando nel “secolo delle pandemie”, non c’è più tempo da perdere.

Prevenire è meglio che curare

Indipendentemente da cosa accadrà a Sars-CoV-2, resta un fatto innegabile: la pandemia di Covid-19 ha evidenziato l’inadeguatezza della maggior parte dei Paesi del pianeta di fronte all’insorgere di emergenze globali derivanti dalla diffusione di malattie infettive. Piani anti pandemici obsoleti, inefficienti, mai attuati, non aggiornati: è grazie a questo che il nuovo coronavirus ha potuto piantare profonde radici nella nostra comunità, trovando terreno fertile per moltiplicarsi all’infinito e generare varianti. È facile parlare col senno di poi, ma l’ultimo Global Health Security Index – un progetto della Nuclear Threat Initiative, gruppo di sicurezza globale senza scopo di lucro con sede a Washington, e del Johns Hopkins Center for Health Security presso la Bloomberg School of Public Health – ha fotografato una situazione emblematica.

Ben 195 Paesi presi in esame dalla suddetta ricerca – quindi possiamo tranquillamente parlare di “mondo intero” – non erano pronti ad affrontare la pandemia di Covid-19 e, a due anni dall’insorgere dell’emergenza Covid-19, non sono tutt’ora in grado di affrontare future minacce rappresentate da epidemie o pandemie, che potrebbero addirittura essere più devastanti di quella attuale. Finché le autorità non decideranno di investire adeguate risorse per allestire piani di prevenzione di un certo livello, potrà sempre esserci un virus dietro l’angolo pronto a rubarci la quotidianità. Esistono numerose prove a conferma di quanto detto, dalla Nigeria al Ghana soltanto per citare un paio di casi. Già, perché i Paesi che hanno potuto fare affidamento su adeguati sistemi di allarme sono riusciti quanto meno a mitigare gli effetti del Covid-19. E, anche d’innanzi ad altre emergenze, hanno conseguito ottimi risultati. Soprattutto considerando che parliamo spesso di Paesi in via di sviluppo o a basso reddito. Una lezione da imparare in vista dei prossimi anni.

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