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Una media di oltre 300 mila nuovi casi e più di 2 mila morti al giorno, ospedali al collasso, rifornimenti di ossigeno quasi esauriti. Al netto di qualche esagerazione, il dramma sanitario che sta attraversando l’India è sotto gli occhi di tutti. L’insorgere della cosiddetta variante indiana ha trasformato il gigante asiatico nel nuovo epicentro globale di Covid-19. Giusto per capire meglio la pericolosità della bomba a orologeria sulla quale siede Nuova Dehli, dei 727.366 nuovi casi registrati a livello mondiale nelle ultime 24 ore, ben 354.531 riguardano l’India. Come ha fatto l’India, un Paese abitato da circa 1.4 miliardi di abitanti, con un’età media di 28.4 anni, e fino a pochi mesi fa una delle nazioni con il più basso tasso di letalità tra quelle maggiormente colpite dal Covid (1.5 morti ogni 100 abitanti), a trasformarsi in un inferno a cielo aperto?

Possiamo discutere all’infinito degli errori commessi dalle autorità, delle decisioni tardive e poco efficaci, e della generale sottovalutazione del rischio di una nuova ondata. Possiamo pure dibattere sui numerosi comizi tenuti dal primo ministro Narendra Modi in vista delle elezioni locali svoltesi alla fine di marzo o, peggio, della celebrazione di antichi riti che hanno richiamato folle oceaniche di centinaia di migliaia di persone ammassarsi in strada, in barba a distanziamento sociale e mascherine. Possiamo parlare di tutto questo. Ma, a detta di alcuni esperti, la vera variabile si chiamerebbe variante B.1.617, più contagiosa (pare) e pericolosa della forma tradizionale del virus. Ecco di seguito cinque domande per raccontare tutto ciò che c’è da sapere sulla variante indiana.

Che cos’è la variante indiana?

È una mutazione particolarmente aggressiva del Sars-CoV-2 che, proprio come tutti i virus, si trasforma in continuazione per adattarsi all’ambiente. La maggior parte di queste trasformazioni sono trascurabili e irrisorie ai fini della pericolosità del patogeno, nel senso che contribuiscono a cambiare la sua sequenza genetica ma non effetti e comportamenti. Alcune, invece, rendono il virus più contagioso o letale. Sarebbe il caso della variante indiana, scoperta per la prima volta lo scorso ottobre in India.

È più pericolosa della forma tradizionale del virus?

Sono in corso studi per capirlo. La comunità scientifica non è ancora in grado di affermare con assoluta certezza se la B.1.617 sia più infettiva o resistente ai vaccini. Una mutazione della variante indiana, molto simile a quelle osservate nelle varianti identificate in Sud Africa e Brasile, sarebbe in grado di aiutare il virus ad eludere gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario sulla base di una precedente infezione o di un vaccino.

Altri esperti ritengono che la variante indiana non sia peggiore della variante inglese. Il dibattito è in corso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito la variante indiana “Variant of Interest“. Questo significa che la variante è in fase di monitoraggio, ma che, al momento, non è di grande preoccupazione.

Quali sono le sue caratteristiche principali?

Questa variante presenta due mutazioni della proteina spike del virus (la stessa proteina che consente a un patogeno di entrare nel corpo e infettarlo), note come E484Q e E484K e presenti, tra l’altro, anche in altre varianti già conosciute. Entrambe le peculiarità citate potrebbero – il condizionale è d’obbligo – rendere più facile l’inserimento del Sars-CoV-2 all’interno dell’organismo, bypassando l’attività di monitoraggio degli anticorpi.

Resiste ai vaccini?

Gli scienziati ritengono che i vaccini esistenti siano in grado di contrastare la variante indiana per quanto riguarda la prevenzione di forme gravi di infezioni da Covid-19. Per il resto, bisogna ancora capire bene l’atteggiamento del B.1.617. È indubbio che alcune varianti sfuggiranno agli attuali vaccini, i quali dovranno essere “aggiornati” per essere più efficaci e tenere il passo del virus.

“Sembrerebbe, in particolare da uno studio israeliano sul vaccino Pfizer, che una capacità di protezione, seppur ridotta, ci sia. Questo rilancia la fondamentale esigenza di procedere il più velocemente possibile con le vaccinazioni”, ha spiegato Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano.

Dove si è diffusa?

Partita dall’India, è stata riscontrata maggiormente nello stato indiano occidentale del Maharashtra, per la precisione in 220 dei 361 campioni Covid raccolti tra gennaio e marzo. Sembrerebbe che i viaggi internazionali abbiano portato la mutazione nel Regno Unito dove, a partire dal 22 febbraio, sono stati identificati 103 casi. Secondo il database GISAID la variante indiana è stata individuata in 21 Paesi, compresa l’Italia (un solo caso registrato in Toscana).

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