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Il Covid-19 continua a preoccupare la Cina. Poco importa se in proporzione al numero di abitanti, alle ospedalizzazioni e alle vittime, la recente ondata che ha colpito il gigante asiatico sembra essere quasi del tutto innocua. Il governo cinese non ha alcuna intenzione di adottare modus operandi alternativi al modello zero Covid attuato dall’inizio della pandemia. Questo significa che il Partito Comunista Cinese non avrà pace fino a quando i bollettini diffusi dalla Commissione sanitaria nazionale non conterranno zero contagi, e che i funzionari locali non possono abbassare la guardia finché il virus non smetterà di circolare.

L’approccio del Dragone è sempre lo stesso: non appena in una determinata area spunta un positivo – indipendentemente dal fatto che sia o meno asintomatico – le autorità intervengono prontamente per isolare l’infetto e capire quante altre persone ha contagiato lo sfortunato untore. A seconda dell’estensione del focolaio, possono essere messi in lockdown solamente il quartiere in cui vive il positivo, intere zone della centro abitato oppure l’intera metropoli.

Qualcosa del genere è successo a Shanghai, dove i casi di Covid continuano a calare, ma 58 nuovi contagi accertati al di fuori delle aree sottoposte a quarantena hanno rilanciato i timori su una ripresa della diffusione del virus a dispetto del mese di lockdown scattato a fine marzo sui 26 milioni di residenti. E pure a Pechino, dove nel pieno delle festività del Primo Maggio i ristoranti hanno lavorato con la consegna a domicilio, è stata riattivata una struttura dedicata alle emergenze Covid e sono stati annunciati tre cicli di test nel distretto di Chaoyang (in svolgimento dal 3 al 5 maggio).

Cosa succede in Cina

Come abbiamo visto in Occidente, grazie all’effetto combinato dei vaccini, dell’immunità naturale acquisita dalle persone contagiate e poi guarite, e grazie anche alla comparsa di varianti probabilmente meno pericolose delle precedenti, la situazione sanitaria è andata via via stabilizzandosi. Adesso, da ormai qualche mese, il Covid sembrerebbe essere entrato a far parte della nostra quotidianità, come lo speravamo da tempo. Sempre considerando lo scenario occidentale, i ricoveri sono ampiamente sotto controllo praticamente ovunque, i decessi sono calati e i tassi di vaccinazione consentono ai governi di tirare un sospiro di sollievo.

Certo, c’è sempre la minaccia della comparsa di possibili nuove varianti dannose, ma in fin dei conti la situazione è completamente diversa rispetto ad un paio di anni fa. Come mai, allora, in Cina si continuano a fare lockdown così pesanti? E perché le autorità cinesi stanno attuando in varie città misure rigorose, forse ancor più rigide di quelle viste a Wuhan all’inizio del 2020? Sono emerse molteplici ipotesi, alcune plausibili mentre altre impregnate di un eccessivo complottismo. Per provare a capire qualcosa in più sul caso cinese, abbiamo chiamato in causa Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena. “Si capisce poco di quello che stanno facendo le autorità cinesi. In base ai dati che possiamo leggere, la politica sanitaria anti Covid cinese ha oggettivamente poco senso in questo momento”, ha dichiarato a InsideOver .



Massima efficienza o modello inefficace?

La domanda che tutti si fanno è una: per quale motivo la Cina continua a imporre lockdown del genere? “Il numero di casi registrati nelle città cinesi è davvero irrisorio se contestualizzato con gli altri indicatori di questo immenso Paese”, ha sottolineato lo stesso Montomoli. Ciò che legittima un atteggiamento del genere, semmai, può essere ricercato nella ferrea volontà del governo cinese di cercare a tutti i vosti il traguardo casi zero. “Fin dall’inizio della pandemia le autorità cinesi hanno detto e ripetuto che la loro vittoria sul virus sarebbe arrivata soltanto quando non ci sarebbero stati più contagi all’interno del Paese. Secondo una lettura del genere, anche trovare 2-300 infezioni in una metropoli di 20-30 milioni di abitanti è una tragedia. Parliamoci chiaro: a Shanghai numeri del genere non sono affatto pericolosi. Eppure la Cina fa scattare test a tappeto su tutti gli abitanti”. La spiegazione più logica, dunque, non sarebbe tanto sanitaria quanto politica. Xi Jinping e le autorità sanitarie del Paese hanno indicato nel modello zero Covid la strada da seguire, e quella strada deve essere seguita indipendentemente da tutto il resto.

E se invece i vaccini cinesi stessero dimostrando di funzionare meno rispetto a quelli sviluppati dai Paesi occidentali? “I vaccini che abbiamo utilizzato, in generale, continuano ad essere ingegnerizzati verso i primi ceppi del virus. Questo vale per tutti, magari per i vaccini cinesi un po’ di più. In ogni caso, più andiamo avanti e più i vaccini calibrati per le prime ondate del virus lasciano “pezzi” sul campo”, ha spiegato Montomoli. “Dopo la seconda dose sembrava paradossalmente che i vaccini proteggessero più della terza. In realtà non era così. Semplicemente, dopo la seconda dose, circolava un virus più vicino alla variante che si prefigevvano di arginare quegli stessi vaccini. Quando abbiamo iniziato a fare le terze dosi hanno iniziato a circolare Omicron e altre varianti sempre più lontane dal virus contenuto nel vaccino”, ha aggiunto l’esperto.

Tornando al caso cinese, va detto che il Sars-CoV-2 si è diffuso così velocemente che in pochissimi mesi ha dato vita a molitssime varianti, alcune delle quali importanti e rilevanti. “Può darsi che i cinesi abbiano fatto questo ragionamento: se lasciamo piede libero un simile virus non avremo di nuovo gli ospedali intasati, ma in città come Pechino e Shanghai potrebbe esserci il rischio di fare i conti con 300mila casi settimanali”, ha ipotizzato lo stesso Montomoli.

Tra precauzioni e timori

C’è anche chi ha provato a giustificare il rigido atteggiamento sanitario cinese ipotizzando la presenza di un altro virus. “Non penso proprio che sia così. Sarebbe davvero molto strano. E in ogni caso sarebbe una lotta contro il tempo. Lo abbiamo già visto con il Covid. Possiamo fare lockdown rigidi quanto vogliamo, ma se davvero ci fosse un altro virus – per giunta trasmissibile per via aerea – prima o poi arriverà in altri Paesi e ce renderemo conto”, ha dichiarato Montomoli.

“Al contrario è molto più plausibile che in Cina si siano sviluppate varianti che noi ancora non conosciamo. Magari – ha ipotizzato ancora il professore – i cinesi non vogliono far vedere che queste supposte varianti possano arrivare dal loro Paese. A ben vedere le varianti più pericolose fin qui conosciute non sono mai partite dalla Cina. Sarà possibile che in un Paese come questo, dove i contatti ravvicinati sono molto frequenti, non si sia mai generata alcuna variante?”.  Se così fosse, è possibile che la Cina stia cercando di minimizzare l’eventuale variante (ripetiamo: è sempre un’ipotesi) di modo che venga prima trovata in qualche altro Paese. Del resto la Repubblica Popolare ha dimostrato di tenere alla sua immagine e di non voler aver niente a che fare con il Covid. La variante scoperta lo scorso novembre, ad esempio, è stata chiamata Omicron, saltando di fatto due lettere greche, compresa la xi che avrebbe richiamato da vicino il nome del presidente cinese Xi Jinping, stigmatizzando l’intero Paese.

C’è, infine, un ultimo aspetto curioso da chiarire. In giro si vedono moltissimi filmati di sanitari cinesi che sottopongono a tampone cani e gatti. Che senso ha testare gli animali? “Non ha senso. È come se i cinesi volessero cercare qualcosa che però scientificamente, al momento, non ha ragion d’essere. Che in tutta la Cina non ci sia un esperto che lo faccia notare mi suona strano”, ha commentato Montomoli. Anche in questo caso possiamo ragionare per ipotesi: o siamo di fronte veramente ad un modello rigidissimo, che non lascia “scampo” neppure a cani e gatti, “oppure (ipotesi molto complicata da dimostrare e al momento priva di qualsiasi fondamento) gli esperti cinesi sanno qualcosa che noi non conosciamo”, ha aggiunto Montomoli. Per esempio? Che questo virus possa essere in grado di ricombinarsi con virus animali e quindi generare chimere virali più aggressive e sempre nuove. “Al momento non esistono assolutamente evidenze del genere. Non ha quindi senso fare tamponi a cani e gatti. Avrebbe senso se sapessi che il virus, passando ai gatti e ai cani, potrebbe ricombinarsi con i virus animali e creare una chimera virale. Ma come detto non ci sono prove in merito”.

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