Per quale motivo alcune metropoli sono state travolte dalla pandemia di Covid in maniera brutale, mentre lo stesso fenomeno non si è verificato, con la stessa intensità, all’interno di altri centri urbani? Non è un caso che Milano sia stata colpita più di Monaco di Baviera, Manchester, Friburgo o Southampton. E la colpa, a differenza di quanto si possa pensare, non è affatto da imputare all’atteggiamento mostrato dai cittadini, magari poco ligi nel rispettare i provvedimenti presi dalle autorità, tra cui indossare la mascherina o mantenere il distanziamento sociale.

La spiegazione, come hanno cercato di ricostruire gli studiosi del Centro per la pianificazione urbana dello Zhejiang, in Cina, è ben diversa, e coincide con la forma urbana di ogni singola città. Nello studio intitolato Role of urban planning characteristics in forming pandemic resilient cities, e pubblicato su Pubmed, vengono analizzati nel dettaglio gli aspetti che agevolerebbero la violenta diffusione del contagio in determinate città a discapito di altre.

I fattori che contano (e il caso di Milano)

Lo studio cinese ha preso in esame 30 città europee, tra cui tre italiane: Milano, Torino e Genova. Ebbene, il capoluogo lombardo sarebbe stato particolarmente vulnerabile al Covid, soprattutto nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, a causa di un mix formato da diversi fattori. Innanzitutto, la maggiore o minore trasmissione del Sars-CoV-2 tra gli abitanti di un centro urbano dipenderebbe niente meno che dalla struttura della metropoli.

In particolare, le città europee considerate sono state suddivise in tre famiglie a seconda della loro struttura: lineare, a griglia o radiale. In quest’ultimo caso – emblematico di Milano – le città presenterebbero una migliore connessione interna, un aspetto che agevolerebbe la diffusione incontrollata del virus. Secondo alcune stime, infatti, in quel di Milano più del 40% degli spostamenti avverrebbe mediante il trasporto pubblico. Sappiamo da altri studi che, durante i primi mesi della pandemia, l’utilizzo dei suddetti mezzi di trasporto è stato uno dei fattori che più ha inciso sulla diffusione del coronavirus. Non tanto perché sia più facile infettarsi al loro interno, quanto per l’incessante movimento di ingenti quantità di persone, ed è proprio il movimento il principale meccanismo che consente al virus di propagarsi in ogni dove.

Insomma, il virus è riuscito a circolare più velocemente e facilmente nelle città in cui la popolazione ha fatto un grande utilizzo dei mezzi di trasporto. Ma non è finita qui, perché bisogna anche considerare il collegamento del singolo centro urbano con le aree più lontane, tanto a livello regionale che internazionale. Più il reticolato delle connessioni infrastrutturali era fitto, e più il virus è stato in grado di contagiare persone, che a loro volta hanno contagiato altre persone in un circolo pressoché infinito.

I fattori che non contano

Strano ma vero. Due fattori che, stando al medesimo studio cinese, influirebbero solo in forma minore sulla diffusione del virus in una città sono il numero di abitanti e la densità abitativa della stessa. La riprova arriverebbe dal confronto tra metropoli con indicatori tra loro molto simili, le quali hanno fatto registrare una trasmissione del Sars-CoV-2 assai differente. Londra e New York hanno dovuto fare i conti con tassi di diffusione enormi se paragonati ai valori rilevati a Hong Kong, Seul e Singapore.

Al contrario, conta più dei due fattori citati, ma sempre meno dei traporti, la presenza di aree sovrappopolate. “La diversità riscontrata nelle varie caratteristiche urbane è, in larga misura, correlata al fatto che alcune città sono più vulnerabili di altre”, si legge nello studio. “La connettività all’interno delle città attraverso il trasporto pubblico è risultata essere il possibile fattore principale di questo studio, ed è seguita dalla dimensione della popolazione e dalla densità. Anche la morfologia urbana sembra contribuire a tale epidemia. Sia le città radiali che quelle a griglia sono associate a tassi di infezione più elevati rispetto alle città lineari”, hanno quindi concluso gli autori del paper.