Sono stati i primi a infondere un barlume di speranza all’umanità nel momento più delicato della pandemia di Sars-CoV-2. I vaccini anti Covid realizzati da Russia e Cina hanno trovato spazio su tutti i media tra l’estate e l’autunno del 2020. Lo scorso agosto, proprio in questo periodo, le agenzie battevano una notizia sensazionale: l’istituto Gamaleya di Mosca era riuscita a sviluppare “il primo vaccino contro il coronavirus”. A dire il vero l’annuncio arrivò direttamente da Vladimir Putin che, da abile comunicatore e leader politico, si prese il centro della scena.
“Stamattina è stato registrato il vaccino contro il coronavirus per la prima volta al mondo. Funziona in modo abbastanza efficace, garantisce un’immunità stabile e ha superato tutti i controlli necessari”, spiegò il presidente russo l’11 agosto 2020. Lo Sputnik V era diventato realtà. A salvare il mondo dal virus, pensarono in molti, non sarebbe stata una potenza occidentale, bensì la tanto bistrattata Russia, accusata da una buona parte della comunità internazionale di non essere una democrazia e via dicendo.
Nel giro di poche settimane, Mosca iniziò a esportare il proprio vaccino in giro per il mondo, registrando ogni progresso diplomatico su un sito appositamente creato per celebrare i traguardi tagliati dallo Sputnik. Nello stesso momento che il vaccino russo stava muovendo i suoi primi passi, oltre la Muraglia, anche la Cina era pronta a lanciare i suoi vaccini. Prima della fumata bianca ufficiale, nel periodo compreso tra ottobre e novembre, alcune amministrazioni locali cinesi avevano iniziato a somministrare il prodotto a categorie di lavoratori a rischio.
Una vittoria a metà
Le aspettative geopolitiche riposte da Russia e Cina sui loro vaccini erano altissime. Aver bruciato gli Stati Uniti, e più in particolare le potenze occidentali, su un tema tanto caldo quanto strategicamente rilevante avrebbe potuto consentire a entrambe le nazioni di guadagnare terreno fertile a scapito dei rispettivi rivali. Soprattutto agli occhi dei Paesi in via di sviluppo e di quei governi attratti dai modelli politico-economici guidati da Vladimir Putin e Xi Jinping.
Se in un primo momento la cosiddetta guerra dei vaccini aveva consentito sia a Mosca che a Pechino di ripulire le loro immagini a livello internazionale, in un secondo momento la contesa iniziò a prendere una direzione ben precisa. Complice una struttura non adeguata ai sogni di gloria riposti nello Sputnik, i russi hanno ben presto assistito al ritorno di fiamma dal Dragone, padrone assoluto della scena in quanto a numero di dosi esportate nei cinque continenti. C’è però una terza fase da considerare, la fase iniziata in concomitanza con la comparsa delle varianti del Covid.
Vari esperti hanno sottolineato un aspetto non da poco: molti dei Paesi che avevano fatto affidamento sui vaccini cinesi – è il caso di Thailandia e Malesia, giusto per citarne un paio – hanno assistito a un’impennata dei contagi. E questo, sempre secondo tale ipotesi, confermerebbe che i vaccini non occidentali sarebbero meno efficaci. Come se non bastasse, né lo Sputnik (che in Russia non avrebbe convinto più di tanto la popolazione) né i vaccini cinesi sono fin qui stati autorizzati dagli enti regolatori europei o americani (potrebbe invece accadere il contrario).
Detto in altre parole, Russia e Cina sono state in grado di attirare l’attenzione della comunità internazionale, ed entrambe potranno senza ombra dubbio continuare a giocare il jolly rappresentato dai loro vaccini; allo stesso tempo è però probabile che Putin e Xi non si aspettavano di dover fare i conti con la terza fase, coincidente con la rimonta dei vaccini occidentali.
Ombre e successi parziali
Come ha scritto il settimanale Time, Cina e Russia pensavano (e speravano) che la pandemia avrebbe consentito loro di dimostrare al mondo di essere scientificamente innovativi e più generosi rispetto ai Paesi occidentali, più lenti a lanciare i vaccini e accusati di essere egoisti nei confronti dei Paesi in via di sviluppo.
I vaccini cinesi sono stati utilizzati in oltre 80 Stati, potendo godere di vantaggi economici (meno cari rispetto alla concorrenza) e tecnici (conservazione più semplice, in normali frigoriferi e non a temperature glaciali). Il punto è che, mentre i prodotti Pfizer-BioNTech e Moderna vantano tassi di efficacia superiori al 90%, il cinese Sinovac, ad esempio, sarebbe in grado di prevenire la malattia sintomatica nel 51% dei vaccinati e le forme più gravi della stessa nel 100% dei casi. Inoltre, gli studi hanno testato i vaccini cinesi solo contro la versione del Covid emersa alla fine del 2019 in quel di Wuhan, senza tener conto del peso delle varianti.
Lo Sputnik russo, invece, pur essendo definito “sicuro ed efficace” dagli studi internazionali, risulta controverso per altre ragioni. Intanto è stato approvato dal Ministero della Sanità russo nell’agosto 2020, cioè un mese prima della pubblicazione dei risultati degli studi di fase 1 e 2, e prima ancora che fosse iniziato il suo studio di fase 3. C’è poi un problema a livello di produzione e non mancano diversi gialli, come quello sollevato dai funzionari slovacchi, secondo i quali le dosi di Sputnik ricevute dalla Russia “non avevano le stesse caratteristiche e proprietà” delle dosi di Sputnik fornite dalla Russia per la valutazione negli studi internazionali. Certo, anche se i vaccini Pfizer e Moderna risulterebbero (il condizionale è d’obbligo) più efficaci contro la variante Delta, i vaccini cinesi e russi, come ripetono vari scienziati, fanno comunque la loro parte.
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