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Scienza

Perché i “picchi” di Covid non devono più far paura

“Nuovo record di contagi”, “impennata di casi”, “forte aumento delle infezioni”: formule del genere sono sempre più comuni per descrivere lo stato della pandemia di Covid-19, soprattutto in questo periodo, ora che il Sars-CoV-2 sembrerebbe aver imboccato la strada dell’endemicità....

“Nuovo record di contagi”, “impennata di casi”, “forte aumento delle infezioni”: formule del genere sono sempre più comuni per descrivere lo stato della pandemia di Covid-19, soprattutto in questo periodo, ora che il Sars-CoV-2 sembrerebbe aver imboccato la strada dell’endemicità. La variante Omicron, ancor più di Delta, ha infatti reso questo virus ancora più contagioso del normale.

Allo stesso tempo, sia per le caratteristiche della nuova mutazione del patogeno – a quanto pare meno aggressivo della forma tradizionale – che per l’effetto combinato di vaccini ed esposizione continua alla minaccia, l’aumento dei casi in un determinato Paese è sempre meno accompagnato da un altrettanto aumento di ricoveri e decessi.

In altre parole, in parte perché supportati dalle vaccinazioni e in parte perché precedentemente contagiati e poi guariti, i nostri organismi stanno lentamente iniziando a prendere le misure contro il Covid-19 . Certo, ci vorrà ancora molto prima di paragonare la malattia generata dal virus Sars-CoV-2 a una banale influenza. Ma intanto possiamo constatare i primi effetti desiderati. Basta dare un’occhiata a quanto sta accadendo proprio adesso un po’ in tutto il mondo.

Una nuova fase pandemica

In Corea del Sud, uno dei Paesi più virtuosi nel contenere la pandemia, i nuovi casi di Covid-19 stanno superando ogni record. I contagi quotidiani hanno superato quota 100 mila per il secondo giorno consecutivo, alimentando l’allarme delle autorità locali per la recrudescenza delle infezioni. I casi sono raddoppiati rispetto al 10 febbraio scorso, quando per la prima volta avevano superato quota 50 mila.

Eppure, il governo sudcoreano ha comunque deciso di procedere con l’allentamento di alcune restrizioni in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 9 marzo, ritardando dalle 21 alle 22 l’inizio del coprifuoco per bar e ristoranti. Resteranno in vigore almeno fino al 13 marzo il limite massimo di sei persone per le riunioni private, la quarantena di sette giorni per i visitatori internazionali, l’obbligo di mascherina negli spazi pubblici e quello di esibire un pass vaccinale per lavorare in una determinata categoria di uffici.

Al netto delle misure, è interessante notare il numero di ospedalizzazioni e quello relativo ai decessi. Le ospedalizzazioni si attestano intorno alle 408 unità mentre le vittime sono aumentate, ma il loro incremento è pressoché irrisorio se paragonato al numero di casi e, soprattutto, ai valori registrati in Europa negli ultimi due anni. Seul aveva contato 109 morti il 23 dicembre; questo dato era gradualmente calato a una trentina di decessi quotidiani alla fine di gennaio, per poi salire a 61 (15 febbraio).

Appunti dall’Asia: il caso del Giappone

In Giappone la situazione non è molto diversa da quella descritta in Corea del Sud. Anche qui i contagi hanno subito un’impennata provocata dalla diffusione di Omicron. Tokyo ha registrato un nuovo record giornaliero di morti per coronavirus nelle ultime 24 ore a quota 236, il livello più alto dall’inizio della pandemia. Il Paese segna ormai dall’inizio dell’anno oltre 100 decessi al giorno, soprattutto tra gli anziani. Perfino a Hong Kong, il Paese che sta seguendo il modello cinese Zero Covid e che ora è travolto da una nuova ondata, il numero di vittime e decessi non desta particolari preoccupazioni.

Se è vero che il 79% della popolazione giapponese ha terminato il ciclo vaccinale (un 2% è in attesa di completarlo), è altrettanto vero che questa percentuale non è poi così distante da quella italiana (84%) e sudcoreana (87%). Come hanno sottolineato i media locali, il Giappone è un caso a sè stante poiché deve fare i conti con molteplici focolai scoppiati all’interno delle rsa; a questo è dunque dovuta l’impennata di vittime. Da qui ai prossimi mesi bisognerà quindi continuare a monitorare l’andamento della pandemia, anche se è forse arrivato il momento di smettere di spaventarsi di fronte a certi numeri e “picchi”.





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