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Olanda: una media di 12mila contagi registrati negli ultimi sette giorni, addirittura +91% di nuove infezioni rilevate confrontando i dati raccolti nel periodo compreso tra il 27 settembre e il 3 ottobre e l’8 e il 13 ottobre. Belgio: +42% di contagi e 20% di ricoveri nel giro di una settimana, +89% di infezioni prendendo in esame lo stesso lasso temporale, e una media di oltre 7mila nuovi casi al giorno. Austria: siamo passati dai 6.600 nuovi casi settimanali del 5 novembre a una media attuale di 9.600, e a un problematico +88% di casi rispetto alla fine del mese scorso. Germania: +84,8% di nuovi casi da mettere in conto nel medesimo periodo preso in esame in questa rassegna, quasi 50mila contagi giornalieri e una media di 400 contagi per milione di abitanti rispetto ai 280 per milione della settimana precedente.

Olanda, Belgio, Austria e Germania sono soltanto alcuni dei Paesi europei che hanno più sofferto la cosiddetta quarta ondata di Sars-CoV-2. I primi due sono stati inseriti dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) nella “lista” nera contenente i 10 Paesi in cui è presente una situazione “molto preoccupante”. Vienna e Berlino si trovano invece nel gruppo delle nazioni che presentano una situazione “preoccupante”. Eppure, tutti questi Stati hanno avviato le rispettive campagne vaccinali da quasi un anno, in certi casi ottenendo coperture più che soddisfacenti. In Olanda il 73% della popolazione ha terminato il ciclo vaccinale di due dosi, mentre il 7,6% è in attesa di completarlo. Numeri simili anche in Belgio, con il 74% delle persone schermate per intero e l’1% in attesa di terminare il ciclo. Un po’ più indietro Austria – il Paese dell’Europa centrale con la percentuale di vaccinati più bassa – e Germania, rispettivamente fermi al 63% (4,2% in attesa della seconda dose) e al 67% (2%), ma comunque in possesso di numeri che, immaginati qualche mese fa, avrebbero teoricamente dovuto far dormire sogni tranquilli.

La copertura dei vaccini

Uno scenario del genere pone la comunità scientifica di fronte a due domande. La prima: per quale motivo stiamo assistendo a un ritorno di fiamma del Covid nonostante i vaccini? La seconda: perché si continuano a registrare nuovi casi anche all’interno dei Paesi che possono sfoggiare un’elevata percentuale di vaccinati? Premessa doverosa: è impossibile rispondere ai quesiti fornendo argomentazioni provate al 100%. Occorreranno studi, paper e ricerche approfondite su ogni singolo caso preso in esame. Possiamo però mettere sul tavolo le ipotesi più plausibili per provare a ricostruire quanto accaduto.

Partiamo dal ruolo giocato dai vaccini nel contrastare la diffusione del Sars-CoV-2. Collegandosi agli slogan vaccinali usati (e abusati) da politici ed esperti dall’inizio della pandemia ad oggi (dallo “sconfiggeremo il virus quando arriverà il vaccino” al “torneremo alla normalità una volta raggiunta l’immunità di gregge”), c’è chi si è sentito preso in giro. “Perché imporre altre restrizioni se la maggior parte dei cittadini ha completato il ciclo vaccinale e molti Paesi hanno perfino superato la soglia richiesta per approdare alla tanto decantata immunità di gregge?”, è l’interrogativo più sollevato dai cittadini.

In realtà, non c’è trucco e non c’è inganno. Per l’ennesima volta durante questa pandemia è stato semplicemente utilizzato un modello comunicativo errato. È impossibile fare promesse certe – peggio che mai ripeterle con un ritmo martellante – quando ancora non si conoscono aspetti chiave legati all’emergenza sanitaria e ai vaccini, quali la durata dell’immunità acquisita con i vaccini. Sarebbe stato molto più prudente spiegare ai cittadini che sì, i vaccini avrebbero rappresentato un fondamentale punto di svolta nella lotta al Covid, ma che sarebbe stato impossibile fare previsioni più precise. Tutto questo ha prestato il fianco alle perplessità espresse dagli incerti e dagli indecisi, molti dei quali si sono quasi sentiti autorizzati a trasformarsi in no vax.

Tempistica e immunità

Per farci un’idea di cosa può essere andato storto in Paesi come Olanda e Belgio, abbiamo chiamato in causa Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena. Se analizziamo diverse realtà, ad esempio Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Regno Unito, e leggiamo il loro tasso di vaccinazione, possiamo stilare la classifica di chi ha raggiunto la percentuale più alta di vaccinazioni effettuate. Ebbene, il tasso di ospedalizzazione presente all’interno di quegli stessi Paesi è inversamente proporzionale al tasso di vaccinazione. Detto in altre parole, in generale i ricoveri sono minori dove sono stati utilizzati più vaccini.

Fin qui non c’è niente di strano. Il problema, tuttavia, si presenta in casi specifici, quando nazioni che possono vantare elevati percentuali di vaccinazioni vengono travolte da nuovi casi. Che cosa avviene? “A mio avviso questi Paesi hanno iniziato a vaccinare la popolazione in modo consistente, con due dosi, molto presto, non appena i vaccini erano disponibili. Adesso, a distanza di 7-8 mesi dalla fine del ciclo vaccinale, l’immunità conseguita dai vaccinati sta decadendo. Di conseguenza, assistiamo alla ripresa dei contagi. Servono tuttavia studi più approfonditi per spiegare una dinamica così complessa”, ha spiegato a InsideOver Montomoli. Per quale motivo in Italia non registriamo gli stessi numeri dell’Olanda? La spiegazione potrebbe essere nella tempistica della campagna vaccinale italiana.

“L’Italia potrebbe non aver molti casi perché lo scorso gennaio era partita malissimo nelle vaccinazioni. Ha recuperato soltanto in un secondo momento, rimettendosi ‘in pari’, con l’arrivo del generale Figliuolo. Olanda e Belgio hanno vaccinato subito il maggior numero possibile di cittadini con due dosi, mentre il nostro Paese soffriva di una evidente carenza di vaccini“, ha ipotizzato ancora Montomoli. Il cuore del ragionamento appare quindi piuttosto evidente. “Avendo iniziato in ritardo, i primi vaccinati italiani rientrano ancora sotto l’ombrello dei 5-6 mesi coincidenti con l’immunità garantita dai vaccini. Quelli di altri Paesi europei in molti casi hanno superato i 7 mesi. E la loro immunità inizia a decadere. Questo confermerebbe ulteriormente la necessità di ricorrere alle terze dosi“, ha concluso il professor Montomoli.

Londra e le terze dosi

Da questo punto di vista, l’Italia non può assolutamente perdere tempo né tanto meno crogiolarsi sugli allori. Se vale il ragionamento della tempistica, il governo italiano dovrebbe subito spingere sulla terza dose per scongiurare pericolose falle dentro le quali il virus potrebbe tornare a prosperare. Ricordiamo che in Italia ha terminato il ciclo vaccinale il 73% della popolazione, mentre il 5,1% in attesa della seconda dose.

Il Regno Unito rappresenta un caso molto particolare. L’Uk è stato il primo Paese del mondo ad autorizzare un vaccino anti Covid, ed è pure stato il primo Paese europeo a dare il via alle vaccinazioni (8 dicembre 2020 contro il Vaccine Day fissato dall’Ue il 27 dicembre 2020). La campagna vaccinale di Londa non ha incontrato particolari ostacoli, tanto meno ha dovuto scontare la fastidiosa carenza di dosi che ha invece più volte colpito il resto del continente (merito degli accordi stretti dal governo guidato da Boris Johnson, in netto anticipo su Bruxelles).

In ogni caso, le autorità britanniche hanno spinto sul pedale dell’acceleratore riuscendo a regalare al Regno Unito l’ennesimo record pandemico: diventare il primo Paese a stilare una road map per il “ritorno alla normalità“. E, fedele alla linea, tra la fine della scorsa primavera e l’inizio dell’estate, Londra ha gradualmente rimosso ogni restrizione. Tra settembre e ottobre, cioè a oltre sei mesi dalle prime vaccinazioni effettuate, il numero di casi ha tuttavia ripreso a salire in tutta l’Uk per poi tornare a scendere. Perché non abbiamo assistito a uno scenario analogo a quello registrato in Olanda? Il motivo potrebbe essere ricercato nella campagna per le terze dosi, già somministrate a 12 milioni di persone.