La geopolitica della corsa allo spazio
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Nelle ultime settimane a Pechino i casi di Covid-19 sono aumentati e, come accade da anni ormai, quando aumentano i casi il governo chiude la città e obbliga la popolazione a numerosi tamponi. La paura di entrare in una situazione affine a quella affrontata da Shanghai nell’ultimo mese è tangibile. I numeri sono troppo alti per gli standard mantenuti finora: al momento ci sono a Pechino 2882 e 9 i decessi. È importante tenere a mente le proporzioni. Si parla di una città che ospita 22milioni di abitanti.

Non potremmo comprendere il valore di restrizioni e test di massa senza interrogare chi vive realmente nei posti interessati. Abbiamo ascoltato la testimonianza di G. a Pechino da dieci anni. G. ci ha raccontato che test di massa a Pechino non erano mai stati fatti prima, venivano svolti in modo localizzato quando si presentava una motivazione valida per farli. “La differenza rispetto a prima, motivo per cui c’è un po’ di agitazione negli animi, è che si è iniziato per distretti. Io vivo a Chaoyang, uno dei distretti principali di Pechino. A livello distrettuale hanno iniziato a fare tre tamponi a distanza di tre giorni, che poi sono stati estesi ad altri distretti”. Prima del caso Shanghai, veniva richiesto il tampone per viaggiare, per uscire ed entrare nella città, ma non venivano testati interi distretti, solo strade o building quando venivano registrati dei casi.

Pechino è sempre stata prudente e controllata. Da novembre sono state definite ulteriori restrizioni per chiunque entrasse e uscisse dalla città in vista delle Olimpiadi. “Hanno sempre monitorato ed è questa la differenza essenziale con Shanghai”, che invece è sempre stata più libera, con le restrizioni meno rigide di tutta la Cina. Da novembre le restrizioni vietano l’accesso in determinate zone, che si dividono in zone ad alto, medio e basso rischio, proprio come le nostre zone colorate.

Finora i test venivano fatti a campione: “Li fanno a batch di 5 o di 10. Ci sono degli spot in città in cui si rilasciano i dati e il tuo sample finisce in un gruppo di cinque. Nelle notizie ti dicevano “abbiamo trovato dodici batch positivi”, quindi potenzialmente 60 positivi che vengono ritestati e se ne registrano gli effettivi positivi”. Attualmente sono stati chiusi parchi, stazioni, asili infantili e scuole primarie, dove le lezioni sono state spostate online.

Trasporti pubblici chiusi a Pechino
Un uomo parla con la sicurezza in una stazione della metropolitana chiusa a Pechino, Cina, 04 maggio 2022

G. ci ha raccontato che nella prima fase di questo nuovo periodo la vita a Pechino procedeva normalmente, nonostante i cinesi fossero spaventati, motivo per cui la gente per le strade cominciava a diminuire. “Mi rendo conto che ci siano delle notizie sensazionalistiche e quindi ci si sofferma sui supermercati vuoti. È normale. Se abbiamo l’esempio di Shanghai e vengono registrati 20 casi a Pechino, in cui ricordiamoci che vivono 22 milioni di persone, andiamo al supermercato a fare scorta per precauzione. Ma il giorno dopo gli scaffali sono pieni di nuovo, perché non siamo a quel punto lì. La sera forse si troverà meno cibo, ma il giorno dopo sono di nuovo forniti. È un ottimo business per i supermercati”.

La progressione dei casi sembra essere molto più lenta rispetto a quella di Shanghai un mese fa. Sono dati che lasciano ben sperare, soprattutto perché i cittadini di Pechino sono consapevoli del maggiore controllo mantenuto in questi anni dalla città. “Potevamo uscire, andare a mangiare fuori o a bere uno Spritz fino a due settimane fa. Adesso hanno chiuso i ristoranti per le festività di maggio”, in occasione della Festa dei Lavoratori che in Cina viene festeggiata per quattro giorni. In seguito hanno deciso di prolungare le restrizioni. “Da due settimane non stiamo andando in ufficio perché da poco richiedono il test. In realtà ci sono stati due passaggi: hanno trovato i primi 20 casi ed è arrivata la notizia che per andare in ufficio bisognava fare un tampone. La normativa però era poco chiara, perciò abbiamo chiesto chiarimenti. Ci hanno risposto che avremmo dovuto fare il tampone e andare in ufficio. In caso di risultato positivo ci avrebbero chiusi dentro. Perciò abbiamo deciso di lavorare da casa. Poi la normativa è cambiata e ora si può andare in ufficio solo dopo un tampone negativo. Ma ormai siamo abituati al lavoro da casa o dal bar o dal parco del compound”.

La popolazione cinese possiede strumenti di tracciamento implementati sin da subito. “Noi sappiamo esattamente quali sono le aree a rischio, quali sono i building in lockdown, siamo pieni di informazioni in questo senso e controllatissimi”. Anche in Cina posseggono un QR-code corrispettivo del nostro Green Pass, l’Health Kit, che bisogna scansionare per poter accedere in quasi tutti i locali. “Sono stata a Shanghai ad ottobre e loro non sapevano cosa fosse. Noi dobbiamo averlo per forza. In questo modo sanno sempre dove sei”, cosa che viene vista più come agevolativa della situazione che come una violazione della privacy. L’applicazione Alipay permette invece di avere dati in tempo reale sui contagi in tutte le città della Cina, riportando con precisione i numeri degli asintomatici, dei sintomatici e dei morti. In questo senso le informazioni circolano più che mai.

Fever clinics e Covid Hotel

Anche a Pechino esistono dei centri di isolamento, si tratta di fever clinics o di Covid hotel. Non è però qualcosa di nuovo. Le fever clinics sono state inizialmente istituite per combattere l’epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (SARS) nel 2002. Furono progettare per fornire valutazioni, esami di laboratorio e un processo decisionale tempestivi per potenziali casi infetti. Fino ad aprile 2021, la Cina ha istituito circa 15mila fever clinics. Le cliniche sono state cruciali per la zero covid policy al fine di ridurre il rischio di infezioni, specialmente nella fase iniziale del Covid-19 in Cina.

I Covid hotel, invece, sono spesso utilizzati per chi, dopo un viaggio, deve sottoporsi alla “quarantena centralizzata”. Ad ottobre 2021 per esempio per chi entrava nel Paese erano previste due settimane di quarantena per chi arriva in Cina e tre per chi era diretto a Pechino. Già all’epoca, nel racconto dell’esperienza personale del giornalista Gabriele Battaglia, i padroni del sito erano i numerosi operatori in tuta bianca, completamente coperti e irriconoscibili. Situazione meno drastica di quella di Shanghai, ma con cui sicuramente ha dei punti di contatto nell’idea di principio.

Anche ad Hong Kong sono molto presenti, soprattutto da febbraio, quando si è deciso di convertire diecimila stanze d’albergo a strutture per la quarantena di positivi al Covid-19 proprio per fronteggiare l’ondata di contagi dovuta alla variante Omicron.

Il governo cinese sostiene che Shanghai sia un’eccezione nel successo della strategia finora adottata, che ha previsto l’istituzione di rigidi lockdown nel momento in cui venivano identificati pochi casi positivi, eliminando sul nascere ogni possibilità di contagio. Un approccio molto costoso che ha permesso alla Cina di stanziare sul podio dei paesi con meno casi e decessi al mondo negli ultimi due anni.

La strategia si è trovata a fronteggiare maggiori difficoltà nella fase attuale dell’epidemia, in cui la variante omicron si è rivelata più contagiosa. Per non rischiare di trovarsi in una situazione così drastica e poco organizzata come quella vissuta a Shanghai, il governo cinese ha provato ad anticipare i nuovi focolai con questa gestione più centralizzata. La funzionalità di questo test di massa è quella di comprendere quanto è diffuso il virus in questo momento e stroncare sul nascere eventuali focolai che potrebbero rappresentare una pericolosa miccia.

Svolgere dei test è fondamentale soprattutto perché Chaoyang è una zona importante da un punto di vista economico, sede delle principali istituzioni finanziarie della città, e un eventuale lockdown potrebbe rappresentare un blocco per l’economia cittadina.

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