Di fronte a Omicron abbiamo una certezza e una speranza. La certezza è che questa variante, registrata per la prima volta in Sudafrica lo scorso 26 novembre, non sarà certo l’ultima del suo genere a farci visita. La speranza, però, è che possa essere l’ultima della quale dovremo preoccuparci. Gli studi più recenti effettuati su B.1.1.529 hanno evidenziato come Omicron sia altamente più contagiosa delle altre forme del virus ma che, al tempo stesso, provochi malattie con sintomi molto meno gravi rispetto a Delta e i suoi cugini.

Con la sua ultima versione, Sars-CoV-2 ha cercato di massimizzare il proprio potenziale. E, almeno in parte, ci è pure riuscito, visto che l’obiettivo di ogni agente patogeno “intelligente” dovrebbe essere quello di circolare il più possibile evitando di uccidere gli ospiti colpiti. Dall’altro lato, le leggi della biochimica dimostrano che i virus – e dunque anche il nostro Sars-CoV-2 – non può continuare a migliorarsi evolvendosi all’infinito.

A un certo punto, il virus svilupperà una proteina spike che si legherà ad ACE2 (i recettori delle cellule umane a cui il virus si attacca per entrare in un organismo e iniziare a replicarsi) in maniera pressoché perfetta, arrivando a una sorta di “picco ideale”, e quindi alla massima prestazione possibile. Omicron ha raggiunto il suddetto picco? Come ha sottolineato su The Conversation l’immunologa e virologa Ben Krishna dell’Università di Cambridge, non c’è una buona ragione per presumere che lo abbia fatto.

Il futuro di Omicron (e dei suoi cugini)

Gli studi sul guadagno di funzione – i quali, ad esempio, esaminano di quali mutazioni ha bisogno Sars-CoV-2 per diffondersi in maniera più efficiente – hanno identificato molte trasformazioni che migliorano la capacità della proteina spike di legarsi alle cellule umane. Trasformazioni, va da sé, delle quali Omicron non è in possesso. Come se non bastasse, il ciclo di vita del virus potrebbe essere attraversato da altri miglioramenti, tra cui la replicazione del genoma.

Dopo l’infezione con qualsiasi virus, il nostro sistema immunitario produce anticorpi che si attaccano al patogeno invasore per neutralizzarlo, oltre alle cosiddette cellule T, incaricate di distruggere le cellule infette. Va da sé che Sars-CoV-2 può eludere questo meccanismo in un solo modo: mutando quel tanto che basta in modo che la sua forma molecolare non possa più essere riconosciuta dall’organismo umano. In ogni caso, gli esperti ritengono che il suo futuro sia segnato. “Anche se si comporta come un giocatore professionista, e alla fine massimizza tutte le sue statistiche, non c’è motivo di pensare che non sarà controllato ed eliminato dal sistema immunitario. Le mutazioni che migliorano la sua capacità di diffusione non aumentano di molto i decessi”, sostiene Krishna.

La strada verso l’endemicità

A proposito di futuro, è lecito iniziare a immaginarci quello che potremo trovarci di fronte: non è da escludere la “stagione del Covid” ogni inverno proprio come abbiamo sempre assistito alla “stagione dell’influenza” tra dicembre e gennaio. I virus influenzali, tra l’altro, possono anche andare incontro alla deriva antigenica, e cioè a un modello di mutazione che porta alla reinfezione dei soggetti precedentemente colpiti. Questi nuovi virus, inoltre, non sono sempre necessariamente migliori di quelli rilevati l’anno precedente; sono solo diversi.

Quasi sicuramente Omicron non sarà l’ultima variante, ma ci sono buone probabilità che sia l’ultima variante della quale preoccuparsi. Nel migliore degli scenari, Sars-CoV-2 diventerà un virus endemico che muterà lentamente con il passare del tempo. La malattia generata potrebbe essere lieve grazie al mix tra l’esposizione passata delle persone allo stesso virus e i vaccini. Soltanto pochi scienziati si troveranno a seguire i cambiamenti genetici del virus.

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