Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
SOSTIENI IL REPORTAGE

La diffusione della variante Omicron del Covid-19 a partire dal continente africano ha permesso di porre finalmente, a due anni di distanza dallo scoppio della pandemia, l’accento sul tema delle disuguaglianze sanitarie globali e sulle problematiche sistemiche che l’Africa presenta nel contrasto alle malattie ad alta contagiosità e infettività.

Tutto è partito con lo scatto d’orgoglio del Sudafrica, Paese che con il suo sistema di ricerca ha contribuito ad identificare Omicron e continua a studiarla, tanto che professor Wolfgang Preiser della Stellenbosch University vicino Cape Town ha anche promosso l’ipotesi secondo cui la variante Omicron sarebbe nata prima della variante Delta e potrebbe essersi evoluta’in un soggetto immunodepresso. E questo ci riporta alla necessità di mantenere indiviso e letto in forma congiunta il problema del Covid con quello di un altro dramma sanitario dei nostri tempi, quello dell’Hiv.

La pandemia dell’Hiv e dell’Aids non si è arrestata durante il biennio del Covid. 600.000 persone sono morte di questo contagio nel 2020, 38,7 milioni di persone di cui 10 non trattate ne erano infetti lo scorso anno e mentre il Covid si diffondeva in tutto il mondo nel 2020 si sono avuti 1,5 milioni di nuovi contagi, 700mila dei quali nell’Africa sub-sahariana. La corsa del contagio da Hiv indebolisce i sistemi immunitari delle persone, mette a dura prova la loro salute e crea un effetto-moltiplicatore favorendo la diffusione del Covid. Foreign Policy, partendo dagli studi compiuti in Sudafrica, ha ricordato che ormai tutti gli esperti in materia di Covid sono concordi nel ritenere il Sars-Cov-2 un “virus opportunista. Per le persone affette da Hiv malcurate o non trattate del tutto”, come molti dei positivi che vivono nell’Afria sub-sahariana, “il coronavirus può diventare un invasore capace di convivere a lungo distribuendosi nel tessuto cardiaco, nel cervello e nel resto del corpo”. Dato che molti degli infetti da Hiv sono persone immunodepresse di età relativamente giovane, nei casi in cui il Covid non è fonte di un’infezione fatale o di un ricovero esso “si adatta alle cellule umane attraverso mutazioni e selezioni” e può essere passato ad altre persone attraverso contatti di ogni sorta. Per questo i sistemi immunitari delle persone affette da Hiv possono essere un vero e proprio terreno di coltura per nuove varianti, e questo ci permette di analizzare la questione sotto più punti di vista.

In primo luogo, si constata la complessità della sfida sanitaria globale e la necessità di leggere, nei vari luoghi del pianeta, il Covid come fortemente correlato alle specificità ambientali e sociali nella sua evoluzione.

In secondo luogo, si riporta l’accenno sulla cooperazione in materia di contrasto a malattie correlate in vario modo al Covid-19. La peculiarità di questa nuova variante è il sorprendente numero di variazioni, il maggiore mai registrato su una grande platea finora, e questo è il principale fattore di preoccupazione che emerge di fronte a un contesto sinora non drammatico in materia di contagi, ricoveri, decessi. Il basso tasso di vaccinazioni anti-Covid nei Paesi africani ha favorito l’accelerazione della selezione naturale di Omicron, e non a caso fatto emergere la miopia insita nel considerare una sfida a sé stante la campagna vaccinale di ogni nazione.

Il terzo punto è proprio legato alla questione vaccinale. L’Unione Europea, il Canada, gli Usa, il Giappone e il Regno Unito hanno indubbiamente favorito, non senza ragioni strategiche in un primo momento, l’immunizzazione interna partendo, comprensibilmente, dai soggetti più fragili. Ma è decisamente problematico il fatto che questo discorso non sia stato fatto pensando ai soggetti fragili nelle nazioni meno in grado di accedere a trattamenti sanitari di qualità. Come riporta Formiche, “l’emergere della variante ha rinvigorito il coro (guidato dal Sudafrica) di coloro che dall’Oms premono sulle case farmaceutiche e sui Paesi produttori affinché cedano la proprietà intellettuale dei vaccini. Questo nonostante il fatto che Pretoria abbia chiesto alle case produttrici di ritardare le spedizioni per timore che le dosi in giacenza scadano”.

Quarto e ultimo punto è la presa di consapevolezza di coinvolgere maggiormente l’Africa nella governance sanitaria (e politico-economica) globale. Necessità questa che emerge proprio nei giorni in cui il legame Omicron-Hiv è studiato mentre cadono i quarant’anni dalla presa di consapevolezza globale del problema dell’Aids. E non va a favore dei grandi della Terra il fatto che la prima reazione istintiva alla diffusione di Omicron non sia stato un piano di sostegno vaccinale, scientifico e terapeutico all’Africa ma, piuttosto, una chiusura dei voli e una vera e propria “ghettizzazione” del Sudafrica, Paese che ha pagato la sua trasparenza sulla nuova variante con l’appellativo di untore del mondo. Pretoria ha una significativa capacità scientifica, la quale si è sviluppata sulla scorta della risposta ad epidemie parallele che affliggono il paese da decenni. Oltre al virus dell’HIV/Aids si aggiunge la tubercolosi, che nella Rainbow Nation si manifesta con le forme più ostinate di resistenza alle terapie esistenti. Nonostante enormi difficoltà e disparità, il Sudafrica ha fatto molti passi avanti rispetto a inizio millennio, quando il 35% dei suoi abitanti era sieropositivo e da allora si è posizionato su scala globale come uno dei campioni del diritto alla salute. Contribuendo a una presa di consapevolezza che viene meno nell’ora più problematica.

Omicron è un’anticipazione delle sfide sanitarie del futuro. Sfide che saranno sistemiche e complesse. Portando all’unione di vecchie e nuove emergenze. La convergenza Covid-Aids è un’ipotesi di studio oggi al vaglio con attenzione che può insegnare molto sull’interconnessione di queste sfide. Il principale elemento di speranza, in questo contesto, è legato alla spinta alla ricerca scientifica che la fase emergenziale ha dato non solo sul fronte Covid. E l’Italia è in prima linea da questo punto di vista: Reithera, l’azienda che ha lavorato al vaccino nazionale contro il Covid, ora sfrutta la piattaforma tecnologica nei suoi impianti vicino Roma per partecipare alla sfida globale della ricerca di un vaccino anti-Hiv. Una scoperta che potrebbe salvare milioni di vite in tutto il mondo e anche insegnare diverse lezioni sull’importanza della cooperazione di fronte a sfide che avvolgono l’intera umanità. A partire dalle sue componenti più fragili e prive di difese.